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US Vote History: 1928

1928

[Caffè News] Calvin Coolidge decise che si sarebbe ritirato al termine del mandato. La sua politica liberista e non interventista era compensata da un occhio ai diritti civili, in favore soprattutto di afro-americani e nativi. Si parlava di Coolidge Prosperity per indicare la forza economica raggiunta in quegli anni dagli States. Un’altra delle sue grandi vittorie arrivò in politica estera con il patto Kellog-Briand, storico documento internazionale di rinuncia alla guerra come strumento di politica estera, firmato dagli Stati Uniti e dalle maggiori potenze internazionali.

Nell’estate del 1927, dunque Silent Cal trasmise dalla sua residenza estiva in South Dakota un comunicato diventato celebre come “I do not choose to run” (“Io non ho scelto di correre”), nel quale rendeva pubblica la propria intenzione di non candidarsi per un ulteriore mandato alle Presidenziali del 1928. L’opinione pubblica americana restò stupita dell’annuncio, le cui ragioni non sono mai state rese pubbliche. C’è chi pensa fossero dovute alla paura di non essere riconfermato dalla convention repubblicana, chi che rivolesse una vita privata. Le due ipotesi, per quanto plausibili, furono coperte dal Grand Old Party che, durante la successiva convention e poi in campagna elettorale, decise di insistere su una – non si sa se reale o millantata – volontà di Coolidge di rispettare la tradizione dei due mandati.

Primarie e Caucus, dunque, si svolsero in tredici stati, facendo emergere tre figure: il Segretario al Commercio Herbert Hoover, l’ex governatore dell’Illinois Frank Orren Lowden e Charles Curtis, leader repubblicano al Senato.

La convention si tenne a Kansas City dal 12 al 15 giugno e, sebbene fosse spuntato un piccolo movimento che chiedeva di far correre Coolidge per un terzo mandato (il draft Coolidge movement), apparve sin da subito chiara la supremazia di Hoover. Nei suoi confronti, il Presidente in carica non nutriva particolari simpatie ma – sebbene riluttante – alla fine decise di non mettersi di traverso e di favorire l’unità del partito intorno alla sua figura. Popolarità, visibilità e appoggio di stampa ed élite di partito fecero il resto e Hoover ottenne la nomination al primo scrutinio. Nel suo discorso di investitura si espresse con ottimismo: “We in America today are nearer to the final triumph over poverty ever before in the history of any land” (“Noi oggi in America siamo più vicini al trionfo finale sulla povertà come mai prima nella storia di qualunque nazione”).

Per la vice-presidenza pareva scontata una ricandidatura di Charles G. Dawes. Su di lui, tuttavia, Coolidge si espresse chiaramente, etichettando come un “affronto personale” una eventuale nomination di Dawes come running mate di Hoover. La convention, dunque, preferì virare su Curtis, la cui personalità irreprensibile sembrava poter dare una miglior immagine al partito e alla campagna repubblicana.

La convention democratica, invece, si tenne a Houston, in Texas, dal 26 al 28 giugno, per la prima volta in una città del Sud dopo la fine della guerra civile. Gli echi dello scandalo Teapot Dome avevano escluso a priori molte figure eminenti del partito, tra le quali Gibbs McAdoo, riportando alla ribalta il suo acerrimo avversario Al Smith. Sebbene contrastato da diversi avversari all’interno dello stesso partito, Smith stravinse la convention, diventando il primo cattolico romano ad ottenere una nomination presidenziale per uno dei due partiti principali. Per compensare, alla vice-presidenza fu candidato Joseph Taylor Robinson, espressione dell’ala dem opposta a Smith. Tuttavia, la fede religiosa di Smith sarebbe presto diventata un problema, con gli avversari politici (anche interni) che paventavano una sottomissione al papato in caso di una sua vittoria.

L’anti-cattolicesimo dominò dunque la campagna elettorale, in quanto i valori della Chiesa Romana venivano spesso considerati anti-americani ed alieni alla cultura statunitense, tanto è vero che diversi religiosi protestanti si schierarono apertamente contro Smith. Inoltre, la ferma opposizione di Smith nei confronti del proibizionismo contribuì ad alienargli le simpatie più puritane. Infine, soprattutto nel Sud, si diffusero voci riguardo una sua tendenza anti-segregazionista, portando per la prima volta il Partito Democratico a trovarsi in una certa difficoltà negli stati meridionali.

La campagna di Hoover, d’altro canto, economicamente non si distanziava molto da quella del suo avversario. Entrambi i programmi erano pro-business e promotori di efficienza e prosperità. Entrambi, poi, promettevano di migliorare le condizioni degli operai e di mantenere una politica internazionale isolazionista.

Rimanevano dunque le “tre P”, quelle che secondo Frederick William Wile sconfissero Smith: Proibizionismo, Pregiudizio e Prosperità. Tre timori che riuscivano a fare breccia nell’opinione pubblica che, se da un lato si crogiolava nel benessere della Coolidge Prosperity – idealizzandolo nelle amministrazioni repubblicane – dall’altro guardava con sospetto il cattolicesimo del candidato democratico e i suoi vaneggiamenti anti-proibizionisti. Inoltre, Smith era malvisto dalle classi rurali, che ne disprezzavano i modi e l’accento cittadino.

Il 6 novembre Hoover vinse dunque per 21 milioni e 400 mila voti contro i 15 milioni di Smith, raggiungendo il massimo storico mai raggiunto da un candidato repubblicano in tutti gli Stati tranne Rhode Island, Iowa, North Dakota, South Carolina e Tennessee. Il Solid South, roccaforte democratica, vide per la prima volta un segnale di rovesciamento di fronte.

Smith si era guadagnato ovviamente il supporto del mondo cattolico americano, specie da parte degli immigrati italiani ed irlandesi, imponendosi nelle città e in Stati altrimenti tradizionalmente repubblicani come Massachusetts e Rhode Island. Ma, d’altro canto, gli appelli di Hoover agli elettori bianchi del Sud portarono il GOP ad espugnare le roccaforti dem di Florida, North Carolina, Virginia, Tennessee e, prima volta per un repubblicano, Texas. La Lily-White Southern Strategy (Strategia sudista del giglio bianco) resuscitò il partito Repubblicano negli Stati Meridionali, mettendo a lato buona parte degli esponenti neri per favorire la presa sul tradizionale elettorato democratico. Fu un momento di rottura e, per la prima volta, il movimento per i diritti civili provò a cercare sostegno tra le fila dem.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Caffè News il 25 agosto 2016

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