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Pillole (di follia quotidiana) di Lidia Del Gaudio

coverlidia

[Caffè News] Oggi andremo a parlare di Pillole (di follia quotidiana), una raccolta di racconti edita dalla casa editrice I Sognatori nel 2015. Lo potete acquistare sul sito dell’editore (QUI, dove è presente anche un copioso saggio gratuito).

Veniamo a noi. Sono stato ad una presentazione di questo libro, che inizialmente credevo legato al mondo dell’igiene mentale e a qualche psicofarmaco in compresse dal particolare effetto innovativo o allucinogeno o chissà che. A conferma di questa mia teoria, il relatore principale di quella presentazione era un noto medico della zona. Sbagliavo di grosso.

Pillole (di follia quotidiana) perché si tratta di racconti tratteggiati in maniera leggera ma non superficiale, zeppi di citazioni cinematografiche. Prima ti coinvolgono e poi ti prendono a mazzate, facendoti capire lo sguardo allucinato in copertina (tra l’altro dell’ottima artista Francesca Santamaria).

Eppure i presupposti sono semplici. Un pensionato col pallino della raccolta differenziata che non sopporta la monnezza gettata per strada. Un sindacalista che ricorda molto il protagonista di Canzonenoznac di Roberto Vecchioni. Un ragazzo che si risveglia in una sala operatoria dove due medici hanno intenzione di segargli le gambe. Un nuovo sistema di stato sociale basato sulle sale bingo per anziani. Un sicario annoiato che ritrova l’amore della sua gioventù. Un flemmatico figlio dei figli dei fiori. Una avventura domestica ambientata su Facebook. Una supermodella così perfetta da essere la più bella. Marilyn Monroe in fila alle poste per inviare un mazzo di raccomandate. Una donna che resta chiusa in un centro commerciale dove farà un’amicizia piuttosto insolita.

Ora, provate a sviluppare questi spunti. Qualunque cosa possa venirvi in mente sarà sbagliata. Perché – SBAM! – Lidia Del Gaudio riuscirà a sorprendervi, magari a farvi sentire un po’ stupidi. Talvolta a farvi fare una risata. Di gusto ma amara.

Fateci caso, c’è chi il caffè lo prende senza zucchero e lo ama più di chi lo avvelena col saccarosio. Perché l’amaro fa bene, specie quando è scritto bene e con ironia.

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