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US Vote History: 1936

1936

[Caffè News] Le misure del New Deal di F.D. Roosevelt si rivelarono estremamente popolari, soprattutto per via dei programmi di welfare come il Social Security Act e i sussidi di disoccupazione. Nelle elezioni di midterm del 1934 tale sentimento venne fuori, dato che i democratici ottennero un’ampia maggioranza in entrambe le camere del Congresso.

Tuttavia, all’interno dello stesso partito non c’era unità di visione sulle politiche del New Deal rooseveltiano. In particolare, faceva discutere il Social Security Act, che introduceva alcune tutele di base per poveri, emarginati e ammalati. Ad esso seguì il National Labor Relations Act, che garantiva ai lavoratori i diritti sindacali di base. La fazione dem più conservatrice fece capannello intorno ad Al Smith. Fu un errore: più i conservatori interni attaccavano Roosevelt, accusandolo di porre in essere politiche di natura socialista, più il Presidente riusciva ad isolarli e a lasciare che venissero identificati con gli interessi dei ricchi e dei proprietari terrieri.

Va da sé che, facendo leva sulla forte popolarità e sull’isolamento dell’opposizione interna, Roosevelt non dovette lottare molto per imporsi. Il suo unico oppositore durante le primarie fu l’ex schermidore Henry Skillman Breckinridge, che conquistò il solo New Jersey soprattutto grazie a problemi burocratici che minarono la candidatura di Roosevelt in quello stato. Negli altri stati, Breckinridge non andò oltre il 15% delle preferenze.

La convention del Partito Democratico ebbe luogo a Philadelphia dal 23 al 27 giugno e vedeva un cambio di regolamento voluto dal Presidente: per ottenere la nomination non sarebbe stata più necessaria una maggioranza di 2/3 ma una maggioranza semplice. In tal modo si sarebbe riusciti anche ad evitare che gli Stati del Sud ponessero di fatto veri e propri veti sulle candidature (specie su quelle più liberali o attente ai diritti civili), prolungando le operazioni di voto, come nei 103 scrutini del 1924.

Nel nostro caso, la clausola fu soverchia e arrivare al voto non fu nemmeno necessario: Roosevelt e Garner riottennero la nomination per acclamazione.

Dall’altro lato, con un partito nel caos e in costante declino, i Repubblicani si affollavano a presentare nomination per le primarie, ma soltanto due – il governatore del Kansas Alfred Landon e il senatore dell’Idaho William Borah – venivano considerati papabili. Ad essi si aggiungeva l’editore Frank Knox, che si impose solo nel New Hampshire. Tuttavia, alla convention giunsero solo Landon e Borah, sebbene solo il primo poteva contare sul sostegno della struttura di partito, che vedeva in lui le doti da centrista moderato, capace di ridurre le spaccature e magari risollevare le sorti del GOP. A sostegno di questa tesi, prima della convention, tutti i candidati di secondo piano si ritirarono dalla corsa per favorire la sua elezione.

Borah, al contrario di Landon, era un outsider. Spesso in posizione di contrasto con i vertici del partito, non mancava di lodare le politiche avversarie quando efficaci (lo aveva fatto spesso per quelle del New Deal). Il suo obiettivo era quello di riportare il Grand Old Party su posizioni progressiste (non a caso tra i suoi sostenitori c’era Robert M. La Follette Jr., figlio di Robert M. La Follette). I contrasti con Landon tuttavia non fecero che minarne l’immagine e lasciare a Borah solo le briciole. Alf Landon stravinse la convention di Cleveland del 9-12 giugno e si presentò al mondo come l’uomo che avrebbe sfidato F.D. Roosevelt. Al suo fianco, Frank Knox avrebbe corse come running mate.

Nei primi due mesi dopo la nomination, Landon rimase in assoluto silenzio, svelando così la propria incapacità comunicativa. Messo in difficoltà dalle buone politiche del New Deal, spesso appoggiate dagli stessi repubblicani, improntò la propria campagna elettorale sulla denuncia degli sprechi e dell’inefficienza di un sistema sociale, arrivando perfino ad accusare Roosevelt di corruzione. La sua campagna elettorale fu imperniata sullo slogan “Deeds… not deficits” (Fatti… non deficit).

Roosevelt, al contrario, nella propria campagna fece leva sul suo New Deal, potendo contare ormai sull’appoggio di un vasto aggregato sociale, che andava dalle classi più povere fino all’élite liberale: la New Deal Coalition cresceva e si espandeva. Con essa, la popolarità del presidente raggiungeva massimi altissimi e rendeva ormai certa la sua rielezione.

Così fu: il 3 novembre 46 stati su 48 si espressero per una sua riconferma, gli unici ad andare controcorrente furono Vermont e Maine. Cambiava anche un classico detto elettorale: “As Maine goes, so goes the nation” (Come va il Maine così va la nazione), che diventò scherzosamente “As Maine goes, so goes Vermont” (Come va il Maine così va il Vermont).

A Roosevelt andarono 27.752.648 voti (il 60,80%), contro i 16.681.862 (il 36,52%) di Landon. Il numero di grandi elettori vinto dal candidato democratico (523) fu il più alto nella storia fino a quel momento, mentre quelli di Landon (soltanto 8) furono il risultato peggiore insieme a quello di William Howard Taft nel 1912.

Il 1936 fu anche l’anno del primo sondaggio presidenziale condotto George Gallup tenendo conto di un campione elaborato statisticamente e non delle cartoline inviate volontariamente dai lettori, dimostrando la maggiore accuratezza del proprio metodo, che aveva previsto una vittoria di Roosevelt con un basso margine di differenza rispetto ai risultati reali.

Giuseppe Guarino

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