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US Vote History: 1932

19321

[Caffè News] L’era di prosperità prospettata da Hoover non venne. Anzi, la sua amministrazione si trovò a dover fronteggiare la Grande Depressione. Convinto assertore delle teorie di non intervento pubblico nelle questioni economiche, il Presidente in carica venne subito accusato di eccessivo laissez-faire nella gestione della Crisi del ‘29 e nei suoi strascichi. Al contrario, Hoover intuì la necessità di non abbandonare l’economia a sé stessa, negoziando più volte con gli imprenditori affinché non tagliassero personale né riducessero i salari. Alcuni studiosi, tra i quali l’anarco-libertariano Murray Rothbard, hanno poi sostenuto che addirittura Hoover sia stato l’avviatore del New Deal. Non è questa la sede per approfondire su tale dibattito, basti sapere che il Presidente repubblicano tentennò più volte tra politiche liberiste e pro-labour, finendo per imbarcarsi in una serie di atti controproducenti. Se da un lato favorì il rimpatrio degli immigrati messicani rimasti senza lavoro, dall’altro tentò di risollevare l’economia firmando (non senza riserve) lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che incrementò i dazi sulle importazioni per tentare di risollevare le sorti di fabbriche ed aziende agricole interne. Lo Smoot-Hawley Act in un primo momento sembrò funzionare, salvo poi rivelarsi un ennesimo fallimento, anche quando venne affiancato dal Revenue Act del 1932, considerato il maggior incremento fiscale in tempo di pace della storia. Le accuse di laissez-faire avrebbero cambiato verso durante la campagna elettorale successiva, quando i democratici sarebbero arrivati al punto di affibbiare ad Hoover l’etichetta di “socialista”.

Il Partito Repubblicano, in ogni caso, credeva che il protezionismo e le politiche fiscali aggressive portate avanti dall’amministrazione in carica fossero la ricetta vincente per superare la depressione. Esercitando uno stretto controllo sulla struttura partitica, dunque, Hoover non ebbe problemi ad ottenere una seconda nomination per il 1932. Si tennero diversi turni di caucus e primarie, ma il Presidente si trovò spesso a correre senza reali oppositori, salvo il Senatore del Maryland Joseph I. France. Addirittura, France vinse le primarie anche se con esse si andarono a scegliere soltanto 14 delegati. Ciò portò ad una Convention a senso unico, che consegnò ad Hoover una vittoria schiacciante (98.5% dei consensi dei delegati). L’evento, tenutosi a Chicago dal 14 al 16 giugno, non fu che una conferma della squadra presidenziale e anche il tentativo di presentare Coolidge prima come candidato presidente e poi come running mate fu fallimentare. Sia Hoover che Charles Curtis, dunque, si videro confermati senza problemi.

Dall’altro lato, durante il mese di maggio, le primarie dem avevano fatto emergere le figure del governatore dello stato di New York Franklin Delano Roosevelt, del Senatore dell’Illinos James Hamilton Lewis e dello speaker della House of Representants, John Nance Garner dal Texas. Infine, Al Smith tentò per la terza volta di seguito di ottenere la nomina.

A Chicago dal 27 giugno al 2 luglio, la Convention fu quindi anticipata da una vera e propria battaglia interna. J. Hamilton Lewis decise di ritirarsi dalla corsa, lasciando i propri delegati liberi di scegliere; si era infatti reso conto di un gioco messo in campo dal sindaco di Chicago Anton Cermark, che ne aveva favorito la candidatura in quanto intendeva usare i voti dei delegati dell’Illinois per mettere in difficoltà Roosevelt.

La sfida rimaneva dunque ristretta a Roosevelt, Smith e Garner. Essi rappresentavano tre fazioni contrapposte del Partito Democratico, sebbene Roosevelt sapeva di poter contare sulla maggioranza dei delegati e di diversi senatori di primo piano. Smith aveva invece dalla sua l’élite del partito e buona parte dell’organizzazione di New York City, oltre all’appoggio di Cermak. Infine, su Garner puntavano il magnate dell’informazione William Randolph Hearst, nonché i delegati californiani rimasti fedeli a William Gibbs McAdoo. Garner non fu mai realmente una minaccia, ma la sua importanza risiedeva nel fatto che poteva rappresentare una via di uscita in caso di una empasse tra Roosevelt e Smith.

I primi tre scrutini non diedero a Roosevelt la maggioranza di due terzi necessaria alla vittoria, bloccandolo sotto la quota di 683 voti (gliene sarebbero occorsi 770 per ottenere la nomination). Allo stesso modo, Smith restava fermo tra i 201.75 del primo scrutinio e i 190.25 del terzo, mentre Garner salì dal 90.25 a 101.25. Era dunque chiaro che Roosevelt aveva bisogno di un accordo con quest’ultimo per ottenere la nomination. Per un breve periodo emerse la figura di Newton D. Baker, ex Segretario della guerra, che avrebbe potuto rappresentare un candidato di compromesso tra Smith e Roosevelt. Il suo lavoro dietro le quinte fu però vano, in quanto Gibbs McAdoo annunciò il suo sostegno a Roosevelt. Fu subito chiaro che quest’ultimo avrebbe conquistato la nomination, concedendo a Garner il ruolo di running mate. Al quarto scrutinio, dunque, il risultato fu ufficiale: con 945 F.D. Roosevelt lanciò la propria corsa verso la Casa Bianca. Nell’accettare la nomination, pronunciò il suo celebre discorso: “mi impegno ad un new deal per il popolo americano. Questa è più di una campagna elettorale. È una chiamata alle armi!”

Il programma di Roosevelt si basava essenzialmente su una mobilitazione delle classi danneggiate dalla grande depressione, rifondando lo zoccolo duro del Partito Democratico: ai bianchi del Sud si affiancavano ora i lavoratori organizzati e i sindacati, le minoranze etniche e quelle religiose (in particolare ebrei e cattolici) e gli abitanti delle città. Pur non essendo celebre come alcuni suoi predecessori, riuscì a concentrare su di sé sia le simpatie del vecchio elettorato di Al Smith che di quello che aveva guardato a Gibbs McAdoo. Riuscì così a forgiare una vera e propria macchina da guerra, la New Deal Coalition, che avrebbe portato i donkeys ad un lungo periodo di supremazia. Roosevelt imputò ad Hoover le colpe della depressione e le evidenti difficoltà nel gestire la situazione e nel tentare di “tornare alla prosperità”. Quella di Hoover veniva accusata di essere l’amministrazione che, in tempo di pace, aveva speso e sprecato di più nella storia. Roosevelt si propose come un candidato di svolta, contrapposto al vecchio establishment del GOP e, al ritmo di Happy Days Are Here Again, condusse una acclamata campagna elettorale in tutto il paese. Le spese dell’amministrazione in carica, secondo la piattaforma dem, sarebbero state riviste grazie all’abolizione degli uffici superflui e delle funzioni di governo inutili. I temi del cattolicesimo di Smith, così come quello dei legami col Ku Klux Klan, passarono in secondo piano grazie al rassicurante protestantesimo di Roosevelt e al nuovo dibattito incentrato quasi esclusivamente sulla depressione. I democratici erano di nuovo uniti e sicuramente molto più forti di Hoover.

Quest’ultimo si trovava piuttosto solo all’interno del suo partito, che sembrava aver ereditato le spaccature appena superate dai dem. La divisione dei repubblicani era palese e diversi senatori finirono per supportare apertamente il candidato democratico.

Al contrario di quella del suo avversario, la campagna di Hoover fu disastrosa. Alla fine di luglio, lo scandalo Bonus Army ne aveva già minato l’immagine: alle proteste di decine di migliaia di veterani reduci dalla Grande Guerra che assediavano Washington chiedendo giustizia sociale, Hoover rispose inviando esercito e polizia, stroncando la manifestazione nel sangue.

Intenzionato dapprima a tenere una campagna di basso profilo, i sondaggi scoraggianti lo portarono a muoversi in maniera più capillare. Le sue accuse di vacuità nei confronti del programma di new deal promesso da Roosevelt non facevano tuttavia effetto sulla folla e in tutta la campagna fu spesso vittima di fischi e lancio di oggetti e più volte scampò a pazzi isolati che stavano progettando attentati nei suoi confronti.

Nessuna sorpresa dunque riguardo al risultato delle elezioni dell’8 novembre.

I democratici tornavano a vincere e con un ottimo distacco. A Roosevelt andò il 57.41% dei voti – quasi 23 milioni per un totale di 472 grandi elettori – contro le briciole di Hoover (39.65%, circa 16 milioni di voti, 59 grandi elettori). Tenendo conto di quello che era stato il risultato di Hoover nel 1928, un terzo dell’elettorato repubblicano aveva cambiato bandiera.

Fino a queste elezioni si era parlato di quarto sistema di partito, il Fourth Party System, che aveva visto i repubblicani dominare la scena politica sin dal 1896. Tale periodo, cominciato con quella che gli storici chiamano Progressive Era, aveva avuto le premesse per rivelarsi un’epoca di grande cambiamento socio-economico, nonché appunto di incontrastato progresso. I mostri della Prima Guerra Mondiale avevano minato ciò che il ventennio tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del novecento aveva costruito e la Grande Depressione non era stata altro che un colpo di grazia alla società americana prima ancora che al Partito Repubblicano. Con la vittoria di Roosevelt finiva ufficialmente il Fourth Party System ed iniziava l’era del New Deal.

Giuseppe Guarino

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