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Un collage multiforme. I paesaggi catartici e le operette morali di Marco Masoni

Il-Multiforme-cover-300x297[1][Caffè News] I Germinale sono stati una piccola leggenda del prog di casa nostra. Si rischia di partire prevenuti nel momento in cui si va a prendere tra le mani il compact disc (o anche il 33 giri in edizione limitata) di Marco Masoni, già bassista della band. Prevenuti perché l’art rock del gruppo pisano aveva conquistato gli appassionati con album magistrali quali …e il suo respiro ancora agita le onde (1996) o Cielo & terra (2001). Pertanto, nell’approcciarsi all’ascolto del primo disco solista di un musicista già conosciuto ed apprezzato, si potrebbe commettere l’errore di far prevalere il pregiudizio (sia esso positivo o meno) sull’effettivo lavoro artistico.

Nel 2005 i Germinale hanno preso una pausa, che non ha impedito al loro cantante e bassista di continuare da solo, cominciando a lavorare un disco e, come da egli stesso affermato, finire a registrarne quasi due. In attesa che esca anche il secondo, vi presentiamo dunque Il multiforme (paesaggi catartici e operette morali). La collaborazione con membri della varie formazioni della vecchia band è continuata (presenti contributi di Alessandro Toniolo, Gabriele Guidi, Salvo Lazzara e Matteo Amoroso, oltre a Maurizio Di Tollo della Maschera di Cera, Jacopo Giusti dei Fattore Zero e Lorenzo Ughi dei Fangoraro), mantenendo nelle sonorità dell’album una continuità indiscussa con i vecchi lavori.

Eppure Il Multiforme non è essenzialmente un album prog. Esso rappresenta piuttosto un collage di generi ed influenze, pescando nell’esperienza di Marco Masoni. E a dimostrarlo è la stessa copertina, un collage di cover di artisti che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito alla formazione di tale patrimonio.

In che genere inquadrarlo, allora? Certo non nel pop, sebbene l’open track Tutti in colonna (la vita non è) strizzi l’occhio a Battisti, Battiato e Gazzè, senza scordarsi della saggezza toscana intrinseca nei detti della Zoppa di Montinero, ben presente anche nel videoclip. Ma è un attimo. Le atmosfere progressive fanno la loro parte, soprattutto nelle due parti di Catarsi (esiste anche una terza parte della mini-suite, inserita solo nella versione ellepì e che finirà nel prossimo disco). È sulla critica al post-modernismo del villaggio globale che si basa tematicamente gran parte dell’album, trattata con amara ironia in Catarsi parte 1: riti sul vuoto (Caffè, Drappi), ma sfogando poi nell’isterismo dei fiati della seconda parte (Visioni in celebrazione): “bambini pietosi chiedono soldi in strada e in chiesa/nessuna differenza/lo stesso sguardo/è sempre chiedere/ho mal di testa”.

Il tema si ripete nella ballad Perdersi, echeggiando un contesto liquido, esaltazione della multiformità dell’era odierna, basata su un arrangiamento volutamente essenziale e sempre più ossessivo. Ne troviamo traccia, ancora, ne Il treno temporale, riflessione onirica sul ciclo della vita, nonché nel pathos di Sa domo de sa re (La Casa del Re, un nuraghe sardo).

Il capolavoro è però Maggio d’improvviso. Si apre con un’intervista con Red Ronnie accompagnata da un intro latino, che permea tutta una canzone che “va un po’ per immagini”. Sostenuta da un gran lavoro ritmico (richiama un po’ alcune atmosfere de La batteria, il contrabbasso, eccetera di Lucio Battisti, citato anche nel testo), la traccia procede gagliarda, esaltata da un ritornello bucolico: “La retorica dei panni stesi nei vicoli di Napoli / la bellezza statica del casolare in cima alla collina / la perfezione misteriosa di tante canzoni tra i sessanta e i settanta / mi danno tranquillità sui destini di questo mondo”.

Episodio divertente Il suicidio di 500 pecore, dove ancora una volta la sezione ritmica (che qui vede una prevalenza prepotente del basso) si arrampica su una chitarra pungente. Rockeggiante Predoni (nella linea vocale tratti che sembrano fare il verso a Giovanni Lindo Ferretti). Spassosa Mi ha detto Bob Dylan. A chiudere il disco è Theodore il poeta, dove una certa psichedelia si raccoglie sulla matassa di un’esperienza beat mai sopita ed emersa a tratti anche nel resto dell’album, che anticipa una frammentata ghost track (Fischi fiaschi pali e frasche).

Giuseppe Guarino

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