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Vengo dopo il Pci – Sfasci e ricostruzioni

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[Caffè News] È sul decreto degli 80 euro, nel giugno 2014, che si compie la scissione dentro Sel. Dopo aver votato positivamente insieme alla maggioranza, il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore decide di lasciare il partito. Lo fa con una lettera indirizzata al coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia Libertà. Insieme a lui si dimettono il vicepresidente della commissione antimafia di Montecitorio Claudio Fava, Titti Di Salvo e Ileana Piazzoni. Già prima del voto, due deputati eletti con il partito di Vendola, Aiello e Ragosta, erano passati al Pd, denunciando la deriva di Sel, ormai ostile al Pse e tendente a diventare la Syriza italiana. Le stesse tesi saranno riprese dal gruppo facente capo a Gennaro Migliore, che parlerà di un ormai chiaro e distruttivo “arroccamento ideologico” assunto dai vertici di Sinistra Ecologia Libertà. Vendola chiede un passo indietro e il rientro nel partito, ma oramai la distanza appare incolmabile e l’emorragia di deputati non si ferma. Si uniranno poi ai fuoriusciti anche Lavagno, Zan e Pilozzi.

La “spaccatura plateale” provoca Vendola che, constatata l’impossibile di ricomporre la frattura, decide di dimettersi. Il 25 giugno stesso, però, la direzione del partito respinge le dimissioni del suo fondatore, che ritorna a ricoprire la carica di presidente. A riunione terminata, Vendola lancia accuse al governo e al Pd, reo a suo dire di stare facendo campagna acquisti. Il Governatore pugliese ribadisce anche la sua permanenza all’opposizione “se al governo c’è Alfano”, accusando il renzismo di non essere altro che fumo e nebbia.

Ma la deriva continua. Si unisce ai fuoriusciti anche un altro dirigente di peso, il tesoriere Sergio Boccadutri, che aderisce al gruppo del Pd. Lo seguono Luigi Lacquaniti e Martina Nardi. Il primo luglio Migliore, Fava e Di Salvo fondano Libertà e Diritti – Socialisti Europei (Led). Non è un nuovo partito, ma un’associazione che riprende l’idea, approvata peraltro nel precedente congresso sellino, di adesione al Partito Socialista Europeo (tra l’altro, il simbolo di Led richiama chiaramente quello dell’Spd tedesca e di altri partiti socialdemocratici del continente). In parlamento, l’associazione va a creare una propria componente in seno al gruppo misto.

A Sel non tocca altro che raccogliere i pezzi e andare avanti. Dopo aver affidato ad interim la carica di capogruppo alla Camera lasciata vacante da Migliore, al coordinatore nazionale Nicola Fratoianni, l’Assemblea dei Deputati del partito sceglie l’ex Ds Arturo Scotto. Il nuovo tesoriere, invece, è Giovanni Paglia.

Ma non ci sono soltanto fuoriusciti, nel partito di Vendola. Aderisce a Sel, infatti, Adriano Zaccagnini. Il deputato, uscito dal Movimento 5 Stelle subito dopo le elezioni di giugno e denunciando il partito di Grillo di essere un “Berlusconi 2.0″, considera naturale la sua scelta, in quanto Sel e il M5S si erano spesso trovati a votare alla stessa maniera da banchi diversi.

Gennaro Migliore, insieme a tutto il gruppo Led e quasi contestualmente all’ex Scelta Civica Andrea Romano, il 22 ottebre aderirà al Partito Democratico. Claudio Fava, dopo un periodo di riflessione, deciderà di non aderire al Pd ma passare, all’interno del gruppo misto, dalla componente Led a quella socialista. Non è un’adesione al Psi, ma piuttosto un’adesione tecnica alla componente che più di tutte si rifà all’idea di socialismo europeo. A dimostrarlo è soprattutto il fatto che, nonostante la posizione filogovernativa del partito di Nencini e Di Lello, Fava decide di rimanere saldamente all’opposizione.

Come un fulmine a ciel sereno, durante l’estate, si rifà vivo il fondatore di Rifondazione ed ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti. In un discorso pronunciato a Todi dichiara che “il comunismo ha fallito”, aprendo alla strada cattolica e a quella liberale e tirandosi dietro gli strali di gran parte della sinistra che gli da del rinnegato.

Sul terreno delle regionali, invece, si consuma la rottura definitiva tra Sel e il resto della sinistra raccolto sotto la bandiera di Tsipras. A novembre si vota in Calabria ed Emilia Romagna e Sel appare indecisa sulla strada da prendere. In Emilia Romagna, l’assemblea regionale vota un documento nel quale definisce “praticabile” una eventuale alleanza elettorale con il Partito Democratico in vista delle elezioni. Ma l’indecisione è forte, in quanto anche qui si è formata una lista di sinistra che richiama l’esperienza de L’Altra Europa, e allora si opta per una consultazione popolare tra iscritti e simpatizzanti. Il 25 settembre, il 65% dei votanti a queste speciali primarie sceglie l’alleanza con i dem, lasciando da sola la lista L’Altra Emilia Romagna. È la conclusione, nemmeno troppo imprevedibile, della faida a sinistra che si stava lentamente consumando sin dal primo giorno successivo alle elezioni europee.

L’allontanamento di Sel coincide con un contestuale riavvicinamento del Pdci che, dopo aver partecipato già a luglio all’assemblea nazionale della ormai vecchia Lista Tsipras, decide di impegnarsi fermamente ne L’Altra Emilia Romagna, tornando così al dialogo con Rifondazione.

In Calabria le cose vanno diversamente. A sinistra si formano anche qui liste, ma stavolta si tratta di cartelli elettorali. Uno è L’Altra Calabria, nel quale convergono Rifondazione e Azione Civile. L’altro prenderà il nome de La Sinistra – per cambiare la Calabria. Questo progetto, ribadendo l’alleanza con il Partito Democratico e la coalizione di centro-sinistra, raccoglie Sel, l’Italia dei Valori e i Comunisti Italiani.

Nonostante una fuga generale dalle urne (l’affluenza sarà bassissima, del 37.70% in Emilia-Romagna e del 44.08% in Calabria), la coalizione di centro-sinistra vince in entrambe le regioni. In Emilia, dove si era presentata a sostegno di Stefano Bonaccini, Sel raccoglie il 3.23% e due consiglieri. In Calabria, nonostante il 4.36% La Sinistra – per cambiare la Calabria si vede assegnare un solo seggio.

Va male, invece, per le liste L’Altra Regione. In Calabria, la lista a sostegno di Domenico Gattuso si ferma all’1.28% (1.32% per il candidato presidente). Maria Cristina Quintavalla, in Emilia Romagna, riesce a vedere eletto il capolista Piergiovanni Alleva a fronte del 3.71% dei consensi (4% al candidato presidente).

È in questo clima, fatto di sfasci, che va a porsi l’idea di una ricostruzione. Qualcosa che non sia il solito patto federativo per frenare la diaspora della sinistra, quanto piuttosto il ritorno ad un glorioso passato. Il 5 settembre 2014, cento firmatari presentano un appello per la ricostruzione del Partito Comunista nel quadro ampio della sinistra di classe, che superi lo sbarramento e risponda con forza all’approccio dalla deriva neo-centrista del Partito Democratico di Matteo Renzi. In calce, tra i cento, ci sono le sottoscrizioni (a titolo personale) di esponenti di Rifondazione, del Pdci, della CGIL e della FIOM, nonché quella di numerosi storici, giornalisti e docenti universitari. Viene contestualmente lanciato il sito “Ricostruire il Partito Comunista”, che comincia la sua attività propagandistica a nome di un’Associazione per la Ricostruzione del Pc.

Il Pdci di Cesare Procaccini decide di aderire ufficialmente (dai vertici di Rifondazione, invece, non arriva una decisione ufficiale) e, al fine di facilitare la ricostruzione, rispolvera un vecchio patto fatto con i Ds, ai tempi della scissione da Rifondazione. Il Comitato Centrale del Pdci delibera il cambio di nome e di simbolo della sigla, che diventa così “Partito Comunista d’Italia”, riprendendo la denominazione della storica formazione politica fondata da Antonio Gramsci. Il nuovo simbolo è praticamente quello storico del Pci di Togliatti e Berlinguer, fatta eccezione per l’acronimo PdCI e una scritta sopra la falce e martello disegnate da Guttuso: “Ricostruire il Partito Comunista”.

Ma le novità non terminano con la ricostruzione del Pcdi. Alexis Tsipras, idolo delle sinistre di tutta Europa, il 25 gennaio 2015 vince le politiche greche, ottenendo il giubilo compatto di tutte le formazioni italiane, ad eccezione del piccolo Partito Comunista di Marco Rizzo. Rizzo critica apertamente l’alleanza di Tsipras con il partito di destra Anel, dichiarando aspramente: “è come se Vendola governasse con la Santanchè”.

Nel frattempo, con l’annuncio di dimissioni da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si riaprono gli spiragli per un dialogo nazionale tra Sel e il Pd. Vendola chiede a Renzi l’individuazione di un comune candidato alla Presidenza della Repubblica, da eleggere alla quarta votazione, al di fuori del patto del Nazareno (ossia dell’intesa Renzi-Berlusconi sulla riforma elettorale e costituzionale). Il nome è quello di Romano Prodi. Ma Renzi nicchia, sebbene dalla minoranza Pd Pippo Civati faccia quadrato con Vendola. Prodi è il candidato dell’eterno dissidente Pd, che invita a sua volta il Movimento 5 Stelle a convergere sul professore o, in alternativa, su Stefano Rodotà. L’importante, secondo Civati è creare un fronte “Non-Nazareno”. Mentre i cinque stelle chiedono con una lettera una rosa di nomi ai parlamentari Pd (risponderanno soltanto in due), Vendola aspetta proposte da Renzi. Il 28 gennaio Renzi, dopo una riunione con le delegazioni di tutti i gruppi di grandi elettori, propone Sergio Mattarella, da votarsi a partire dal quarto scrutinio. Nei primi tre il Pd sceglie la via della scheda bianca.Vendola, accettando il candidato “fuori dal patto del Nazareno” (su Mattarella manca la convergenza di Berlusconi), si accoda alla scelta del Pd, pur presentando un candidato di bandiera ai primi tre scrutini: Luciana Castellina. Il Movimento 5 Stelle, dopo aver proposto dieci nominativi – tra gli altri Prodi e Bersani – nelle “quirinarie” on line, opta per l’ex magistrato Ferdinando Imposimato.

Giuseppe Guarino

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