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The War is not over

The-War-Is-Not-Over-cover-300x300[1][Caffè News] Non è la prima volta che parliamo di Mike 3rd, prolifico artista a cui piace l’esplorazione. Attivo sia in alcune Band che come solista, oggi vi presentiamo il suo nuovo disco War is not over, seguito sanguigno di In the Woods.

Storie diversi, generi diversi. War is not over omaggia la memoria delle vittime di tutte le guerre, d’ogni tipo, nell’anno dell’anniversario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Pubblicato con il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Carmignano di Brenta (PD), il disco è un lungo fiume di ventuno brani, intervallati da dieci marce, che fanno da inserti strumentali. Pause interessanti e mai spicciole, di lunghezza variabile.

C’è veramente tanto da ascoltare. Molto ispirato, l’album si apre con Into the Twilight – Pt. 1. Riflessiva. Filosofica. A tratti psichedelica. È una traccia stupefacente, che scortica la corteccia del disco precedente, facendone esplodere l’anima. Siamo di fronte a qualcosa di nuovo, che s’illumina e si nutre della linfa dei lavori passati, facendo mille volte meglio. E, in più, c’è un ospite d’eccezione: Tony Levin. Un bassista che può vantare un grande passato al fianco di James Taylor, King Crimson, John Lennon, Peter Gabriel, David Bowie e tanti altri.

Black Sun raccoglie il testimone lanciato dalla traccia precedente. Inscatola i suoni, li ovatta. Ha un che da apocalisse post-nucleare, da paesaggio devastato dal passaggio delle truppe. Eppure suona, procede dolorante. Segue un divertente funky blues, Night with a Thousand Furry Animals, accompagnata dal ritmo del batterista tedesco Benny Greb. Ricca di incursioni, riesce a penetrare nell’anima raggiungendo un’aria quasi orchestrale. Da operetta morale a marcia militare.

Lost avrebbe tutti i canoni del revival prog, assumendo toni da suite nella durata di una canzone. Procede a profilo basso per quasi due minuti, dopodiché si accaparra l’ascoltatore, ipnotizzandolo tra le sue spire. La seconda parte di In the Twilight è un drammatico requiem. Un canto triste che fa lacrimare anche il cuore.

Ritroviamo le atmosfere prog in Cold and Fake e Walls Beetween Us, che fanno da contrasto a Pacific Revolution, che si riaggancia al rock anni ottanta. Pompa e non perde di qualità. Sulla stessa onda In the Light, ancora con Tony Levin. Fa molto Eagles o Dire Straits, con le chitarre lì a fare da protagoniste assolute. Chiude il disco Peace, nella quale compare il batterista dei King Crimson Pat Mastellotto.

Fantasmi di guerra e spiragli di pace. Si potrebbe riassumere così il succo di un album mai banale, che non si ferma da nessuna parte, che cerca sempre nuove vie. Che affascina e riflette. Contro la guerra, che non finisce mai…

Giuseppe Guarino

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