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US Vote History: 1916

1916

[Caffè News] Cominciamo oggi una nuova rubrica: US Vote History. Nell’anno elettorale che vedrà la sfida tra Hillary Clinton e Donald Trump, abbiamo deciso di fare un resoconto degli ultimi cent’anni di elezioni presidenziali americane, partendo dal 1916 fino ad arrivare ai giorni nostri.

1916. Cominciamo da qui, da cento anni fa, il nostro percorso. Le elezioni presidenziali americane si tennero in un periodo di largo fermento per il resto del mondo: l’Europa si stava dissanguando nella Prima Guerra Mondiale, mentre nel vicino Messico imperversava la rivoluzione contro il regime di Porfirio Díaz.

Il presidente degli Stati Uniti era il democratico Woodrow Wilson, che si era imposto nel 1912 grazie alla spaccatura repubblicana che, per la prima e unica volta nella storia, consentì ad un terzo partito (il Partito Progressista di Theodore Roosevelt) di concorrere in maniera effettiva all’elezione del Presidente. Wilson si era imposto alla fine grazie ad una politica liberale, promettendo soprattutto una riforma del sistema bancario e di quello fiscale. Durante la sua prima amministrazione, era riuscito a mettere a segno una serie di vittorie personali: abbassamento dei tassi d’interesse sui prestiti agricoli, abolizione del lavoro minorile, istituzione di un sistema minimo di previdenza sociale per gli infortuni sul lavoro, innalzamento della tassazione sulle successioni e sui redditi più elevati, tetto massimo di otto ore lavorative per i dipendenti delle ferrovie; ma anche re-introduzione di leggi in materia di segregazione razziale e ingrandimento di esercito e marina militare.

Tornando alla condizione Europea, c’è da dire che Wilson si era fino ad allora mantenuto neutrale. Anzi, aveva più volte tentato di inviare emissari al fine di favorire un’intesa tra le parti in conflitto. Aveva addirittura resistito alle pressioni seguenti all’affondamento del Lusitania, un transatlantico inglese abbattuto dai sottomarini tedeschi causando anche 123 morti americani. La posizione del Presidente statunitense si mantenne assolutamente ferma alle richieste di intervento che venivano da Londra. Tuttavia, allo stesso modo, lanciò numerosi appelli alla Germania affinché smettesse di attaccare le navi passeggeri.

La stessa opinione pubblica americana (specie per quanto riguardava la Costa Ovest), sebbene sicuramente simpatizzante per gli anglo-francesi, sperava che gli States rimanessero fuori dal conflitto, isolati nella loro politica di neutralità. Fu su quest’onda che Wilson basò la campagna per la sua rielezione, utilizzando slogan come “He has kept us out of war” (Lui – Wilson – ci ha tenuti fuori dalla guerra), “He proved the pen mightier than the sword” (Ha dimostrato che la penna è più potente della spada) e “War in Europe \ Peace in America” per far leva sull’elettorato anti-interventista e rendendo chiara l’idea che una vittoria dei repubblicani avrebbe portato ad una doppia partecipazione, sia in Messico che in Europa.

Con tali presupposti, fu molto semplice per Wilson riconquistare la nomination alla convention del Partito Democratico: sia lui che il suo vice Thomas R. Marshall furono rinominati per acclamazione e senza alcuna opposizione.

Diversa la storia degli altri due partiti. I Progressive, nati nel 1912 da una costola liberale del Partito Repubblicano, optarono per una ricandidatura di Theodore Roosevelt, che rifiutò chiedendo ai suoi di raggiungere un compromesso con i Repubblicani. L’ex presidente temeva che presentando ancora un terzo partito forte avrebbe soltanto favorito la permanenza di Wilson alla Casa Bianca. Fu allora proposto Victor Murdock, per il quale non arrivò mai un’investitura formale. Cominciò allora un giro di nomi, rifiuti e spaccature che portò il Bull Moose Party al caos e alla spaccatura. Dilapidando un consistente patrimonio elettorale, il Partito Progressista andò verso lo scioglimento. Buona parte dei suoi rappresentanti fece ritorno al Grand Old Party, sebbene una sparuta minoranza passò con i dem, convinta dal programma neutralista e pacifista promosso da Wilson. Il partito si presentò comunque alle elezioni, senza un candidato ufficiale alla presidenza e facendo presenza soltanto in dodici stati. Raccolse lo 0.18%, meno di Socialisti e Proibizionisti.

In quanto ai repubblicani, in giugno si tenne la loro Convention in quel di Chicago. Il partito lavorò alacremente per sanare la spaccatura con i progressisti e favorire il riassorbimento di essi. Andava quindi proposto un candidato moderato, capace di far leva anche sulle frange più liberali dell’elettorato repubblicano. La scelta cadde sul giudice della Corte Suprema Charles Evans Hughes. Già governatore dello Stato di New York, Hughes aveva da qualche anno abbandonato la politica per la magistratura. Il suo caso è unico nella storia americana: per la prima volta un giudice della Corte Suprema fu candidato alla Casa Bianca per uno dei partiti principali.

La campagna elettorale di Hughes, a differenza di quella di Wilson, non poteva che minimizzare i problemi derivanti dalle guerre. Le pressioni sulla Germania per la fine della guerra sottomarina, rendevano il Presidente in carica difficilmente attaccabile. Il candidato del GOP dovette quindi prendere di mira la politica sociale promossa dai democratici, considerata nociva per gli interessi dell’industria. Tale presa di posizione gli alienò però le simpatie degli operai, che speravano in un estensione dei diritti sulle 8 ore.

Inoltre, se da un lato Hughes era riuscito a ottenere il supporto di Roosevelt, dall’altro ebbe contrasti con i governatori repubblicani. In particolare, egli non cercò mai l’appoggio di Hiram Johnson, governatore della California che, vedendo questo snobismo come un affronto, rifiutò di dargli un supporto attivo.

Si votò il 7 novembre e l’esito non fu così scontato. Wilson si impose in 30 stati, ottenendo 277 grandi elettori; Hughes vinse in 18, con 254 grandi elettori. In percentuale, 49.24% contro 46.12%. Il mancato appoggio di Johnson in California costò caro ai repubblicani, che persero per soli 3.800 voti: una vittoria in quello stato avrebbe dato un risultato completamente opposto.

A riguardo circola una storiella: la sera delle elezioni Hughes andò a letto convinto di aver vinto le elezioni. Il mattino dopo, un giornalista provò a telefonargli per intervistarlo. Il suo maggiordomo rispose dicendo: “Il Presidente sta dormendo”, ottenendo l’ironica replica del giornalista: “Quando si sveglia, ditegli che il Presidente non è lui!”

Giuseppe Guarino

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