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Il renzismo non è più irreversibile

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[Caffè News] Finisce un mito, quello dell’imbattibilità del Pd di Matteo Renzi. E con esso si affaccia timidamente alla porta la sensazione che il renzismo non sia quel processo irreversibile che temevamo. Questa tornata elettorale è stata come il finale del primo film della saga di Rocky, quando Apollo Creed vince ancora ma è chiaro che la sconfitta è ormai solo questione di tempo. E infatti basta aspettare il secondo film.

Ma facciamo tre piccole considerazioni sull’inquilino di Palazzo Chigi.

1. IL RISULTATO DELLE AMMINISTRATIVE – Non è stato un flop, sia chiaro. Al massimo una scivolata. Ma quando sei al top si riesce ad avvertire (e temere) anche la più piccola scossa di terremoto. Non è di Grillo che il Pd deve aver paura, nonostante Di Maio vada farneticando di vittorie e di scontri alla pari. È dal bentornato centro-destra che Renzi deve guardarsi, ora. Il 41% appare un lontano ricordo, al quale continuare a mirare.

E l’Italicum allo stato attuale potrebbe fare dei brutti scherzi, qualora si andasse al voto anticipato. Lo dicono i risultati dei ballottaggi.

Un po’ come nel 2006, quando il neonato Porcellum fece in modo che Berlusconi non conquistasse la maggioranza al Senato.

Restano altri tre anni scarsi di governo per ribaltare il trend. Sempre che dal Nuovo Centro Destra (o dalla minoranza dem) non facciano qualche sorpresa.

2. LA NATURA DEL PARTITO DEMOCRATICO – Il Partito Democratico è ancora un partito. E di partiti, al momento, non se ne vedono poi tanti. Il Pd è sopravvissuto a Veltroni, Franceschini, Bersani ed Epifani. Sopravviverà anche a Renzi. Perché è un partito, non una lista personale. Il renzismo rischiava di trasformarlo in tal senso. Non ci è riuscito. Non ci riuscirà. Il ringalluzzimento dell’opposizione interna, su questo punto, non può che essere un bene. È il gioco democratico, deve essere il gioco del Pd.

Stanno venendo fuori diversi limiti, ovviamente. E le ultime dichiarazioni sul partito all’americana non fanno che confermarlo. E poi c’è lo stop alle primarie. Un meraviglioso strumento di democrazia che troppo spesso si è trasformato nel più becero mezzo di legittimazione dei potentati locali. In tal senso lo stop ha un senso, come la lotta contro la preferenza nelle liste proporzionali.

3. MATTEO RENZI – La fine del “Renzi 2″ e il ritorno al “Renzi 1″ è da attuare al più presto. Anche perché il Presidente del Consiglio sta apparendo persona diversa dal rottamatore che fu sindaco di Firenze.

Va fatto il ricambio generazionale, mai attuato dal Renzi 2 ma tanto predicato da Renzi 1 (e tanto atteso dal popolo dem). Vanno sistemate parecchie cosette col piglio e l’efficacia del sindaco, ora che pure De Luca ed Emiliano sono a testa delle rispettive (difficili) regioni.

In ballo non c’è soltanto il consenso elettorale.

Giuseppe Guarino

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