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Datemi una P, datemi una D, datemi una S

OBAMA_RENZI[1]

[Caffè News] Non è chiaro il livello del discorso tra Renzi e Obama sulla necessità di cambiare il nome del Partito Socialista Europeo. Ne ha parlato Repubblica (QUI) e, a quanto pare, Renzi vorrebbe rinominare il vecchio PES-PSE in “Partito Democratico Europeo”, o qualcosa del genere. Fuori il riferimento al socialismo, vecchio e fuori moda. Dentro un più americano “democratic”.

Avvicinare la sinistra moderata europea a quella d’oltreoceano parrebbe il sogno del premier italiano, al fine di dare appoggio maggiore ad Hillary Clinton, nonché di rottamare l’idea europea di socialdemocrazia.

Ma l’operazione di Renzi manca di senso logico.

È stato un suo merito infatti porre fine ad una serie di discussioni tutte interne al Pd circa la collocazione europea, portandolo definitivamente a collocarsi nel Pse. Ha inoltre “sporcato” di rosso il simbolo democratico nelle ultime elezioni europee, inserendo in calce proprio quella sigla che rimandava al partito di Martin Schulz.

Tuttavia, niente di nuovo sotto al sole. Basta prendere un suo vecchio libro, Stil novo del 2012, per avere le idee chiare. Alle pagine 178 e 179 dell’edizione economica Bur del 2013 recita:

“Datemi una P, datemi una D, datemi una S. Da Pds a Ds a Pd: il rischio è che qualcono voglia proseguire – per par condicio – chiamandosi adesso Ps. […] Per qualcuno potrebbe essere la riedizione in salsa italiana di un partito del socialismo europeo che non soltanto a noi non serve, ma che sarebbe un passo indietro rispetto al cammino percorso per arrivare al Partito Democratico”.

Più chiaro di così! Il puzzle va ora ricomponendosi, quindi. Renzi, critico nei confronti della collocazione dem nel socialismo europeo, ha portato il Pd nel Pse. Si è poi imposto, facendo diventare il Pd il primo partito d’Europa. Oggi mira a cambiare il Pse e, ripetendo il giochino del Datemi una P, datemi una D, a trasformarlo in Pde. D’altronde, già quando il Pd aderì al Pes, quest’ultimo inserì nel simbolo una rassicurante scritta in bianco: “Socialists & Democrats”.

Ma è qui che arrivano le criticità.

Primo. La storia politica dell’Europa non è quella americana, tantomeno in Italia, dove permane una concezione comunista dell’idea di sinistra. Qui da noi, qualunque schema o proposta si discosti dal discorso della sinistra massimalista-comunista viene tacciato come “conservatore”, “di destra”, “democristiano”. Lo dimostrano le titubanze e ambiguità di Sel nel percorso di adesione al Pse stesso. Lo dimostra il fatto che per molti post-comunisti abbracciare la parola “socialismo” comporti ancora nasi storti e pizzichi sulla pancia.

Secondo. Imporre a partiti come il Ps francese, il Psoe spagnolo e (soprattutto) l’Spd tedesca un diktat sul nome della comune casa europea rischia di essere un errore sia diplomatico che strategico. Diplomatico in quanto Renzi rischia di rimanere isolato nel caso i partiti socialisti di tutta Europa facessero quadrato. Strategico in quanto rischia di avvicinarsi a gruppi come Alde o Ppe, che con la sinistra non c’entrano nulla.

Terzo. In virtù dei punti 1 e 2, Renzi rischia di ignorare completamente i percorsi dei partiti progressisti di tutto il continente. Dalle socialdemocrazie nordiche al laburismo britannico, fino ai partiti post-comunisti di Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia… Se per questi ultimi l’accoglimento della parola “democratico” potrebbe essere un ulteriore sviluppo, non è così per i partiti più maturi e di derivazione non comunista, ossia quelli del nord Europa. Per questi il socialismo, la socialdemocrazia, il laburismo rappresentano identità storiche, che non possono essere scalfite dal segretario di un partito italiano che dieci anni fa nemmeno esisteva.

Quarto. La dichiarazione potrebbe essere soltanto una stoccata, l’ennesima, alla sinistra Pd. Probabilmente l’ennesimo invito ad una scissione che difficilmente avverrà mai.

Giuseppe Guarino

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