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US Vote History: 1916

1916

[Caffè News] Cominciamo oggi una nuova rubrica: US Vote History. Nell’anno elettorale che vedrà la sfida tra Hillary Clinton e Donald Trump, abbiamo deciso di fare un resoconto degli ultimi cent’anni di elezioni presidenziali americane, partendo dal 1916 fino ad arrivare ai giorni nostri.

1916. Cominciamo da qui, da cento anni fa, il nostro percorso. Le elezioni presidenziali americane si tennero in un periodo di largo fermento per il resto del mondo: l’Europa si stava dissanguando nella Prima Guerra Mondiale, mentre nel vicino Messico imperversava la rivoluzione contro il regime di Porfirio Díaz. Continua a leggere US Vote History: 1916

Quando Fini e Mariotto lanciarono l’elefantino

segniSi tenevano le elezioni europee del 1999 e Mariotto Segni si alleava con Gianfranco Fini per creare un partito liberal-democratico e di centro-destra. Con una forte impronta maggioritaria e presidenzialista, nasceva “L’Elefantino”, cartello elettorale composto da Alleanza Nazionale e dall’altalenante Patto Segni.

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Il partito delle bistecche

nettista

Al di là di qualsiasi allusione o provocazione, il partito delle bistecche, in Italia, è esistito davvero. Si chiamava Partito Nettista Italiano, e si presentò addirittura alle elezioni politiche del 7 giugno 1953, raccogliendo 4.305 voti (pari a circa lo 0,2% del totale) ma non eleggendo alcun rappresentante in Parlamento.

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Torna alla luce la Cerreto Medievale

REALTA’ SANNITA – Sta finalmente venendo alla luce la Cerreto Medievale, quella che il vicesindaco e assessore alla cultura di Cerreto Sannita Lorenzo Morone chiama “Nobile signore corteggiata per una vita”.

Gli scavi, avviati lo scorso 9 luglio, si stanno svolgendo sotto la guida del professore Marcello Rotili e la direzione di Stanco, funzionario responsabile dell’Ufficio Archeologico di San Salvatore Telesino. Con l’appoggio della Sovrintendenza e della Seconda Università di Napoli, il Comune di Cerreto Sannita, mira a far riemergere i reperti archeologici della Cerreto Medievale, distrutta dopo il disastroso terremoto del 5 giugno 1688.

Questa collaborazione tra enti dovrebbe far finalmente riscoprire la Vecchia Cerreto, di cui il torrione carcerario, acquistato dal Comune di Cerreto lo scorso 2010, rappresenta uno dei pochi ruderi visibili. È stato questo un primo passo volto al recupero dell’antica città.

L’inizio degli scavi è stato da subito fonte di orgoglio per i cerretesi, fieri delle proprie origini e innamorati del proprio antico paese.

Dopo solo due giorni dall’avvio dei lavori, è rinvenuto alla luce il primo pezzo di pietra lavorata, un bugnato a punta di diamante, del tutto identico a quello che si trova alla base della scalinata della Chiesa di San Martino Vescovo, nella cittadina ricostruita. Molti pezzi della Cerreto Vecchia, infatti, si ritrovano tutt’oggi nelle costruzioni dell’attuale centro abitato.

Un secondo intervento degli scavi archeologici, di quindici giorni, è previsto per il prossimo settembre.

Cerreto potrà così vedersi protagonista della propria storia, aprendo nuove proficue possibilità di sviluppo turistico e di fioritura culturale.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Realtà Sannita n.13/2012 del 18/07/2012

http://www.realtasannita.it/articoli/articolo.php?id_articolo=5042

Goodbye Russia!

Che bei tempi quando c’era Mastro Stalin. Il tovarìch Baffone aveva abituato proprio bene il popolo russo.

Niente democrazia, purghe e terrore rosso. Risultava simpatico, però, ad alcuni. Adorato in Italia come un Dio, veniva considerato il messia sceso in terra, un nuovo condottiero verso il trionfo comunista.

La presa di coscienza successiva, in Italia e nel mondo (e nella stessa URSS), non ha smitizzato poi molto la figura del crudele e sanguinario dittatore.

Chi ama abbuffarsi di pane e Giambattista Vico sa bene della teoria dei corsi e dei ricorsi storici. Tutto è legato, il passato col presente e col futuro. Tutto si ripete. La storia è un cerchio, una ruota che gira. Il buco nella gomma passa, ma poi ritorna.

Oggi, che l’Unione Sovietica sembra un lontano ricordo smarrito nel tempo, il nostro buco nella gomma si chiama Putin. Uno che domina ai vertici della politica del più esteso stato del mondo sin dal 1999, un presidente di ferro (o d’acciaio, come il compagno Stalin) che si tien saldo alle poltrone.

E se il comunista Ziuganov parla di infiltrazioni della piovra mafiosa nelle recenti elezioni, se Gorbaciov dichiara che il voto non rispecchia gli umori del paese, se ci sono prove filmate di irregolarità nel voto e persino rappresentanti di lista delle opposizioni picchiati, lui no. Lui rincara la dose e si dichiara onesto vincitore d’una onestissima battaglia.

Qualcuno lo ha chiamato lo zar, altri non tardano a paragonarlo a Stalin. Resta il fatto che questo ex agente segreto dagli occhi di ghiaccio e il viso alienato si rivela sempre più padrone della Federazione Russa. Senza rivali, poiché se li mangia. Senza sconfitte, poiché le regole le fa lui. Senza democrazia.

E se nei vecchi atlanti sbiadiscono i colori dell’URSS, nei manuali di filosofia Vico sghignazza con tre carte in mano. Nella prima c’è un lustrinato zar, nella seconda un baffuto signore, nella terza un ex KGB sul tetto del Cremlino.

Goodbye Russia, a presto. Se un giorno sarai veramente dei russi.

Giuseppe Guarino

La storia non deve avere colore, ma colori

E’ vero che la storia la fanno i vinti ma la scrivono i vincitori, come ricorda Max Manfredi nella sua “L’ora del dilettante”, ma è anche vero che spesso viene esaminata attraverso filtri che ne rendono non univoca l’interpretazione.

Uno di questi filtri, soprattutto in anni passati, sembrava essere quello dell’ideologia. Un’ideologia filtrava i fatti storici avvenuti revisionando passo passo tutto ciò che era accaduto e, alla luce d’una lampada che pretendeva di trovarsi nel giusto, tagliava dove c’era un’incongruenza o una scomoda verità. E bollava: bene era quello che realizzava l’ideologia positivamente, male era tutto ciò che la combatteva o che consisteva in un suo lato oscuro. Appunto: “la storia la fanno i vinti ma la (ri)scrivono i vincitori”.

Esiste poi un’altra forma d’errore, ben più grave e fuorviante della prima poiché spesso posta in buona fede. E’ un errore che tende alla riabilitazione di personaggi ed eventi ritenuti riprovevoli dall’opinione comune. Tramite processi informativi, gradualmente si tenta di sovvertire questa opinione, revisionando storicamente i fatti, oppure rivalutandoli.

Il problema più grande non è tanto la rivalutazione in sé, ma i modi in cui essa avviene. Esempio: negli ultimi tempi si tende ad esaltare molto la natura sociale e nazionale del fascismo, portando avanti dati quali il generale consenso, la bonifica dell’Agro Pontino, ecc.; Ci si dimentica però di fatti altrettanto importanti quanto tragici: colonialismo, delitto Matteotti e repressione delle opposizioni  e della libertà di stampa, leggi razziali. Si esalta la natura di condottiero di Benito Mussolini dimenticandosi però del suo volto da dittatore.

Non bisogna però nemmeno cadere nell’errore opposto, nella demonizzazione, appunto quella illustrata nelle battute iniziali di questo articolo. Ogni errore porterebbe così ad un loop infinito.

La soluzione per uscire da questo loop è il tentare di analizzare i fatti alla luce dei documenti e dei loro effettivi svolgimenti e, magari, dare un giudizio di valore ma rendendo noto che lo sia. Il tutto sta nel rendere trasparente non solo la propria opinione ma anche il modo in cui essa è stata formulata, in modo che sia opinione e non stravolgimento di fatti. Per rendere la Storia “a colori” e non “di colore”.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 19/12/2011

Brave new world

Sono del 1988. Quando sono nato c’era un mondo diverso, un mondo lontano. Un mondo fatto a due poli: a ovest c’era il mondo libero, a est c’era il mondo comunista. La prospettiva mondiale era equilibrata. Poi una spirale di colori, con la fine dei comunismi, ha reso il mondo più vicino, portandolo quasi ad una implosione.

Io sono cresciuto così, in un mondo in continua evoluzione, dove si guardava ancora sognanti all’America. Dove si sperava di vedere un giorno l’Europa Unita. Dove sembrava quasi utopico il poter comunicare tra l’Italia e l’Indonesia in tempo praticamente reale a costi irrisori. Sono cresciuto negli anni ’90, mentre tutto ciò che sembrava impossibile diventava (troppo) rapidamente realtà.

È così che, tra una replica di Rocky IV e tanto ottimismo diffuso, mi trovai a sognare un mondo dove tutto è possibile, quasi adagiandomi, nella mia ingenuità di bambino, nella tesi che vedeva gli anni ’90 come “la fine della storia”.

E già, perché “la fine della storia” indicava un mondo giunto al massimo livello di sviluppo, che può solo mantenere i suoi standard. Le leggi economiche e statistiche, però, non sempre sbagliano, e sappiamo tutti che quando si giunge all’apice incomincia la discesa.

La discesa è così incominciata davvero, col risultato che oggi siamo meno ottimisti e più diffidenti, spaventati dagli ignoti risvolti che può prendere il nostro nuovo mondo. “Brave New World” (Impavido nuovo mondo) suonavano gli Iron Maiden riprendendo l’omonimo romanzo di Aldous Huxley. Abbiamo scoperto che tutte le novità portano lati positivi e negativi. Che internet permette di comunicare in modo rapido, ma che è anche un perfetto strumento di potere. Abbiamo capito che il mondo sta diventando più piccolo, che le distanze si sono accorciate ma con esse si sono avvicinati anche milioni di nuovi pericoli.

Ci dividiamo tra chi rimpiange il passato (“Si stava meglio quando si stava peggio”) e chi vorrebbe una modernità diversa. Io propendo per la seconda scelta. Viviamo in un mondo globale, e questo è oramai inevitabile, bisogna semplicemente aggiustare il fattore di rischio. Non lo si può eliminare, certo, ma quantomeno potremmo fare in modo da ridurlo. La mia impostazione è solidaristica, poco importa se di origine marxista o cattolica. Non offro a buon mercato soluzioni che non ho. Criticare costa poco, e vale anche meno se non si propongono alternative.

Quello che so che possiamo, che dobbiamo, fare è mantenerci al passo col mondo con elevati livelli di civiltà. Con civiltà non intendo l’alta moda né la musica pop. Con civiltà intendo la cultura, quella vera. Intendo dire che c’è un solo modo per essere civili: non dimenticarsi chi siamo e da dove veniamo. Dove andiamo è un interrogativo a cui solo il futuro può rispondere. Ma se ognuno di noi riesce a non far morire il suo mondo avendo rispetto per chi, a migliaia di chilometri di distanza, fa lo stesso, solo allora potremo aver vinto la nostra sfida con il villaggio globale. Non ci sarà un unico minestrone pieno di tutti gli ingredienti confusi e amalgamati, ma una vasta gamma di soluzioni diverse.

Forse anche questa è utopia. E anche qui poco importa se di matrice cattolica o marxista, d’altronde la mia cultura politica risente a suo modo di entrambe le dottrine.

Giuseppe Guarino

Sogni d’Europa

La moneta unica europea, grande accusata delle crisi finanziarie degli ultimi tempi, nemmeno quindici anni fa andava facendosi portatrice di una realtà nuova e, sotto certi aspetti e senza senno di poi, incoraggiante. Dalla nascita della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio in avanti sembrava che il punto di arrivo tanto atteso e sperato fosse l’unità politica europea.
Quell’unità politica tanto presa di mira da movimenti euroscettici e nazionalismi intolleranti. Quella unità politica che oggi sembra così remota e oramai impensabile.

Cosa servirebbe per una Europa Unita? Secondo David Sassoon occorrono, accanto alla moneta unica, anche una difesa ed un fisco comune. Ma nessuno dei leader nazionali vuol cedere all’Unione Europea la capacità impositiva.
E’ chiaro, la moneta unica è un passo positivo e necessario, ma che da solo non basta a creare unità. D’altronde lo stesso Dollaro  USA è stato (e continua ad essere) per anni la “moneta franca” accettata (quasi) ovunque. E cos’era questa se non una primordiale forma d’unità monetaria, seppure anarchica, non organizzata e de facto?

Sulla questione della difesa navighiamo in acque profonde e molto mosse, difficili, dovute essenzialmente ad una politica estera non condivisa dagli stati membri.

Infine, il fisco. Per gli stati nazionali cedere la capacità impositiva all’Unione suona come una manifestazione di debolezza, come un condursi alla rovina con le proprie mani, togliendosi di bocca il pane quotidiano, i mezzi di sostentamento.

Tutti questi fattori vanno senz’altro tenuti in considerazione, ma una unità è auspicabile comunque. C’è da chiedersi il come ed il perché.

Sul come, la comparatistica ed il confronto ci vengono senz’altro incontro. Si obietterà che gli stati membri non hanno la stessa cultura, lingua, religione? L’Unione Indiana è un perfetto esempio di democrazia federale (con 1,2 miliardi di persone è, almeno numericamente, la più grande democrazia mondiale) ,  in cui convivono le etnie più diverse. Un altro esempio, ridotto ma simile, ce lo dà la ben più vicina Svizzera.
Si obietterà una possibile scarsa sovranità degli stati membri in caso di unità politica? La bicentenaria storia americana ci insegna che una divisione dei poteri tra governi statali e governo federale è possibile. Basta usare bene il sistema dei pesi e contrappesi.

Che forma di stato e di governo potrebbe essere consona all’Unione “politica”? Di repubblica federale, senza dubbio, con la possibilità di scegliere arbitrariamente la forma interna dello Stato federato (plausibilimente mantenendo quella attuale o storica). Gli organi rappresentativi dovrebbero essere concepiti in modo da ridurre il divario tra gli stati grandi e piccoli. E non sarebbe male qualche assemblea “regionale”, decentrata per zone.

La giustizia sarebbe lasciata agli stati federati, ciascuno con una propria costituzione e proprie leggi che non contrastino con quelle comunitarie (che ne sono al di sopra). Soltanto in casi estremi o particolarmente complessi si richiederebbe l’intervento dell’Unione. Una costituzione europea sarebbe così indispensabile. Essa dovrebbe prevedere una Repubblica Unita, con una difesa autonoma ma un fisco condiviso con gli stati, così come la giustizia.

Una Unione del genere si rivelerebbe un misto tra gli USA (sistema decentrato), l’India (crogiulo di etnie), il Regno Unito (nel senso di “Europa delle Nazioni”).

Il collante di tutto dovrebbe essere il principio di sussidiarietà, quello vero, dove il livello generale interviene sempre nel momento in cui il livello particolare riscontra difficoltà o lacune.

Il perché d’una Unità vera è chiaro. Invece di combattere ostentando le nostre differenze, mettiamole insieme (senza mischiarle eccessivamente). Ognuno manterebbe la propria identità ma, collettivamente, più si è più possono risolversi le difficoltà. Insieme.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 27/06/2011

Le città senza storia

Era il 1995 quando Max Pezzali cantava una canzone che incominciava con le seguenti parole: “Non c’è storia in questa città…”. Si riferiva alla sua Pavia, città dalle “due discoteche e centosei farmacie”.

Interpretando in altri termini la frase dell’883, viene da pensare alle tante città italiane “senza storia”. Possibile che esistano? Gli insediamenti umani sono spesso il risultato di anni di attività, movimenti e spostamenti. Portano con loro inevitabilmente una storia, se non altro portano con sé i motivi per i quali si sono formati.

Le città senza storia, però, ci sono. Esistono. Sono quelle in cui la gente non va più per ammirarne le bellezze, che sono diventate vuote, nel senso di prive di significato. Le loro bellezze, per carità, sono tutte (o quasi) al loro posto. Ma le persone che vi vivono dentro e attorno ne sanno poco o nulla, spesso ne ignorano l’esistenza, quasi sicuramente ne ignorano la storia.

E i turisti? Quelli che dovrebbero venire da fuori ad ammirare il valore della città e delle sue opere mancano spesso, conscii della cattiva gestione o della disinformazione se consapevoli, totalmente all’oscuro dell’esistenza stessa d’un sito interessante se “improvvisati”. Ed è così che una città piena d’arte può passare ad essere una “città senza storia”. E successivamente una città dimenticata. In cui ci si muove, presi dal proprio, dagli affari spiccioli e quotidiani, ma dimenticandosi della storia che è fin dentro le pietre della città.

Uno spiraglio c’è, guai se non ci fosse. Spesso ci fa tenerezza il vedere qualche giovane speranzoso o qualche anziano appassionaato che, tra lo stupore e, a volte, la derisione collettiva, porta per mano un gruppo di turisti, magari trovatisi lì “di passaggio”, alla scoperta della città, a far parlare di nuovo la storia. Lo spiraglio sta in quella gente che ancora crede nel valore della cultura e della storia. Per cui pietre e monumenti non sono semplici abbellimenti ma vita vissuta con un passato da raccontare: basta estrapolarlo e farlo rivivere.

E grazie a loro, magari, ci sarà un pò storia in questa città, in ogni città.

Giuseppe Guarino

Quando San Pietroburgo si chiamava Leningrado…

LeningradoFebbraio 1917: Rivoluzione in Russia, il regime zarista crolla e per lo Stato più esteso del mondo si prospetta una democrazia, alla stregua delle tante che stavano nascendo nel mondo occidentale. Non fu cosa fatta. La rivoluzione bolscevica d’ottobre spazzò via ogni possibilità di democrazia pluralista, stabilendo di fatto la dittatura del proletariato: il partito unico, comunista. San Pietroburgo (Pietrogrado) era la capitale.

Il capo della rivoluzione d’ottobre, Nikolaj Lenin, trovò difficoltà ad imporsi nella città, le forze d’opposizione cittadine erano particolarmente forti e il leader bolscevico fu costretto a rifugiarsi a Mosca, che divenne la nuova capitale. L’ironia del caso volle che nel 1924, alla morte di Lenin, la città che gli era stata più ostile fu ribattezata con il suo nome. Nacque Leningrado.

La città riuscì a dimostrarsi di nuovo dalla pelle dura contro i tedeschi. Nella seconda guerra mondiale fu assediata da più parti dall’esercito hitleriano ma nello storico assedio riuscì ad avere la meglio con i soldati tedeschi, costretti alla ritirata. La città era liberata dai nazisti. La dura resistenza di Leningrado all’assedio divenne leggenda e fu un’ottima propaganda contro il Terzo Reich.

Con lo sfacelo del blocco sovietico e del comunismo un referendum portò la città all’antico nome di San Pietroburgo, esattamente 19 anni fa. Ma ogni anno, il 9 maggio, in ricordo della resistenza all’assedio la città russa torna a chiamarsi Leningrado.

Chissà che un giorno non ne abbia bisogno di nuovo.

Giuseppe Guarino