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Torna Fini, col rischio di fare una frittata di un uovo solo

fini[1][Caffè News] Gianfranco Fini riscende in campo. E questo non può che far piacere a chi crede nella politica come passione, competenza, movimentismo. Un po’ meno a una destra che da Fini si è sentita tradita, vuoi per aver sfasciato Alleanza Nazionale, vuoi per aver lasciato il Cavaliere.

Ebbene, lanciando il portale Partecipa, Fini tenta un nuovo percorso costituente della nuova destra italiana, dopo il fallimento di Futuro e Libertà.

Se Fli fallì fu colpa dell’eccessivo appiattimento sulle posizioni di Pierferdinando Casini e di Mario Monti, ossia al centrismo liberale di stampo sia cattolico che laico. È stato questo il più grosso neo dell’esperienza post-Pdl dell’ex Presidente della Camera, trombato con un misero 0.47%. Continua a leggere Torna Fini, col rischio di fare una frittata di un uovo solo

Le sorti del governo passano sempre da Benevento

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 [Caffè News] Benvenuti a Benevento, Sannio, Campania, Italia. La città dell’arco di Traiano, della Chiesa di Santa Sofia, dei sette papi. Ma anche quella da cui passano le sorti del governo. Perché è così, perché noi beneventani abbiamo la tendenza all’inciucio. O forse perché il fato, beffardo, sapendo di non poterci restituire la storica autonomia del nostro ducato, si diverte a farci distruggere quella dell’intera nazione di cui ora siamo parte.

E sì, cari miei. Perché noi beneventani, da qualche anno, coi nostri rappresentanti politici ci divertiamo a mettere in crisi, in un modo o nell’altro, le istituzioni repubblicane.

Non ci credete? Non ricordate? Non vi preoccupate! Andiamo a rinfrescarvi un po’ la memoria con qualche ricordo non troppo sbiadito.

C’era una volta un signore di Ceppaloni, tal Clemente Mastella. Democristiano di ampie vedute, che dopo i funerali della balena bianca si accasò sotto la vela del Ccd. Ne uscì per fondare il Cdr, poi Udr, infine Udeur. Fu Ministro del Lavoro nel primo governo Berlusconi. Nel 1998 passò invece a sinistra, permettendo la formazione del Governo D’Alema sostituendo Rifondazione nella maggioranza parlamentare. Continua a leggere Le sorti del governo passano sempre da Benevento

Cosa sarà la “nuova cosa” del centrodestra?

La scelta di Pierferdinando Casini, quella di abbandonare lo storico simbolo dello scudo crociato e la dicitura “Democratici Cristiani e di Centro”, ha chiara importanza: rappresenta una rottura netta con il passato, tante volte cercato e risognato. Oramai è certo: non moriremo democristiani.

A Destra si aprono nuovi scenari. O, meglio, nel centrodestra moderato. Abbiamo assistito alla creazione del Polo Nazione, da alcuni soprannominato il “partito montiano”, che ha l’obiettivo di porsi come alternativa celebre a PD&Compagni, PdL&Soci.

Oggi, con la Lega travolta dalla situazione corruzione e il PdL in crisi identitaria, il nuovo emblematico gesto di Casini non può che provocare la nascita di un nuovo soggetto di centro destra. È la scossa di terremoto capace di causare la nuova disposizione delle masse terrestri emerse.

Da Futuro e Libertà lo sanno. Loro sono quelli che venivano da Alleanza Nazionale e poi confluiti nel Popolo delle Libertà. E dal PdL usciti non perché non ci credessero, ma per le derive personalistiche del partito berlusconiano che veniva ad essere una Forza Italia allargata, stretta alle caviglie del suo leader. Quindi, FLI non si ripropone come una nuova AN ma come un piccolo PdL che, lontano dalla Lega e con Casini, può rilanciare il progetto della Casa dei moderati.

A sinistra dell’UDC c’è l’API di Rutelli e Boselli, che ha fatto più o meno quello che ha fatto Fini, solo che dall’altra parte. Il PD aveva però ben altre derive, e spesso diventa difficile restarci sia per chi è troppo moderato che per chi è troppo a sinistra (vedi la storia di Mussi).

Dunque, tutti i moderati corrono al Terzo Polo, verso il progetto nato come federazione ma che federazione non può rimanere. Si può immaginare un nuovo partito di ispirazione repubblicana, liberale, nazionale che raccolga i moderati e possibilmente quel che sarà possibile recuperare (o che resta) del PdL. Un partito a formare una nuova destra, europea e non estremista urlante xenofoba, che tenga le debite distanze dalla Lega ma anche dalla Sinistra.

È allora questo il destino del centrodestra italiano? Un nuovo grande partito che emargini i precedenti? Le ultime esperienze di questo tipo se non si sono rilevate disastrose ci sono andate vicine, cosa è che stavolta dovrebbe essere diverso?

Lo spirito, senz’altro. La consapevolezza di essere quella “destra per bene, ma sempre destra” che Nichi Vendola riconosceva alla formazione del Governo in carica. La voglia di mettere insieme un partito che rappresenti, parole di Casini, “il meglio della società”.

A sinistra si resta a guardare, aspettando l’emersione di un Grillo che oramai impavido e saccente (e arrogante) mira a conquistar poltrone. Mentre Casini prepara le esequie al PdL allestendone il successore. Ma forse proprio da lì possono venire ulteriori sorprese, col vecchio volpone Berlusconi pronto all’ennesimo cambio di nome e di stile.

Nel centro-sinistra nel frattempo si festeggiano vittorie non ancora avvenute. Tra l’altro oltralpe.

Giuseppe Guarino

Informazione libera e liberale e non di “Libero”

Ci sono due giornali, entrambi si dicono di centro-destra. Entrambi di parte, dunque, ma con vistose e palesi differenze. Uno si richiama alla causa finiana, l’altro è, più o meno dichiaratamente, pidiellino. Direte voi che sono due giornali legati a partiti diversi e che quindi sono portatori di interessi diversi. Rispondiamo che, sì, “Libero” e “Il Futurista” sono legati rispettivamente al PdL e a Fli, ma anche che la differenza più vistosa non sta negli ideali o nel modus operandi. La vera divergenza tra le due testate sta nel finanziamento pubblico.

Non a caso abbiamo scelto due giornali di centro-destra, quindi liberali per definizione, almeno in linea di principio. Libero è però supportato da fondi pubblici, Il Futurista è finanziato esclusivamente dai lettori.

Cosa cambia? Il finanziamento pubblico all’informazione è una bestia dalla doppia testa, che da un lato porge sorridente la zampa all’editoria in difficoltà e dall’altra morde e cerca la conformità ai propri schemi. Si potrà obiettare di quanto i quotidiani che ricevono il finanziamento pubblico possano essere differenti, improntati su posizioni talvolta opposte e discordanti. Senz’altro,  almeno finché qualcuno non ordina loro di montare la guardia, rimettersi in ordine, rientrare nelle righe.

Non c’è sistema politico, per quanto democratico e liberale si dichiari, che non influenzi l’informazione. La soluzione è quella, anche più idonea nei sistemi di libero mercato, di slegare la macchina statale da quella giornalistica. La voce libera del giornalismo non può, né deve, conoscere condizionamenti di sorta, che vengano da politici o finanziatori. La coscienza del giornalista, insieme al suo buonsenso, deve essere la guida della sua penna, l’anima della sua voce.

Ecco perché qui si legge “Il Futurista” e si snobba “Libero”.  Perché, come solo poche altre novità dell’universo editoriale e giornalistico, Il Futurista diretto da Filippo Rossi si pone al di fuori della casta creata dalle testate che amano rifugiarsi (ma in silenzio, per carità!) sotto la gonnella dello Stato.  Perché Il Futurista fa informazione libera, ma Il Futurista non è “Libero”.  Il Futurista ha una sua voce che talvolta urla, altre arranca, ma è felice di farcela con le proprie forze poiché al Futurista sanno che nessuno gli dirà mai “questo non si dice, questo non si fa”.

Il quotidiano di Feltri e Belpietro si è più volte proposto come casa dei liberali ma, mentre Il Futurista si vanta di non essere “Libero”, questi non potrà mai dire, ossimoro del nome a parte, di essere libero quanto Il Futurista.

Giuseppe Guarino

Ricominciamo dal successo

Alla festa dell’Italia dei Valori di Vasto hanno partecipato i tre moschettieri del centrosinistra, Di Pietro, Vendola e Bersani. Si parla di ricostruire un nuovo Ulivo, si parla del centrosinistra che verrà. Ma forse è più semplice partire dalle recenti vittorie piuttosto che dagli antichi e ancora brucianti fallimenti.

I riferimenti sono ai Governi del 1996-2001 e del 2006-2008. Cinque governi in sette anni, non proprio un  monumento alla stabilità. La sigla comune del periodo era “L’Ulivo” (poi “L’Unione” con l’allargamento a Rifondazione) e c’erano tantissimi partiti, alcuni dei quali nessuno li ricorda più.

Oggi, la scena politica è parzialmente ridisegnata e ridimensionata. A sinistra vediamo fondamentalmente i tre partiti facenti capo a Bersani, Vendola e Di Pietro, ognuno coi propri mostri e le proprie paure, ma tutti con l’impaziente voglia di scalzare la fin troppo forte alleanza tra il Cavaliere e la Lega, alleanza che scricchiola da anni ma che non si è mai definitivamente sfasciata.

A rompere le uova nel paniere potrebbe essere il terzo incomodo polo. Finiani e UdC rappresentato un’appetibile alleanza per il PD, che molti esponenti del partito dell’ulivo, capeggiati dall’ex Ministro dell’Istruzione Fioroni, si auspicano da tempo.

L’arrivo di Bersani in casa di Di Pietro ha spiazzato un pò il Pd che, se non prenderà una netta decisione, rischia di veder smembrare il suo elettorato proprio tra i suoi potenziali alleati, che si tratti di Fini-Casini o di Vendola-Di Pietro. La strada intrapresa, però, sembra quella, tortuosa, di sinistra.

Riparlare di Ulivo, Unione o qualsivoglia sigla è amaro ricordo d’una stagione politica passata e piena di rimpianti. Tornano alla mente Fioroni e Mussi, D’Alema e Mastella, Bertinotti e Pecoraro Scanio.

Lo spiraglio c’è, ce l’hanno dato Pisapia e De Magistris. La loro arancione primavera ha segnato un risveglio per il centrosinistra, simbolo d’una nuova stagione. Una nuova stagione che deve essere fatta da percorsi comuni e non da sigle aggregate. Una nuova stagione fatta di progetti volti a far uscire l’Italia dal baratro del berlusconismo. E, si potrebbe azzardare, una nuova stagione dove l’avversario di centro destra possa essere davvero moderato e non fatto da un estremista zuppa populista.

Ripartire da Pisapia e De Magistris e non da Bertinotti e Mastella. Prendere l’eredità della nuova sinistra, di quella fatta dalle persone e non dai movimenti delle segreterie di partito.

Solo allora potrà esserci speranza. Ricominciando dal buon punto a cui siamo senza rovinare tutto.

Giuseppe Guarino

Al referendum c’è anche un fronte del “no”, non solo il fronte del “non voto”

benedetto della vedovaE’ Benedetto Della Vedova, ex radicale ed ora membro di Futuro e Libertà, a lanciare l’appello. E lo fa alla radio del movimento di Marco Pannella, dove dice che “la vera indicazione di voto di FLI è andare a votare”. Sembra un paradosso, perché d’altronde Andrea Ronchi, al cui decreto si vorrebbe rimediare con il referendum, è uno degli esponenti più di spicco del partito finiano.

Perché la posizione di Della Vedova e di FLI non è paradossale? Perché dovrebbero distruggere con le proprie mani quello che un loro componente ha creato?

Per amore di democrazia? Può darsi. D’altronde non hanno dato altra indicazione di voto se non quella di andare alle urne ad esprimere un parere. Che può essere sia un “si” che un “no”.

E’ emblematico il fatto che a proporre questa soluzione sia stato un ex radicale, uno che ha fatto carriera nella forza referendaria per eccellenza, forza che non si è mai schierata contro il raggiungimento del quorum ad un referendum. Diversamente da quanto fatto da altri che, chi in un’occasione, chi in un’altra, hanno invitato la gente ad “andare al mare”.

Gli stessi Radicali si pongono, stavolta, a favore del “no” sui quesiti riguardanti l’acqua pubblica. Così come Casini e l’Unione di Centro, che prende però posizione contro il legittimo impedimento al quale, dice lui, voterà “si”.

Radicali, Fli, e Udc: le altre facce di questo referendum, dove finora sembrano essersi confrontati solamente il fronte del “si” contro il fronte del “non voto”. Sorvolando su alcuni trascorsi antiquorum di alcuni ex Fli e Udc, stavolta sembra prevalere la voglia di scegliere.

Il referendum non è espressione di una parte politica, ma espressione di una scelta, per quanto questa possa essere politica. Ciascuno è chiamato a scegliere. Chi sceglie di non scegliere è un vigliacco, che perde la possibilità di esprimersi riguardo al futuro, suo e degli altri.

Tutti, comunque la pensino, devono andare a votare. E certamente, pure per chi non condivide le loro posizioni, gli esponenti radicali, futuristi e dell’Udc, andando a votare dimostreranno una maturità politica che i loro avversari attestati sulla posizione del non voto non hanno.

Come si vota è un altro conto. A votare bisogna andarci. E non ci vengano a dire che il referendum è inutile e che chi va a votare vuole rimanere un troglodita. Il referendum è democrazia. Farlo saltare scegliendo di non scegliere è sovvertimento di essa.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 6/6/2011

Le contraddizioni del terzo polo

Non poteva durare la “casa dei moderati”, e per tanti motivi. Sarebbe stato un bel progetto, una alternativa credibile per chi era troppo moderato (o pieno di buon senso) per stare col Pd o troppo onesto per stare con il Pdl. Né Pd né Pdl, ma Polo della Nazione.

Si configurava un esempio interessante: l’ex missino Fini a braccetto col democristiano Casini e l’ex radicale Rutelli, personalità che solo vent’anni fa erano in piazza a cantar le corna altrui. Tracce di repubblicani e liberali, nonché di autonomisti e ambientalisti non fanno altro che alimentare l’apporto di idee diverse alla causa.

Il problema, manco a dirlo, nasce su una delle questioni più spinose del mondo. Sull’etica. Ed è un guaio per la coerenza. Gianfranco Fini dimostra da anni una notevole apertura laica, che sembra essersi trascinato anche in Futuro e Libertà. Di parere nettamente contrario Casini, che, logicamente, da buon cristiano, ai temi etici ci tiene eccome.

Ora che in aula si discute di testamento biologico, lo scontro interno al Nuovo Polo per l’Italia sembra poter creare una crisi nel neonato progetto. La convergenza centripeta dell’alleanza rischia di implodere su questioni non squisitamente politiche, ma di grande impatto e la mancata presa di una posizione condivisa può portare previsioni distopiche.

Gli elettori potrebbero accorgersi di trovarsi di fronte a una bestia informe, dove ad unire è l’antiberlusconismo e le dichiarazioni di “alternatività” rispetto alle coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Una bestia multitentacolare che ha la faccia di alcuni governi e coalizioni di centrosinistra, dei quali potrebbe rivelarsi uno spettro.

Si rischia di andare verso un’alleanza ibrida, senza una linea condivisa né una leadership ferma. Troppe primedonne e pochi gregari, tutto e il contrario di tutto.

E di mostri informi in Italia ne abbiamo già troppi. Ma se sui temi etici si mettono in campo valori non negoziabili (da una parte e dall’altra), sul piano meramente elettorale qualcuno dalle belle prospettive potrebbe, per racimolare qualche manciata di voti, buttare al secchio i propri bei pensieri in nome del partitismo catch all.

Giuseppe Guarino

La grande truffa del Fini n’roll

C’era, nella seconda metà degli anni 70, una band che ebbe circa 4 anni di attività, ma il cui potenziale era destinato a protarsi per un periodo di tempo molto più lungo, tant’è che questa band è considerata la capostipite del punk. La band di cui parlo è quella dove militivano Johnny Rotten e Sid Vicious: i Sex Pistols. Malcom McLaren ne era il manager, che la creò praticamente dal nulla e, caso evidente ma eclatante, il tutto per lui fu soltanto un’ottima truffa: la grande truffa del Rock N’Roll.

Trasponendo la vicenda sul parlamento italiano, possiamo considerare come, per uno come Fini, sia stato comodo fare il “distaccato ma non troppo”. Critica l’operato del governo, ne denigra le azioni, esce dal PdL e fonda un nuovo partito, cerca nuove alleanze, minaccia la sfiducia. Ma poi vota molti provvedimenti dell’esecutivo, esclude il ribaltone, auspica un Berlusconi bis, ritratta sulle elezioni anticipate.

Ma quale gioco sta facendo? Qual è il suo obiettivo? Dare una svolta “pulita” al centrodestra italiano o darsi un ruolo da primadonna (anni di “spalla” di Berlusconi gli possono essere stati fatali, all’ombra del cavaliere che, più brillante e simpatico, ha sempre avuto il centro della scena)? Vuole creare una nuova alternativa o una brutta copia del PdL-style?

Ritornando all’esempio musicale, i Sex Pistols suonano ancora, ma i loro concerti non sono più quelli degli anni 70. Nel frattempo il pop-punk negli anni ’90, l’emo-punk nel ventunesimo secolo, gli hanno rubato la scena e poco importa se gli inventori del genere sono Rotten & co..

E’ quello che rischia Fini. Nuove realtà politiche nasceranno e supereranno la sua idea di Futuro e Libertà se essa non avrà possibilità di consolidarsi e farsi forza. E con il gioco subordinato al governo, di finta rottura, si avvierebbe perfettamente verso questa fine. Sarebbe la grande truffa del Fini n’roll. Ma ovviamente possiamo anche esserci sbagliati e Fini potrebbe avere davvero le migliori intenzioni. Si attendono sviluppi. Per ora la telenovela va avanti tra querele e tanti veleni. Della cui veridicità sapremo solo quando saremo stati già tutti truffati, in un modo o nell’altro.

Come cantava Johnny Rotten in “God Save The Queen” (1977, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols): There is no future […]. No future, no future for you, no future for me

Giuseppe Guarino

Non c’è futuro | nel sogno dell’Inghilterra | nessun futuro | nessun futuro per te | nessun futuro per me

Parlamento, casa della democrazia o mera formalità?

Si bloccano i lavori della Camera fino al giorno del voto di fiducia, il 14 dicembre. I parlamentari avranno una dozzina di giorni per ragionare sull’accordare o meno la fiducia all’esecutivo guidato da Berlusconi. E intanto arrivano le prime dichiarazioni.

Se dal Pd e dall’IdV non ci sono dubbi, qualcuno li solleva sul centro e su FLI. Casini ha ribadito il voto di sfiducia da parte del suo partito, sperando però di non doverci arrivare, auspicando le preventive dimissioni del premier. Bersani, dal canto suo, ripete che le elezioni anticipate con questa legge elettorale non sarebbero un granché e per lui bisogna andare verso un governo di responsabilità che la modifichi. Da vie traverse si parla di una possibile fiducia da parte dei sei deputati radicali se il governo volesse aprire sui temi a loro cari. La situazione sembra comunque molto simile a quella del 2008, agli ultimi atti di vita del governo Prodi e della XV legislatura.

L’impressione, da più parti arrivata, è che comunque il blocco del parlamento comporti una perdita del suo ruolo, somigliante a una vera e propria cessione di potere nei confronti dell’esecutivo. Bloccare i lavori dell’aula fino al voto di fiducia equivale a delegittimarlo del suo valore, ponendolo come mera formalità per l’esercizio senza scrupoli della volontà del Governo. Come affermato da Luigi Zanda (vicepresidente dei senatori del Pd), “è un atto di scadimento del Parlamento”.

Se già da più parti si accusano i partiti e i parlamentari di aver creato una piccola “oligarchia” (la famosa casta), se il parlamento dovesse rimanere soggetto alla volontà governativa in questo modo (in realtà dovrebbe essere, democraticamente e costituzionalmente, il contrario) rappresenterebbe una specie di “braccio legittimatore” dell’attività governativa, senza arte né parte. Ne sono prova già da diversi anni l’abuso di decreti legislativi e deleghe al governo, nonché dei decreti legge da emanare in occasioni d’emergenza che spesso si rivelano modalità “rapide” per porre in essere nuove norme e regole.

Si rischia così di andare verso la perdita della funzione base del Parlamento e la sua “chiusura a termine” appare un piccolo campanello d’allarme. Se, come pensa Di Pietro, la sicurezza ostentata da Bossi nell’affermare che “il 14 dicembre avremo tranquillamente la fiducia” dipende dalla compravendita dei voti dei parlamentari stessi, che in questi giorni di pausa avverrebbe da parte della maggioranza, ci troviamo davvero di fronte ad una deriva democratica, alla perdita d’identità del sistema fiduciario Parlamento-Governo.

Il Parlamento ha la funzione legislativa ed è il binario fiduciario del Governo, a esso superiore poiché espressione della volontà popolare e della democrazia diretta. Con un atto di forza quale la sfiducia, potrebbe rafforzare il suo ruolo e, forse, anche il suo prestigio. Sempre che non ci si metta di mezzo qualche allettante promessa di favore.

Giuseppe Guarino

Quante storie per un simbolo

La telenovela sul simbolo del Popolo della Libertà, che vede scambi di battute tra diversi personaggi politici di sponda FLI o PdL continua. Ne abbiamo sentite tante, prima Italo Bocchino contro Berlusconi, poi Paolo Bonaiuti contro Fini, insomma un vero e proprio polverone. Per un simbolo in comproprietà.

Verrebbe da chiedere a Gianfranco Fini per quale motivo non vuole che Berlusconi continui ad usare il simbolo del partito che si è creato tutto da solo ed in pochissimo tempo, e cosa ci troverebbe di utile in questo. Ne ha la titolarità, questo sì, ma migliaia di iscritti al partito, nonché di militanti o simpatizzanti oramai si rivedono in esso. Non sarà un simbolo storico, ma rappresenta un partito dal quale il Presidente della Camera si è distaccato e che, per amor di democrazia, dovrebbe lasciare a chi continua a far parte di quel progetto.

Forse l’intestazione a Fini volle essere, al tempo, una specie di caparra, di garanzia. Faccende personali. Se vogliamo che il confronto si svolga nel modo migliore, che ad ognuno venga riconosciuto il simbolo che gli appartiene,  il leader di Futuro e Libertà per l’Italia, dovrebbe fare quello che negli anni ’80 fece Marco Pannella: il simbolo del sole che ride, di proprietà dello storico leader radicale, fu donato al neonato movimento ambientalista che poi sarebbe diventato la Federazione dei Verdi.

L’azione di rivendica della proprietà del simbolo da parte di FLI, sembra però rappresentare una ripicca nei confronti del Governo, del PdL e di Berlusconi in persona, facendo perdere l’aria di “destra buona” che il costituente partito finiano stava rappresentando fino a questo momento. La rivendica somiglia più ad un’azione personale che un gesto politico.

Che poi al PdL in pochi temano la pericolosità di Fini, non c’è di che meravigliarsi. Un comunicatore come Berlusconi potrebbe essere capace di creare un nuovo partito con un nuovo simbolo in pochi giorni, rivelando agli occhi degli elettori di essere fermo e spavaldo nei confronti delle azioni e delle minacce del suo “concorrente di casa”.

In conclusione, il PdL deve democraticamente poter continuare ad utilizzare il proprio nome ed il proprio simbolo, poiché, con l’espulsione dal partito, a carico di Gianfranco Fini si presumerebbero solamente interessi volti alla denigrazione e all’odio politico, nonché alla vendetta. E non sarebbero certo punti a suo favore, un politico intelligente come lui dovrebbe capirlo e cambiare strategia, d’altronde secondo gli ultimi sondaggi FLI va a gonfie vele e sembra aver recuperato buona parte degli elettori che furono di AN, e, invece di tentare infruttuosamente a mettere fuori gioco il PdL, gli converrebbe un dialogo con gli elettori di quest’ultimo per portarli nella propria rete. Senza giochetti, né trucchi, né inganni.

Giuseppe Guarino