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Brave new world

Sono del 1988. Quando sono nato c’era un mondo diverso, un mondo lontano. Un mondo fatto a due poli: a ovest c’era il mondo libero, a est c’era il mondo comunista. La prospettiva mondiale era equilibrata. Poi una spirale di colori, con la fine dei comunismi, ha reso il mondo più vicino, portandolo quasi ad una implosione.

Io sono cresciuto così, in un mondo in continua evoluzione, dove si guardava ancora sognanti all’America. Dove si sperava di vedere un giorno l’Europa Unita. Dove sembrava quasi utopico il poter comunicare tra l’Italia e l’Indonesia in tempo praticamente reale a costi irrisori. Sono cresciuto negli anni ’90, mentre tutto ciò che sembrava impossibile diventava (troppo) rapidamente realtà.

È così che, tra una replica di Rocky IV e tanto ottimismo diffuso, mi trovai a sognare un mondo dove tutto è possibile, quasi adagiandomi, nella mia ingenuità di bambino, nella tesi che vedeva gli anni ’90 come “la fine della storia”.

E già, perché “la fine della storia” indicava un mondo giunto al massimo livello di sviluppo, che può solo mantenere i suoi standard. Le leggi economiche e statistiche, però, non sempre sbagliano, e sappiamo tutti che quando si giunge all’apice incomincia la discesa.

La discesa è così incominciata davvero, col risultato che oggi siamo meno ottimisti e più diffidenti, spaventati dagli ignoti risvolti che può prendere il nostro nuovo mondo. “Brave New World” (Impavido nuovo mondo) suonavano gli Iron Maiden riprendendo l’omonimo romanzo di Aldous Huxley. Abbiamo scoperto che tutte le novità portano lati positivi e negativi. Che internet permette di comunicare in modo rapido, ma che è anche un perfetto strumento di potere. Abbiamo capito che il mondo sta diventando più piccolo, che le distanze si sono accorciate ma con esse si sono avvicinati anche milioni di nuovi pericoli.

Ci dividiamo tra chi rimpiange il passato (“Si stava meglio quando si stava peggio”) e chi vorrebbe una modernità diversa. Io propendo per la seconda scelta. Viviamo in un mondo globale, e questo è oramai inevitabile, bisogna semplicemente aggiustare il fattore di rischio. Non lo si può eliminare, certo, ma quantomeno potremmo fare in modo da ridurlo. La mia impostazione è solidaristica, poco importa se di origine marxista o cattolica. Non offro a buon mercato soluzioni che non ho. Criticare costa poco, e vale anche meno se non si propongono alternative.

Quello che so che possiamo, che dobbiamo, fare è mantenerci al passo col mondo con elevati livelli di civiltà. Con civiltà non intendo l’alta moda né la musica pop. Con civiltà intendo la cultura, quella vera. Intendo dire che c’è un solo modo per essere civili: non dimenticarsi chi siamo e da dove veniamo. Dove andiamo è un interrogativo a cui solo il futuro può rispondere. Ma se ognuno di noi riesce a non far morire il suo mondo avendo rispetto per chi, a migliaia di chilometri di distanza, fa lo stesso, solo allora potremo aver vinto la nostra sfida con il villaggio globale. Non ci sarà un unico minestrone pieno di tutti gli ingredienti confusi e amalgamati, ma una vasta gamma di soluzioni diverse.

Forse anche questa è utopia. E anche qui poco importa se di matrice cattolica o marxista, d’altronde la mia cultura politica risente a suo modo di entrambe le dottrine.

Giuseppe Guarino

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