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Not a good sign, From a Distance è il nuovo disco

NAGSCOVER[1]

[Caffè News] I Not a good sign sono una superband composta dai musicisti dell’etichetta AltRock. Nati nel 2011 per volontà di Paolo «Ske» Botta, Francesco Zago e Marcello Marinone, hanno pubblicato il loro secondo album, From a distance, presentato il 28 febbraio con una formazione completamente rinnovata.

Si tratta di un disco alla vecchia maniera, ricco di ospiti, nel quale il prog anni ’70 convive con la psichedelia e l’hard-rock.Not a good sign, From a Distance è il nuovo disco

La partenza prende subito un rassicurante color cremisi. Si tratta di Wait for Me, che alterna velocità stratosferiche a luccicanti momenti di familiare sofficezza. La voce di Alessio Calandriello si appoggia vigorosamente alle chitarre, spingendole all’esasperazione che le portano a crescere rapsodicamente.

Proseguendo, troviamo Going Down, nella quale una struttura essenziale va a prendere forma strofa dopo strofa, raggiungendo l’apice in un ponte di un minuto e mezzo, che altro non è che una morbida mini suite che va ad aggiungere melanconia al pezzo prima che esso termini in maniera appena accennata.

Il pezzo numero tre è Flying Over Cities, dove il colpo di synth di Paolo Botta diventa molto più rock, abbellito dalle incursioni sotterranee delle chitarre di Calandriello e del basso di Alessandro Cassani.

Vi è poi il trionfo dell’oboe di Eleonora Grampa, che compare in Not Now e in Aru hi no yoru deshita. Se nel primo fa da apripista ad un’elettrica danza dai tagli improvvisi, nel secondo si fa co-protagonista, insieme al piano, di un denso strumentale.

Non manca poi il tempo delle aggressioni laceranti, che ritroviamo prima nell’energica Pleasure of Drowning e poi anche nella strumentale Open Window, l’angoscioso pezzo più lungo del disco, nel quale il pianoforte fa da drammatico momento di calma tra le due fasi devastanti di una tempesta.

Un capolavoro I Feel Like Snowing. Ben strutturata, con la coscienza di aver dosato perfettamente gli ingredienti, combina vibrafono e piano elettrico, spaesando l’ascoltatore per l’incipiente dolcezza. Ma c’è tempo e, dopo una serie di piccoli intermezzi da brivido, si fa determinata prendendo la netta direzione del cielo del rock. Cala ancora nel finale, quando oramai ha dato tutto. Poderosa.

L’evocativa The Diary I Never Wrote si tinge d’atmosfere epiche, scavando possente tra graffianti suggestioni mitologiche, prima del ben congegnato saluto strumentale della brevissima Farewell.

Giuseppe Guarino

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