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Il flop di Scelta Europea, il perché di una caduta

scelta-europea[1][Caffè News] Se n’è parlato poco di Scelta Europea, il cartello elettorale ispirato all’Alde (Alleanza dei Liberali e Democratici Europei). Una lista “minore” passata quasi inosservata che ha raccolto ancor meno consensi di quelli (già piuttosto pochi) previsti.

Anche ora, in pieno discorso post-elettorale, di questo piccolo flop si tende a raccontare il minimo indispensabile, non andando molto al di là di un’analisi prettamente numerica. Si preferisce analizzare invece cadute come quella del Movimento 5 Stelle o dei mezzi fallimenti di Nuovo Centrodestra-Udc e Fratelli d’Italia. Ma andiamo a vedere.

Scelta Europea nasce come cartello elettorale tra Centro Democratico e Fare per Fermare il Declino, mettendo in lista all’ultimo momento anche Scelta Civica (e raccogliendo altri microcosmi come Pli e Pri). L’alleanza prevedeva l’appoggio diretto al gruppo Alde e al belga Guy Verhofstadt, presentandosi come alternativa liberale agli universi popolare e socialista, che da sempre dominano la scena europea.

Innanzitutto, i sondaggi pre-elettorali davano la lista di molto al di sotto della soglia di sbarramento, ma ad un livello quantomeno incoraggiante (2.2% circa, fonte QUI), dimostrando l’inattendibilità delle rilevazioni pre-voto (che davano anche in sostanziale pareggio Pd e M5S, paventando talvolta un sorpasso di Grillo & co.). I voti effettivi sono stati invece 196.157, per una percentuale dello 0.71. Nel 2013, invece, Il Centro Democratico alleato al Pd aveva raccolto 167.328 (0.49%), Fare per Fermare il Declino 380.044 (1.12%), mentre Scelta Civica ben 2.823.842 (8.30%). In pratica, più di tre milioni di voti sono scomparsi dall’area [fonte: Ministero degli Interni].

Si può dire che, eccezion fatta per Cd di Tabacci, Scelta Europea raccogliesse partiti “purgati” dal proprio leader e fondatore. Fare per Fermare il Declino aveva perso poco prima delle politiche 2013 Oscar Giannino per via degli scandali sui falsi titoli, mentre Scelta Civica subì l’abbandono di Monti ad ottobre. È proprio il partito del ministro Stefania Giannini ad uscire con le ossa più rotte dal confronto, soprattutto in vista del fatto che gli scissionisti Popolari di Mario Mauro (alleati di Ncd-Udc) siano riusciti a superare lo sbarramento. La mancanza di elementi forti e di personaggi in vista ha quindi giocato un proprio ruolo nella débâcle, nonostante lo stesso Verhofstadt si sia speso molto nel progetto italiano (sicuramente più di Schulz e Junker). Verhofstadt, tra l’altro, nei confronti con gli altri candidati era apparso rilassato e sicuramente più sicuro di sé, specie su temi delicati quali il lavoro e le economie europee. Rispetto all’esitante Schulz e ad uno Junker che malcelava le divisioni interne del Ppe, si era rivelato certamente più incisivo.

Non ha goduto della giusta visibilità, come d’altronde tutto il listone, spinto indietro dalle rare presenze televisive (gli stessi confronti tra i candidati alla Presidenza della Commissione, tra i quali Verhofstadt è stato quasi sempre il migliore, hanno avuto passaggi solo su reti secondarie e sul web) e giocando soprattutto su una campagna telematica. Ma l’elettorato liberale e moderato ha tradizionalmene scarsa confidenza con lo strumento informatico, e lo dimostra anche il minore appeal di Berlusconi, costretto a parlare soprattutto su YouTube.

A Scelta Europea è mancato però anche il rapporto col territorio, dato che né Sc né Fid hanno quella capillarità necessaria per affermarsi ad alte percentuali. Diverso, ancora una volta, è il caso di Cd (che ha però subito una diaspora verso altre realtà centriste, non ultime quelle di Ncd, Udc e Pi). Ha pesato anche la scelta liberale, al centro della spaccatura di Sc dopo ottobre. L’ex partito di Monti, infatti, è rimasto attaccato a una visione prettamente liberal, tralasciando le istanze delle parti del proprio elettorato prettamente cattoliche (che hanno preferito seguire Mauro, Casini ed Alfano).

Infine, è pesata molto l’affermazione del Pd su cifre vicine al 40%. I dem hanno convinto gli elettori che quella in atto non fosse una semplice elezione, piuttosto uno scontro di civiltà tra la rabbia populista del M5S e la speranza nel futuro incarnata da Matteo Renzi. È per questo che molti simpatizzanti del progetto e delle sue formazioni hanno optato per accordare, anche e soprattutto all’ultimo minuto, una più sicura preferenza al Partito Democratico. Fossero state politiche con possibilità di coalizione, il risultato sarebbe stato sicuramente meno punitivo. È questa la sensazione che traspira dagli interventi post-voto di esponenti di Sc e Cd, in genere felici dell’affermazione di Renzi ma consapevoli che sia avvenuta (anche) ai propri danni.

Giuseppe Guarino

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