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Vengo dopo il Pci – Il partito di Renzi

dopo-il-pci-8-il-partito-di-renzi[1][Caffè News] Il renzismo è il passo necessario a completare il processo unitario del Partito Democratico, da quando Romano Prodi aveva lanciato le prime idee di convergenza tra i progressisti.
Matteo Renzi comincia il percorso che lo porterà a diventare segretario del Pd nel 2010. Già iscritto a Ppi prima e Margherita poi, ex Presidente della Provincia di Firenze e sindaco della città gigliata, lancia insieme a Giuseppe Civati, Michele Emiliano e Debora Serracchiani la “Carta di Firenze”. Nel corso di una manifestazione denominata “Prossima fermata: Italia” nasce il movimento dei “rottamatori”, ottenendo il consenso di alcuni parlamentari democratici. Renzi propone un rinnovo del Pd, al fine di allontanarlo dall’immagine di partito di quadri e d’apparato che lo contraddistingue. La sinistra che si autocommisera, dice in breve il messaggio della Leopolda, non serve, è cosa antica. Il nuovo Pd deve farsi capire e deve capire, incidendo positivamente sulla vita del paese. E, soprattutto, deve vincere le elezioni 2013.

La figura di Renzi, nuovo emergente leader dell’area rottamatrice del Pd, viene tuttavia messa in discussione l’autunno seguente. Dividendo l’opinione pubblica, il sindaco si reca ad Arcore, nella residenza privata dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per discutere questioni riguardanti Firenze. Nasce da qui una delle accuse che accompagneranno Renzi in tutto il suo percorso, ossia quella di essere un berlusconiano, di non essere di sinistra e di essere soltanto un arrivista. Renzi si difende dalle accuse dicendo che l’incontro tra il sindaco di una grande città e il Presidente del Consiglio non è nulla di così inusuale. Quanto alla sede, invece, si giustifica dicendo che Arcore è stata scelta da Berlusconi.

Sulla scia della crescente notorietà e guidato dal produttore e fondatore di Magnolia Giorgio Gori, il sindaco di Firenze raccoglie attenzione mediatica anche a fronte del proprio personale carisma, lanciando così l’idea di una nuova Leopolda, stavolta denominata “Big Bang”, nel 2011. Lo strappo nei confronti della classe dirigente del Pd diventa stavolta brusco. Renzi viene apertamente criticato da gran parte degli esponenti di primo piano dei dem, in particolare dall’area vicina al segretario Pierluigi Bersani. Il successo aumenta le possibilità di una futura candidatura di Renzi a guida di un movimento rinnovatore del Pd e nel 2012 l’esperienza Big Bang verrà replicata con il medesimo successo.

Alle nuove primarie dell’ormai definita coalizione (Pd, Psi, Api, Sel). Renzi si candida ufficialmente in settembre, sebbene da tempo la sua presentazione non era certo un mistero. Per il Pd si presentano altri due candidati: il segretario Pierluigi Bersani e il consigliere regionale del Veneto Laura Puppato. Per Sel si presenta Nichi Vendola, mentre per l’Api si candida Bruno Tabacci. Tra gli altri candidati emersi e poi ritiratasi senza presentarsi ufficialmente: Giuseppe Civati, Stefano Boeri e Fulvio Abbate. Il Psi di Nencini non presenta propri candidati e si schiera a sostegno di Bersani.

Una delle maggiori discussioni della campagna per le primarie è quella riguardante il fatto che per poter votare occorre sottoscrivere un documento dove si dichiara il sostegno a Italia Bene Comune indipendentemente dal vincitore. Renzi, visto di buon occhio da molti ambienti vicini al centrodestra, critica la clausola, appoggiata invece dagli altri candidati, poiché inibirebbe gli elettori di altre aree politiche. Il sindaco di Firenze, sotto il nuovo slogan “Adesso!”, comincia un giro d’Italia in camper, tenendo comizi in tutte le principali città della penisola. Le federazioni locali del Partito Democratico, invece, si schierano quasi in massa a favore di Bersani. Poco sostegno raccoglie Puppato. Vendola e Tabacci ottengono l’impegno delle rispettive sezioni territoriali di partito.

Si vota per il primo turno il 25 novembre 2012. Le urne non decretano una vittoria netta. Bersani ha la maggioranza relativa (44.9%) e Renzi lo segue a ruota, distanziato di quasi dieci punti (35.5%). Seguono Vendola (15.6%), Puppato (2.6%) e Tabacci (1.4%).

Durante la settimana successiva, tutti i tre candidati esclusi dal primo turno si schierano a favore di Pierluigi Bersani, isolando Renzi. Lo scontro tra i due si acuisce e punta sull’alleanza con l’Udc dopo il voto: Bersani si è più volte detto possibilista e vedrebbe la collaborazione con Casini come “nell’ordine delle cose”; Renzi, al contrario, esclude qualsiasi convergenza verso partiti diversi da quelli di Ibn. Ulteriore motivo di divisione si ha sulle regole del ballottaggio: Renzi chiede che possano votare tutti, anche coloro che non si sono recati alle urne al primo turno; Bersani, di rimando, respinge le primarie aperte, appellandosi alle regole prestabilite dal partito e sottoscritte dallo stesso Renzi. La spunterà il segretario. Potranno votare al ballottaggio soltanto gli iscritti ai partiti e coloro che lo hanno già fatto il 25 novembre.

Il 2 dicembre si tiene così il secondo turno di votazione. L’esito è scontato: Pierluigi Bersani guiderà la coalizione grazie al 60.9% delle preferenze. Matteo Renzi si ferma al restante 39.1%. Il rottamatore ribadisce così il suo incondizionato sostegno a Bersani in vista delle successive elezioni. Dopo alcuni giorni il governo Monti cade, dopo che Silvio Berlusconi ha ritirato il proprio partito dalla maggioranza di governo.

Bersani si troverà di fronte a numerosi avversari. Oltre a Berlusconi (che in un’intervista a Radio 105 dichiara di essersi ricandidato per la mancata vittoria di Renzi alle primarie del centro-sinistra) e Beppe Grillo, ci sono anche Mario Monti (alleato con Fini e Casini nella coalizione Con Monti per l’Italia e nel nuovo partito Scelta Civica), Antonio Ingroia e Oscar Giannino (in un movimento liberale denomitato Fare per fermare il declino).

In fretta e furia, Sel e il Pd organizzano le primarie per i parlamentari. L’iniziativa era stata voluta nel corso del 2012 dai Giovani Democratici (sezione giovanile del Pd), che aveva organizzato anche una raccolta firme, al fine di supplire alle liste bloccate previste dal Porcellum. Con le parlamentarie del Movimento 5 Stelle la questione si è riproposta e il Partito Democratico (di concerto con Sel) decide di indirle a sua volta per il 29 e 30 dicembre. Le regole sono le stesse del secondo turno: votano solo coloro che hanno già votato per le primarie e gli iscritti ai due partiti. In più, non si può votare per scegliere i candidati parlamentari sia per Sel che per il Pd. Tabacci ha nel frattempo annunciato la fondazione di Centro Democratico, un nuovo partito nato dall’unione di alcuni fuoriusciti dall’Api con i dissidenti di Diritti e Libertà di Massimo Donadi (fuoriusciti dall’Idv di Di Pietro per via dell’avvicinarsi di questi a Grillo piuttosto che al Pd). Il Psi, inoltre, presenterà proprie liste solo in alcune circoscrizioni, mentre nelle altre i propri candidati si candideranno in quelle del Partito Democratico.

Le elezioni arrivano e con loro una situazione disastrosa che comporterà un nuovo stallo politico. Ibn ha preso il 29.55 % alla Camera e il 31.6% al Senato. Il Partito Democratico (rispettivamente 25.42% e 27.43%) è il primo partito italiano grazie ai voti degli elettori all’estero. Considerando solo i voti della penisola viene superato dal Movimento 5 Stelle.

La situazione è praticamente di parità. La coalizione di centro destra si è infatti attestata a sua volta intorno al 30%, mentre il M5S è circa al 24%. Grazie al premio di maggioranza Ibn ottiene 340 seggi alla Camera. Il problema è il Senato, dove Pd, Sel, Psi e Cd sono fermi a 113 eletti. Il cattivo risultato ottenuto anche dall’asse centrista Monti-Casini non permette un’alleanza in grado di sostenere un governo (Con Monti per l’Italia ha solo 18 senatori). Per il Pd è una non-vittoria e si rende necessario un governo di grandi intese, da fare necessariamente in alleanza con uno tra il Movimento 5 Stelle e la coalizione di centro-destra.

Prima ci sono le elezioni delle cariche istituzionali. Alla Camera viene eletta facilmente Laura Boldrini di Sel, mentre al Senato né Pd né Pdl presentano inizialmente un nome (il M5S individua invece Luis Alberto Orellana). Al terzo scrutinio emergono le candidature di Renato Schifani (Pdl) e Pietro Grasso (Pd). Quest’ultimo risulta eletto alla quarta votazione, grazie probabilmente ai voti di alcuni senatori del M5S.

Bersani, che ha nel frattempo ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo, chiede ai pentastellati di accordarsi per un governo di scopo, basato su 0tto punti: legge elettorale; taglio dei costi della politica e riduzione del numero dei parlamentari; conflitto di interessi; nuova legge anticorruzione; riduzione delle spese militari; rimborso dei crediti vantati dalle aziende nei confronti dello Stato; esenzione Imu per la prima casa fino a 500 euro; interventi urgenti per l’occupazione e la crescita.

Grillo risponde di non voler accordare nessuna fiducia, semmai di ribadire il “modello Sicilia”, ossia voto su ogni questione presentata, senza appoggio incondizionato all’esecutivo. Si prospetta, tra l’altro, l’ipotesi di un governo di minoranza, ma dopo un incontro con i capigruppo del M5S Vito Crimi e Roberta Lombardi tutto sembra naufragare. Bersani rimette così l’incarico nelle mani di Napolitano.

Si arriva così all’elezione del Presidente della Repubblica. I grillini presentano Stefano Rodotà (ex Pci e Pds), mentre i dem parlano di Franco Marini (si era fatto il nome anche di Anna Finocchiaro). Si oppone alla scelta Sel, che sostiene Rodotà. Forti dubbi su Marini sono mossi anche dai renziani, che sebbene orientati per votare Romano Prodi finiranno per accordare le proprie preferenze all’ex Presidente del Senato. Al quarto scrutinio, però, pare fattibile l’elezione, appunto, di Romano Prodi che sarà affossato da 101 franchi tiratori (identificati da alcuni nell’area dalemiana, da altri proprio nei renziani). È al sesto scrutinio che succede l’inaspettato: Berlusconi strappa un accordo al Pd sulla rielezione di Giorgio Napolitano, la prima nella storia repubblicana. È questo l’inizio delle larghe intese tra Pd e Pdl. Bersani, contestualmente, si dimette da segretario insieme a tutta la segreteria nazionale per il fallimento nella tentata elezione di Marini e Prodi.

Oramai è chiaro che per governare sia necessaria un’alleanza con il centrodestra, ed è così che Napolitano, il 24 aprile 2013 affida l’incarico di formare un governo di larghe intese ad Enrico Letta (si era parlato, tra gli altri, di Amato, Marini e Renzi). Il Pd cede così alle avance di Berlusconi. Letta propone un governo bi-partizan, nel quale i dem sono presenti con 9 ministri (Zanonato, Orlando, Carrozza, Bray, Franceschini, Delrio, Trigilia, Idem, Kyenge). Fanno parte della maggioranza il Pdl di Berlusconi-Alfano (nominato vicepremier), l’Udc di Casini e Scelta Civica di Monti, Centro Democratico, Psi e altri piccoli partiti. Restano all’opposizione Lega Nord, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle e Sinistra Ecologia Libertà.  Si oppongono alla formazione dell’esecutivo, in principio, Giuseppe Civati e Laura Puppato.

Fabrizio Barca (ex ministro per la Coesione territoriale del Governo Monti), intanto, ha lanciato una carta di intenti volta a chiedere un partito capace di governare l’Italia. Intorno a Barca sembra raccogliersi tutta la parte sinistra del Pd, mentre quella centrista e liberale pare fare a sua volta capannello intorno a Renzi, che sta acquistando quotazioni anche negli ex-ostili quadri. Si paventano ipotesi di scissione, poi rientrate. L’assemblea nazionale del Pd elegge invece a segretario Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil, con l’85.8% dei consensi (unico candidato).

Il governo vede minato il suo cammino dopo solo due mesi, quando l’ex canoista Josefa Idem, Ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili, si dimette per via di uno scandalo dovuto ad una presunta evasione fiscale di Ici e Imu.Altre controversie hanno al centro la ministra di colore Cécile Kyenge, netta sostenitrice di una legge che introduca lo ius soli. La Kyenge viene definita un “orango” da Roberto Calderoli (Lega Nord) e largamente contestata da ambienti delle opposizioni.

Inoltre, a causa della vicenda Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Ablyazov rimpatriata a causa di un passaporto ritenuto falso, vengono chieste le dimissioni del ministro degli Interni Alfano dalle opposizioni e dalle componenti Pd vicine a Renzi e alla sinistra.

Una prima crisi di governo, intanto, arriva con il rifiuto da parte di Enrico Letta di posticipare l’aumento dell’Iva dal 21% al 22%. I ministri del Pdl si dimettono su impulso di Silvio Berlusconi, per poi ritrattare e formare gruppi parlamentari autonomi. La spaccatura è nel Popolo della Libertà, falchi e colombe si dividono sul fatto di continuare a sostenere il governo o passare all’opposizione. Tutto si definirà poco prima del voto sulla decadenza di Berlusconi da senatore, il 27 novembre 2013. Anche Matteo Renzi prende posizioni contro le proposte di indulto o amnistia che vengono dal governo. Alfano e gli altri quattro ministri PdL insieme ad alcuni parlamentari formano il Nuovo Centrodestra, che rimane a sostenere l’esecutivo. Berlusconi annuncia la rifondazione di Forza Italia e l’uscita dalla maggioranza parlamentare insieme a gran parte dei suoi parlamentari. Il governo, però, regge. Subito dopo l’ex premier decade da senatore con il voto favorevole e decisivo degli ormai ex alleati di governo del Pd, uscendo dal Parlamento.

È in questo clima che si arriva alle elezioni primarie per la scelta del nuovo segretario del Partito Democratico, l’8 dicembre 2013. I quattro candidati sono Matteo Renzi (sostenuto da Delrio, Emiliano, Fassino, Parisi e Franceschini), Gianni Cuperlo (appoggiato dall’area vicina a D’Alema e Bersani), Giuseppe Civati e Gianni Pittella. I congressi delle sezioni di partito segneranno la vittoria di Renzi (45.3%), seguito da Cuperlo (39.4%), Civati (9.4%) e Pittella (5.8%). Quest’ultimo viene dunque escluso dalle primarie, per le quali si schiererà a favore di Renzi. Le primarie, stavolta, sono aperte: tutti possono partecipare al voto, senza differenze.

L’8 dicembre 2013, così, la partita del sindaco di Firenze è infine vinta: con il 67.55% dei consensi Matteo Renzi diventa il nuovo segretario del Partito Democratico. Cuperlo si ferma al 18.21%, Civati al 14.24%. È il primo passo oltre i partiti costituenti il Pd: Renzi è un “alieno” che mira a dare al partito una unità interna, superando le divisioni tra post-comunisti e post-democristiani, al di là dell’autoconservazione di un gruppo dirigente rimasto quasi immutato a partire dal 1991. Il partito prende un nuovo stampo, e Renzi si avvia a condurre, come recita il titolo di un ebook pubblicato da Mario Lavia e Fabrizio Rondolino, un “viaggio al termine del Pci”.

Giuseppe Guarino

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