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Il guazzabuglio spagnolo, l’Italicum, il settarismo e le regole del parlamentarismo

renzi sanchez

quadrifoglio miniSe una cosa insegnano le elezioni spagnole è che esistono poche regole affinché un sistema politico funzioni. E questo a seconda del suo assetto istituzionale e della legge elettorale.

In Spagna, ad esempio, siamo di fronte al trionfo del parlamentarismo. Della rappresentanza, della mediazione. Della proporzionalità. Grazie anche a sistemi elettorali che hanno prodotto e produrranno governi necessariamente di coalizione.

Perché, a differenza di quanto vadano predicando certi intelligentoni pentastellati che blaterano di “inciucio” ogni santo giorno, l’essenza del parlamentarismo e dei sistemi elettorali proporzionali sta tutta qui.

In Italia ci si è governato per più di quarant’anni, sperimentando diverse soluzioni che avevano come perno la Democrazia Cristiana. Monocolori, centrismi, centri-sinistra, compromessi storici e pentapartiti. Tutti termini ormai desueti, ma simbolo di quella che era l’essenza stessa della rappresentanza.

Poi, col maggioritario corretto proporzionalmente (il Mattarellum) si tentò di coniugare rappresentatività e governabilità. Senza però operare i necessari correttivi costituzionali. Si è data così vita al governo più stabile e duraturo di sempre (il Berlusconi II), ma anche a crisi e ribaltoni dovute alla presenza delle coalizioni elettorali e che hanno avuto come protagonisti personaggi come Bossi, Bertinotti e Mastella. Ciò dimostra che una repubblica parlamentare può avere anche un sistema uninominale maggioritario, ma non è detto che non possano verificarsi cambiamenti di coalizioni e Presidenti del Consiglio. Ci siamo illusi che col Mattarellum potesse non essere così grazie a Berlusconi, leader carismatico e insostituibile del centro-destra di allora. Quando perdette l’appoggio di Bossi, nel 1994, Silvio andò a casa lasciando spazio a Dini e a una nuova maggioranza. Non andò meglio ai governi di centro-sinistra, che tra il 1995 e il 2001 furono ben 5 (Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II) e con maggioranze sempre diverse.

Il porcellum, poi, fu un capovaloro di tecnicismo macchinoso e dannoso. Creato per mettere i bastoni tra le ruote alla seconda corsa di Prodi verso Palazzo Chigi, era un ibrido che non garantiva né rappresentatività né governabilità. Riusciva a creare due maggioranze diverse a Camera e Senato senza intervenire sul bicameralismo perfetto, rendendo dunque necessario il ricorso ad alleanze post-elettorali. Non c’è dunque da stupirsi che sia stato il sistema delle larghe intese. Su 5 governi avuti in carica dall’introduzione della legge Calderoli, ben 3 sono stati frutto di intese più o meno larghe (Monti, Letta, Renzi), mentre gli altri due hanno avuto vita piuttosto breve o quantomeno travagliata.

Vittima per eccellenza del porcellum è stato Pierluigi Bersani. Grazie al fuoco congiunto del settarismo del Movimento 5 Stelle, del “non facciamo accordi con nessuno”, del “niente inciuci” che hanno poi favorito di fatto gli accordi Pd-Berlusconi. Perché, come già accennato, nei sistemi parlamentari qualora manchi una maggioranza netta e definita c’è la necessità di ricorrere ad accordi post-elettorali. Lo dimostra, oggi, il caso spagnolo che col guazzabuglio della fine del bipartitismo si trova per la prima volta di fronte a vaste e inesplorate possibilità. Lo ha dimostrato lo stallo portoghese, dove si è formato un già scricchiolante governo di sinistra dopo incessanti trattative e nonostante la vittoria relativa del centrodestra. Lo ha dimostrato la Grecia, dove senza la destra di Anel, Tsipras non avrebbe i numeri per governare.

Torniamo a casa. Renzi e la Boschi esultano dicendo che, con l’Italicum, situazioni come quella iberica non potranno più presentarsi. Almeno in Italia. E questo è vero. Ma con qualche nota.

L’Italicum forma una maggioranza netta e dà l’impressione di scegliere direttamente il Presidente del Consiglio. Nonostante la parallela riforma costituzionale elimini il bicameralismo perfetto facilitando la governabilità, l’Italia resta una Repubblica Parlamentare. Quindi, qualora tramite un ribaltone il Parlamento faccia fuori il Presidente del Consiglio uscito vincitore dal ballottaggio, nulla vieta di fare un nuovo Governo, con nuovo premier, nuova maggioranza e senza tornare a votare. Come succede tuttoggi.

Inoltre, si ammazza la rappresentanza. Non per difetto, ma per eccesso. Infatti, nonostante una soglia di sbarramento relativamente bassa (3%), è chiaro che l’arrivo al ballottaggio di due liste stimate intorno al 20-30% finirebbe per sovrastimarne l’importanza. Ma queste sono le regole del doppio turno, da sempre dominanti in terra francese, sebbene spalmate su un sistema semi-presidenziale.

Risposta definitiva, purtroppo, non c’è. Il decisionismo dei maggioritari contrasta nettamente con la rappresentanza dei proporzionali. Averle entrambe ai massimi livelli, rappresentanza e governabilità, è difficile. Nel mezzo restano solo tante combinazioni più o meno sbilanciate o funzionanti.

Giuseppe Guarino

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