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US Vote History: 1920

1920

[Caffè News] Nel 1920 Wilson, affetto da problemi di salute, finì per non correre per un terzo mandato. In ogni caso, i democratici arrivarono alle presidenziali con le ossa rotta soprattutto perché, dopo l’entrata in guerra, le elezioni di mid-term del 1918 avevano dato una netta vittoria ai repubblicani, che erano in maggioranza in entrambe le Camere del Congresso.

Una disorganizzata smobilitazione post-guerra non aveva aiutato l’economia americana, specie per quanto riguardava industria e terreni agricoli. Lo stesso staff presidenziale appariva in difficoltà e il fallimento di Wilson si fece palese, specie se si andavano ad osservare gli sviluppi della Società delle Nazioni che, da lui fortemente voluta, era oramai destinata alla disfatta più totale.

Nell’ottobre del 1919, dopo la fine dei negoziati di Versailles, Wilson fu inoltre colpito da un ictus che ne paralizzò completamente il lato sinistro ma, nell’imbarazzo totale di famiglia e staff, la sua condizione venne tenuta segreta fino al febbraio dell’anno successivo, quando egli ricominciò a partecipare alle riunioni di gabinetto. La sua impossibilità a ricandidarsi era però ormai un dato di fatto.

Nel Partito Democratico si prese atto di questa impossibilità nell’andare a scegliere il suo successore. Il vice-presidente Thomas R. Marshall era stato uno dei nomi più accreditati ma, da un lato i fallimenti della seconda amministrazione Wilson e dall’altro una cattiva gestione del periodo di assenza del Presidente ne minarono e distrussero la credibilità.

William Gibbs McAdoo, genero di Wilson ed ex Segretario del Tesoro, a questo punto appariva il candidato più probabile, se non fosse stato per il veto di suo suocero. Convinto di bloccare la Convention con questo gioco politico, infatti, Wilson sperava ancora di poter correre per un terzo mandato.

Tra il 28 giugno e il 6 luglio, la Convention dem di San Francisco nominò formalmente James M. Cox, proprietario di un gruppo editoriale e governatore dell’Ohio, preferendolo a Gibbs McAdoo e ad Alexander Mitchell Palmer, a capo del Dipartimento della Giustizia.

Rispetto ai suoi rivali, Cox non sembrava destinato a conquistare la nomination. Meno conosciuto degli altri, la sua figura riuscì ad imporsi soprattutto grazie ai contrasti interni al partito, alimentati dai wilsonisti. Le stesse primarie erano state vinte con maggioranza relativa da Mitchell Palmer per una manciata di voti, mentre Gibbs McAdoo era riuscito ad imporsi in 4 contest su 9.

Curioso anche il caso del candidato alla vicepresidenza, Franklin Delano Roosevelt, nominato per acclamazione su indicazione dell’establishment del partito, che si sarebbe così assicurato un presenza più marcata nella futura amministrazione.

I Repubblicani si erano invece già espressi dall’8 giugno al 12 giugno, in Convention a Chicago e, almeno all’inizio, la sfida si era prospettata come veramente aperta. Dopo le elezioni di midterm e il riassorbimento della frangia progressista, si era immaginato di far correre Theodore Roosevelt per un terzo mandato, ma la sua morte, nel gennaio 1919, lo impedì.

Tra i più papabili figurava quindi il generale Leonard Wood, già capo di stato maggiore dell’esercito e governatore militare di Cuba. Wood era considerato l’erede naturale di Roosevelt, sulla cui aura di autorevolezza poteva contare. Le primarie (in soli 16 stati) gli furono abbastanza favorevoli, dato che raggiunse il 22.3% dei delegati e si posizionò dietro Hiram Johnson, al 30.3%. Anche quest’ultimo era stato molto legato a Roosevelt. Candidato vice-presidente per il Partito Progressista nel 1912, sembrava dovesse diventarne il leader naturale. I cattivi risultati che i progressive avevano ottenuto fin dal 1916 ebbero però un certo rilievo e Johnson scelse di non revitalizzare il Bull Moose Party, facendo ritorno come molti alla base repubblicana. Il suo buon risultato alle primarie fu ottenuto nonostante il palese appoggio dei Roosevelt a Wood.

Il terzo nome più in vista tra le file del Grand Old Party era quello di Frank Orren Lowden, governatore dell’Illinois. A differenza di Wood e Johnson, Lowden aveva condotto una campagna dispendiosa ma assolutamente infruttuosa.

Infine Warren G. Harding, senatore dell’Ohio. Il suo punto di forza, in seno alla convention, stava nell’essere un repubblicano duro e puro, che non aveva preso parte alla scissione progressista e risultava quindi molto gradito alla vecchia guardia del partito. La sua linea strategica fu portata avanti da Harry M. Daugherty che, convinto che fosse impossibile il raggiungimento di una maggioranza da parte degli altri candidati, lavorò alacremente affinché il suo candidato si imponesse in Ohio. Gli sforzi furono fruttuosi e, sebbene il risultato delle primarie fosse stato misero (un 4.5% totale), bastò a tenere Harding a galla.

La Convention repubblicana fu infatti un lavoro lento e logorante. Wood, Johnson e Lowden rimanevano in testa e i contrasti tra essi erano troppo forti per poter pervenire ad un accordo. Nella notte tra l’11 e il 12 giugno (conosciuta come the night of smoke-filled room) i diversi leader repubblicani si accordarono su un candidato di compromesso. Accettabile sia dall’ala progressista che da quella conservatrice, la figura di Harding salì di colpo negli ultimi due scrutinii, imponendosi nel decimo. A Johnson fu quindi proposta la vice presidenza ma, dopo il suo rifiuto, la scelta di Harding cadde su Irvine Lenroot, Senatore del Wisconsin. Tuttavia, i delegati si espressero in maniera differente, nominando Calvin Coolidge, governatore del Massachussets.

Entrambi i partiti avevano dunque optato per due dark horse, ossia candidati poco conosciuti – tra l’altro provenienti dallo stesso Stato ed entrambi proprietari di gruppi editoriali – impostisi in seguito a mediazioni e giochi politici, superando la concorrenza di personaggi ben più noti e affermati.

Al di là degli esiti della consultazione elettorale, il 1920 avrebbe in ogni caso rappresentato una data storica per gli Stati Uniti. Fu infatti la prima elezione presidenziale ad aver luogo dopo la ratifica del XIX emendamento, che allargava alle donne il diritto di voto in tutti i 48 stati (nel 1916 solo 30 stati avevano già eliminato tale disparità).

Durante la campagna elettorale, Harding ignorò totalmente Cox, preferendo incentrare le proprie (poche) invettive su Wilson, chiedendo un agognato “ritorno alla normalità”, ossia alla situazione ante-guerra. Fu la principale leva del suo futuro successo, dato che le responsabilità che gli Stati Uniti si erano accollati partecipando alla Prima Guerra Mondiale con i trattati di Versailles e la Società delle Nazioni ricadevano interamente su Wilson e quindi sul Partito Democratico, sul quale si rifletteva l’impopolarità dell’interventismo americano. Lo stesso Presidente in carica aveva etichettato le elezioni del 1920 come un “grande e solenne referendum” sulla Società delle Nazioni, dando alla tornata elettorale una connotazione estremamente personale, mettendo in difficoltà Cox e permettendo ad Harding di insistere su altre forme di collaborazione internazionale che prescindessero da un’organizzazione sovrastatale.

Avendo vinto le elezioni del 1916 con slogan fortemente neutralisti, Wilson si era inoltre alienato le simpatie di gran parte dell’elettorato di origine tedesca ed irlandese: i primi non avevano apprezzato l’entrata in guerra contro la Germania, i secondi erano contrari all’alleanza con la Gran Bretagna all’indomani della soppressione della rivolta di Pasqua del 1916. Lo strappo con gli americani d’origine irlandese fu molto forte, soprattutto in virtù del fatto che Wilson si era impegnato nel favorire l’indipendenza dell’Eire, per poi rimangiarsi la promessa per non creare attrito con gli alleati britannici.

In ogni caso, la campagna di Harding rimase sottotono, basandosi solo su qualche mirato comizio e sullo slogan “America First”. Al contrario, Cox e F.D. Roosevelt organizzarono un tour capillare ma dall’andamento incerto e zoppicante. Harding evitò così di commettere errori, accrescendo la sua forza: l’America non aveva bisogno di altri Wilson – diceva – ma di un Presidente “vicino alle persone normali”. Cionondimeno, nella sua campagna furono utilizzati strumenti innovativi: cinegiornali, registrazioni audio, fotografie insieme ai supporter, telefonate promozionali.

Si andò al voto il 2 novembre. L’estensione del diritto di voto alla popolazione femminile permise un incremento enorme dell’affluenza, che toccò il picco di 26.8 milioni di votanti dai 18.5 milioni del 1916.

Harding si impose in maniera massiccia. Vinse in 37 stati con una percentuale del 60.3%, contro gli 11 stati e il 34.2% di Cox. Fu una sconfitta pesante per il wilsonismo e tutto quello che aveva provato a costruire.

Per la prima volta i repubblicani vinsero in Arizona, New Mexico e Oklahoma, mentre i democratici si imposero soltanto negli stati del Sud e in parte della Costa Est. Cox subì una sconfitta scottante ma la campagna elettorale sorrise al suo running mate F.D. Roosevelt, che da quel momento divenne una figura politica di primo piano ed un affermato leader carismatico, tanto che nel 1928 sarebbe stato eletto governatore dello stato di New York.

Giuseppe Guarino

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