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Partiti a gestione personale. Il caso italiano

berlusconi_grillo[1][Caffè News] Pare fosse Sheehan a notare che i partiti e i movimenti politici che hanno dato vita alle tre grandi dittature del novecento (fascismo, nazismo e bolscevismo), riproducessero al proprio interno il sistema che propugnavano.
Ora, dando per scontato la veridicità di tale affermazione, andiamo ad osservarla sulle forze politiche italiane.

È sconcertante come due dei tre principali partiti abbiano una struttura verticistica, dove il leader assoluto, dichiarato o meno, sia insostituibile al punto che la sua mancanza potrebbe causare la dissoluzione del movimento politico stesso.

Parliamo di Forza Italia o, comunque, dei partiti di Silvio Berlusconi. È lui il deus ex machina del sistema, Cavaliere insostituibile alla guida di una rodata macchina aziendale. Chi non è d’accordo può andare via, i casi Fini e Alfano sono ormai di scuola. Forza Italia è un’impresa: tutti lavorano per un fine comune, le responsabilità sono ripartite gerarchicamente, è il capo a decidere le teste da tagliare o chi far salire di grado.

Ma Berlusconi, a differenza di Grillo, ammette di essere l’immancabile e insostituibile dettatore della linea, punto focale delle decisioni nevralgiche dell’intero movimento.

Perché nel M5S si parla di Grillo come di un megafono, di un portavoce, di un semplice punto di riferimento. Il resto viene scelto democraticamente, a patto di non contestare la linea generale e le regole fondamentali. Che sono state scritte dal capo. È un cane che si morde la coda. E poi è incontestabile il fatto che nell’immaginario collettivo il M5S venga individuato in Beppe Grillo e non certo in Fico, Di Maio, Di Battista o chi per loro.

Il problema del M5S e di Forza Italia sta tutto qui, nell’incontestabilità del leader. Non ci sono congressi. Non ci sono mozioni di sfiducia. Non è il capo a dover essere espressione della linea della base, ma la base a dover seguire le idee del capo. Che è insostituibile. Se pensate che non sia così, provate ad immaginare un Movimento 5 Stelle senza Beppe Grillo o una Forza Italia senza Berlusconi. Impossibile.

Tant’è che nella stessa area del movimento del Cavaliere è nato il Nuovo Centrodestra, un partito ideologicamente affine a FI, ma con un peccato originale: aver contestato l’autorità del leader. E non è detto che i parlamentari espulsi e fuoriusciti dal M5S non possano fare altrettanto. Può darsi che siano fuochi di paglia che dureranno giusto il tempo di arrivare alle prossime politiche (come fu per Futuro e Libertà di Fini), poi si spegneranno in automatico, finendo nel dimenticatoio.

Diversa la situazione dell’altro grande partito italiano, il Pd. È per definizione il partito dei congressi, delle primarie, del cambio di segretario. Uno dei pochi a mantenere la struttura classica che fu di Pci, Dc, Psi, Msi… Può darsi che con Renzi qualcosa possa essersi modificata, sebbene il primo (e finora l’unico) a mettere il proprio nome nel simbolo fu Walter Veltroni. Ma l’ex sindaco di Firenze è portatore di una leadership forte che potrebbe trasformare l’intelaiatura stessa dei dem. Vedremo quello che succederà.

Quanto agli altri, la Lega può ancora vantarsi di possedere quella forma di democrazia interna che ne fa un partito popolare (e populista) di salde basi. Lo dimostra l’esito delle primarie del 2013, quando Salvini ha sconfitto con ampia maggioranza il fondatore Bossi. Il capo di partito ha un grande potere, la differenza è che tale potere non è assoluto.

L’Udc di Casini è un discorso a parte, i segretari cambiano (Follini prima, Cesa poi) ma la tendenza accerchiatrice e il potere decisionale dell’ex presidente della Camera è, anche qui, fuori discussione.

Finiamo con gli opposti estremismi, Sel e Fdi-An. Il primo era nato come un movimento partitico, una federazione non verticistica. Si è poi trasformato nella casetta autoreferenziale di Vendola, tagliando i ponti con Radicali, Verdi e Socialisti. Una tendenza verso un certo populismo di sinistra c’è, e crea degli ibridi imbarazzanti mediando tra gli interessi del presidente pugliese e quelli della base, ultimo dei quali la decisione di aderire al Pse ma dando il sostegno alla lista Tsipras in vista delle prossime europee.

Quanto alla Meloni, è a capo di un partito troppo piccolo, giovane e fondato da un triumvirato composto da lei, La Russa e Crosetto. Anche Fdi-An ha svolto le primarie, ma il candidato presidente è stato uno solo (Giorgia Meloni, sic!). La gestione interna è ancora tutta da vedere, anche in vista delle possibili evoluzioni che lo stesso movimento potrebbe avere.

Giuseppe Guarino

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