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US Vote History: 1924

1924[1]

[Caffè News] William Harding morì il 2 agosto 1923, portando quindi Calvin Coolidge alla Casa Bianca. Nonostante il vice-presidente abbia tradizionalmente funzioni meramente rappresentative o formali, sin dall’inizio del mandato Harding aveva coinvolto Coolidge in prima persona alle riunioni di gabinetto. Conosciuto con il nomignolo di “Silent Cal”, Coolidge era schivo e di poche parole, alimentando così una certa solennità intorno alla propria immagine.

Dopo la morte di Harding, Coolidge non diede alcuna connotazione particolare alla propria presidenza, mantenendo il proprio basso profilo e scegliendo di non rimuovere gli uomini scelti dal suo predecessore, nemmeno quando alcuni di essi vennero toccati da alcuni scandali di corruzione, su tutti il Teapot Dome. Secondo Coolidge, per i collaboratori selezionati dal defunto presidente, andava applicata una presunzione di innocenza, almeno fino al successivo termine elettorale. Allo stesso modo, si fece anche continuatore delle politiche di Harding, specie per le restrizioni all’immigrazione.

Si arrivò così alla Convention Repubblicana di Cleveland, Ohio, tenutasi dal 10 al 12 giugno 1924. Solo 17 Stati avevano tenuto delle elezioni primarie, dando al Presidente in carica un ampio vantaggio e una fiducia pressoché imbattibile.

I due avversari di Coolidge furono Hiram Johnson, ex governatore e ora senatore della California già tra i candidati alle primarie del 1920; e Robert M. LaFollette, senatore del Wisconsin. Come nelle precedenti primarie, non ci fu partita e Coolidge poté contare su una maggioranza schiacciante di delegati (96%). Tuttavia, la minaccia di Johnson aveva portato il Presidente a mettersi su una posizione a metà strada tra il liberalismo e il reazionarismo, tessendo una rete di alleanze con i principali senatori e governatori repubblicani. Inoltre, per ridurre la popolarità di Johnson tra le classi agricole, Coolidge aveva effettuato delle riforme last-minute sul prezzo del grano e istituito nuove forme di prestito agricolo.

Data per scontata la nomina di Coolidge, le maggiori attenzioni della Convention erano tutte sulla scelta del candidato vice-presidente. Silent Cal avrebbe preferito William E. Borah, irreprensibile senatore dell’Idaho, che però declinò l’offerta. Il voto dei delegati si diresse allora su Frank Orren Lowden che, dopo essere stato nominato, rifiutò la candidatura. Fu la prima volta nella storia che un candidato decise di non correre per la vice-presidenza dopo essere stato formalmente nominato. La sfida si restrinse allora al Segretario per il Commercio Herbert Hoover e al generale Charles G. Dawes. Coolidge diede il suo appoggio diretto al primo, causando un certo attrito con l’assemblea dei delegati, che non riteneva Hoover abbastanza popolare e, rifiutando il dominio che il Presidente stava esercitando sul partito, elesse così Dawes al terzo scrutinio.

La sfida per le primarie dei Democratici, invece, si tenne in un clima piuttosto teso. Si votò in soli 12 stati, lasciando la maggioranza delle incombenze ai caucus e alle convention statali, togliendo dunque rilevanza a quelli che sarebbero stati i risultati.

Il Partito Democratico veniva da una sonora sconfitta alle Presidenziali del 1920, ma le consultazioni di mid-term del 1922 avevano visto un buon recupero in entrambe le camere del Congresso, nonostante i repubblicani mantenessero la maggioranza. Pertanto, i dem speravano che un candidato popolare avrebbe potuto riportarli alla Casa Bianca. Con lo scandalo Teapot Dome tale convinzione crebbe, almeno fino a che non cominciarono ad essere rivelati episodi di corruzione anche tra le file del Partito Democratico. Con la morte di Harding gli effetti dello scandalo furono smussati da Coolidge, la cui aura di uomo schivo e silenzioso da un lato ne minava l’appeal, ma dall’altro faceva in modo che la sua fama di uomo onesto e incorruttibile aumentasse.

L’uomo più in vista del Partito Democratico, a questo punto, era William Gibbs McAdoo. La sua autorità era però minata dal rapporto con il petroliere californiano Edward L. Doheny, che ne finanziò la campagna in cambio della promessa di facilitare le importazioni di petrolio dal Messico. I membri più autorevoli del partito trovavano inopportuna tale connessione e talvolta arrivarono addirittura a chiedere il ritiro della sua candidatura. Ma il problema maggiore divenne l’endorsement del Ku Klux Klan, mai smentito da McAdoo e che portò molti dem ancora convinti dell’onestà del candidato a ritirare il proprio supporto.

Tuttavia, tali problemi non minarono più di tanto la sua campagna per le primarie, dove ottenne una maggioranza schiacciante di 9 contest su 12, grazie soprattutto al supporto e all’impegno dei candidati locali. I nodi, tuttavia, sarebbero presto venuti al pettine durante la Convention.

Questa si tenne dal 24 al 12 giugno del 1924, causando sin dal principio dei problemi per via della partecipazione diretta del Ku Klux Klan. La tensione tra i delegati pro-Klan e quelli contro aumentò di giorno in giorno, specie per la opposizione dei primi alla candidatura del governatore di New York Alfred Smith, contrastato perché di fede cattolica romana. I delegati anti-Klan, guidati da Joseph Forney Johnston, chiesero una votazione per condannare l’organizzazione ma ottennero una sconfitta in seguito alla quale migliaia di uomini incappucciati si riunirono in New Jersey per una dimostrazione intimidatoria nei confronti di afro-americani e cattolici: il “Klanblake”.

Il “papista” Al Smith diventò così il candidato anti-Klan. Uomo di fiducia di Franklin D. Roosevelt, si espresse in maniera accesa contro le violenze dell’organizzazione razzista, facendosi promotore dei diritti civili.

Il partito era dunque essenzialmente spaccato in due tra Smith e McAdoo, con un’altra miriade di candidati di secondo piano, tra i quali l’ex candidato presidente James M. Cox. Le cose furono chiare sin dal primo scrutinio: l’assemblea si trovava di fronte ad una empasse impossibile da superare senza il ritiro dei due candidati di primo piano. Alcune delegazioni scelsero di dar vita a manovre tattiche, mostrando i denti virando su altri candidati o, addirittura, cambiando bandiera di volta in volta. Andò da sé che la votazione proseguì ad oltranza, portando i candidati secondari a non ritirarsi, in quanto sembrava ormai chiaro che nessuno tra Smith e McAdoo sarebbe riuscito ad ottenere la nomination.

Si arrivò dunque allo scrutinio numero 103, quando Smith e McAdoo, incapaci di trovare un compromesso, si ritirarono lasciando spazio a John W. Davis, che ottenne l’endorsment degli smithiani in seguito alla denuncia del Ku Klux Klan, ma che rappresentava comunque una via di mezzo tra i due contendenti

Dopo la definizione delle candidature di democratici e repubblicani, anche nella corsa del 1924 partecipò un nuovo partito, fondato da Robert M. LaFollette per correre come Presidente dopo la sconfitta alle primarie del Grand Old Party. LaFollette creò quindi un nuovo Progressive Party, che non aveva nulla a che vedere con quello fondato da Theodore Roosevelt nel 1912. Anzi, del Bull Moose Party LaFollette era stato uno strenuo oppositore.

Il nuovo Progressive non corse per altri uffici oltre alla Presidenza e alla Vice-Presidenza (candidatura affidata a Burton K. Wheeler, già senatore democratico del Montana) ed ottenne l’endorsement del Partito Socialista Americano, della American Federation of Labor e di altre sigle a sostegno dei lavoratori, soprattutto per la promessa di rendere pubbliche le ferrovie e le infrastrutture elettriche, oltre che per una campagna assolutamente pacifista e anti-imperialista.

Tuttavia, il terzo contendente non spaventava affatto i repubblicani che, forti della cattiva gestione della Convention democratica, erano certi di rimanere alla Casa Bianca. Basando la campagna sullo slogan “Keep Cool with Coolidge”, il Presidente andò vicino a ripetere il risultato che Harding aveva raggiunto quattro anni prima. Il 4 novembre, infatti, le urne gli sorrisero dandogli uno stacco di 25.22 punti percentuali rispetto a Davis (54.04% contro i 28.82% del candidato dem) e una schiacciante maggioranza in termini di voti elettorali (382 contro 136). LaFollette si fermò al 16.61%, conquistando i soli grandi elettori del Wisconsin, suo stato d’origine. L’appeal di quest’ultimo portò entrambi i partiti maggiori ad un leggero calo rispetto al 1920. Con il 28.82%, quello di Davis fu il risultato più basso mai raggiunto dal Partito Democratico.

Calvin Coolidge aveva condotto una campagna elettorale pacata, senza invettive nei confronti degli avversari, soprattutto per via della morte di suo figlio. La maggior parte dei suoi discorsi – spesso diffusi radiofonicamente – si basarono su argomenti teorici piuttosto che azioni concrete. Tale pacatezza pagò, regalando ai repubblicani tutti gli stati al di fuori di quelli del sud e del Wisconsin e consentendo a Coolidge di prolungare la propria permanenza a Washington fino al 1928.

Giuseppe Guarino

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