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Vengo dopo il Pci – Da Veltroni a Bersani

dopo-il-pci-7-da-veltroni-a-bersani[Caffè News] Si vota il 13 e 14 aprile del 2008 e il risultato delle urne parla chiaro: Silvio Berlusconi ha vinto e la coalizione Pdl-Lega-Movimento per le Autonomie si appresta a governare il paese. Il quadro parlamentare è notevolmente semplificato, dato che alle Camere accedono soltanto tre coalizioni elettorali. Restano fuori La Destra di Storace-Santanché e La Sinistra – L’Arcobaleno di Fausto Bertinotti (ne abbiamo parlato QUI). Entrano, invece, le liste rispettivamente a sostegno di Silvio Berlusconi, Walter Veltroni e Pierferdinando Casini.

Sconfitto dunque il Partito Democratico, che presenta per la prima volta il proprio simbolo alle elezioni politiche. L’accordo di coalizione era stato raggiunto soltanto con altre due forze: Italia Dei Valori e Radicali. I primi hanno presentato il proprio simbolo accanto a quello democratico, raccogliendo così anche il “voto utile” di gran parte dell’elettorato della sinistra radicale o degli altri partiti che facevano parte dell’Unione. I radicali, invece, hanno portato nove candidati nelle liste del Pd (tra cui Rita Bernardini ed Emma Bonino, ma escludendo Marco Pannella), la “delegazione Radicale nel Partito Democratico”. Un negoziato c’è stato anche con il ricostituito Partito Socialista, che però ha preferito non rinunciare al proprio simbolo correndo autonomamente.

Tuttavia, il centro-sinistra ha avuto sin dal principio la consapevolezza di andare verso una sicura sconfitta, dato gli scontenti ancora freschi sull’operato del governo Prodi, la separazione dalla sinistra radicale e la conduzione di una campagna elettorale particolarmente aggressiva da parte di Berlusconi. Veltroni ha invece optato per una campagna elettorale itinerante e ispirata a quella di Barack Obama, impegnato intanto nella battaglia per le primarie dei democrats. Da Obama Veltroni mutua anche lo slogan ed è così che il “Yes we can” del futuro Presidente Usa diventa un italianissimo “Si può fare”.

Il risultato prettamente numerico è del 33.18% alla Camera e del 33.69% al Senato (intorno al 38% il risultato di coalizione). A seguito del risultato Romano Prodi si dimette da Presidente del Partito, ritirandosi dalla politica e chiedendo alla classe dirigente del partito di operare per un forte rinnovamento futuro. L’approdo all’opposizione insieme all’Idv di Di Pietro e all’Udc di Casini porta il Pd a ripensare il proprio ruolo e Walter Veltroni a nominare uno shadow cabinet in perfetto british-style. Il Governo Ombra di Veltroni ha così la funzione di contrapporsi a quello “ufficiale” di Silvio Berlusconi, al fine di vagliarne le proposte e di intervenire per correggerne le storture. A farne parte, tra gli altri, Piero Fassino, Enrico Letta, Pier Luigi Bersani e Anna Finocchiaro. Non è la prima volta che in Italia si ricorre ad un simile strumento, già nel 1989 Achille Occhetto aveva lanciato l’esperimento in contrapposizione all’esecutivo di Andreotti.

Sulla formazione dei gruppi parlamentari arriva il primo attrito con Di Pietro: il leader Idv aveva promesso, prima delle elezioni, di creare un gruppo unico con i dem. Ora invece, temendo di venire assorbito dal Pd, preferisce ritrattare la scelta, formando così compagini separate. Nel gruppo del Pd resta la componente radicale, pur opponendosi nettamente a vincoli di mandato e forzature di ogni sorta.

Il Pd subisce ulteriori sconfitte anche in occasione delle regionali abruzzesi (dicembre 2008) e sarde (febbraio 2009), superato sempre dai candidati della coalizione di centro-destra. È in seguito a queste débâcle che Walter Veltroni decide di abbandonare la carica di segretario tramite dimissioni irrevocabili. Il partito vive così, dopo nemmeno due anni dalla sua fondazione, una prima crisi interna coincidente con diffuso un senso di smarrimento.

Anna Finocchiaro viene chiamata a coprire temporaneamente la carica di Presidente lasciata vacante da Romano Prodi, mentre per la segreteria c’è già un nuovo scontro tra chi chiede l’immediata indizione di elezioni primarie e chi sostiene l’elezione del nuovo segretario da parte della convention di delegati. A prevalere sembra essere questa seconda linea, mentre i due sfidanti sono individuati in Dario Franceschini e Arturo Parisi.

A trionfare è, come da previsioni, Dario Franceschini. Ex Dc, Cristiano Sociali, Ppi e poi Margherita, all’Assemblea Nazionale ottiene 1047 preferenze contro le sole 92 di Parisi. Franceschini rimanda così il congresso e le conseguenti primarie a dopo le Elezioni Europee, in ottobre.

Peggio del previsto le elezioni comunitarie. Il Partito Democratico scende infatti al 26.12% dei consensi. Ancora una volta sorge il nodo del gruppo parlamentare, sciolto all’indomani delle elezioni: con un accordo con il Pse, il Pd italiano, il Partito Democratico cipriota e il Partito dell’Armonia Nazionale lettone (che non aderiscono a nessun partito europeo) entrano nello stesso gruppo dei socialisti europei. Nasce così l’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D), un gruppo parlamentare che comprende anche le forze progressiste che non si riconoscono nel Pse.

Perdendo circa 7 punti percentuali, la discussione interna si concentra soprattutto sulle strategie da adottare per il futuro, dato che un risultato così deludente rischia di compromettere seriamente il percorso unitario. È con questo spirito che cominciano ad emergere le nuove candidature in vista della convention e delle primarie di ottobre. Alla fine saranno ritenute valide tre proposte: Pierluigi Bersani, Ignazio Marino e, appunto, Dario Franceschini. Ad emergere ci sono anche Debora Serracchiani, Mario Adinolfi e Sergio Chiamparino, che però alla fine non presentano una proposta ufficiale. Beppe Grillo, intanto, si è iscritto in una sede sarda del Pd e ha cominciato a raccogliere le firme necessarie per presentare la propria candidatura, che viene però bocciata dal partito (toni esclusivamente polemici) che ne invalida inoltre anche l’iscrizione (in quanto Grillo non si è iscritto nella sede Pd di riferimento rispetto alla popria residenza). Più complesso il caso di Amerigo Rutigliano, che dopo aver raccolto le firme sufficienti, si vede invalidare la candidatura poiché molte appartenevano a persone non iscritte al partito. Il voto congressuale promuove tutti e tre i candidati, con Bersani al 55.13%, Franceschini al 36.95% e Marino al 7.92%.

La consultazione popolare delle primarie, tenutasi il 25 ottobre 2009, conferma in gran parte gli esiti della convenzione. Ignazio Marino prende il 12.5% mentre Franceschini il 34.3%. Pierluigi Bersani, quindi, con il 53.2% dei consensi diventa ufficialmente il nuovo segretario del Partito Democratico, subentrando a Dario Franceschini. Dopo l’elezione di Bersani, Rosy Bindi diventa la nuova Presidente del partito, mentre Enrico Letta ottiene la nomina di vice-segretario.

L’elezione di Bersani causa una scissione: Francesco Rutelli ed altri esponenti vicini all’area ex-Margherita denunciano un passo indietro del processo unitario del Partito Democratico, un eccessivo riavvicinamento alle posizioni che erano state del Pds. Di pari passo, dall’altra parte, Tabacci lascia l’Udc per l’eccessivo avvicinamento di questa alle posizioni del centro-destra. Rutelli e Tabacci, così, fondano Alleanza Per l’Italia, un partito centrista che si pone come alternativa all’Udc di Casini e pronto a dialogare con il centro-sinistra. Anche Luciana Sbarbati e il Mre lasceranno presto il Pd per poi effettuare una riconciliazione storica con il Partito Repubblicano Italiano.

Tuttavia, nonostante i malumori di Tabacci e Rutelli, è di questo periodo l’iniziativa di Bersani e Casini di discutere riguardo alla prospettiva di un’alleanza tra il Partito Democratico e l’Udc, che sarà già collaudata in occasione delle Regionali 2010 in Liguria, Basilicata, Marche e Piemonte. Sul Lazio, invece, il Pd subisce un’ulteriore abbandono: la numeraria dell’Opus Dei Paola Binetti, irritata dell’appoggio democratico a Emma Bonino, decide di lasciare il partito e passa proprio all’Udc, che in questa regione si presenta alleato del centro-destra a sostegno di Renata Polverini. Anche la Federazione della Sinistra pare, almeno in principio, voler mantenere una trattativa elettorale con il Pd, che poi si realizzerà con un nulla di fatto sul piano nazionale e sparute alleanze in chiave locale.

Da segnalare il caso pugliese. Il Partito Democratico ha chiesto a Nichi Vendola (che nel frattempo ha fondato Sel) di rinunciare ad una seconda candidatura. Vendola non accetta e dopo lunghe polemiche si opta ancora una volta per le primarie, che devono così selezionare chi sarà il nuovo candidato Presidente del centro-sinistra in Puglia. Il Pd presenta Francesco Boccia, riproponendo così lo stesso quadro già presentato cinque anni prima. Questa volta però la sconfitta per Boccia è schiacciante e prepara a Vendola una nuova ascesa che lo porterà per la seconda volta ai vertici della regione Puglia.

Le proposte di alleanza con l’Udc si arenano subito dopo. Gianfranco Fini, infatti, ha appena lasciato la maggioranza di governo, lanciando un nuovo partito, Futuro e Libertà per l’Italia, e la proposta ad altre sigle d’area per rilanciare un Terzo Polo. Tale proposta viene raccolta da Mpa, Api e Udc che tentano in tal modo di ricostituire una forza centrista.

Il Pd è quindi costretto a guardare a sinistra, ricorrendo ad accordi con i vecchi alleati in occasione delle amministrative 2011, dove correrà quasi ovunque insieme a Idv e Sel. Nel frattempo si vanno ricucendo i rapporti anche con il Psi e i Verdi, soprattutto per la sintonia trovata in occasione dei referendum 2011 su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento. Le nuove alleanze vengono sancite dalla foto di Vasto, quando in occasione della festa dell’Italia Dei Valori, Bersani lancia l’idea di un nuovo Ulivo che veda il Pd correre per le politiche 2013 insieme al partito di Di Pietro e a Sel di Nichi Vendola [ulteriori riferimenti: QUI].

L’8 novembre 2011, però, Berlusconi prende atto del venir meno della maggioranza e annuncia di conseguenza le proprie dimissioni da Presidente del Consiglio. Bersani si dice disponibile a venire incontro al Pdl, sostenendo un eventuale esecutivo di natura tecnica. Mario Monti, appena nominato senatore a vita, riceve così dal Presidente Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo.
Con il senno di poi, la mossa di Bersani si rivelerà disastrosa in quanto i risultati delle politiche 2013 metteranno poi in seria difficoltà il Partito Democratico, mentre nel novembre 2011 gran parte dei sondaggi lo danno vincente. Riguardo alla futura sconfitta del Pd, però, bisogna anche tenere in conto che nel periodo 2011-2013 emergeranno anche nuovi fattori esogeni, su tutti l’exploit di Grillo e lo scandalo Mps, di cui diremo più avanti.

Torniamo al nostro novembre 2011. La maggioranza che sostiene il nuovo governo è formata da tutti i partiti presenti in Parlamento ad eccezione della Lega Nord. L’Italia dei Valori sarà il primo movimento ad uscire dalla maggioranza quando, in dicembre, il governo Monti vara una manovra economica giudicata iniqua da Di Pietro. A consolidarsi come voce politica del governo tecnico è quindi il triplice asse Pd-Pdl-Udc, ribattezzato ironicamente dalla stampa come “Abc”, acronimo dei nomi del segretario Pdl Alfano, del segretario Pd Bersani e del leader Udc Casini.

Nel Pd il dibattito tra montiani e antimontiani, nonostante paia creare più volte squilibri, non darà mai particolare problemi, rivelando come l’armonia di partito venga sempre mantenuta nonostante la disunità interna su determinati temi dell’Agenda Monti. Sembra addirittura che si debba presto giungere ad un accordo per una riforma elettorale, oltre che a mantenere l’esecutivo Monti per tutta la durata naturale della legislatura.

Nel 2012, mentre il Pd va delineando il nuovo schema di alleanze in vista delle politiche dell’anno successivo, ha luogo lo strappo con l’Italia dei Valori. In occasione delle regionali siciliane, infatti, il Partito Democratico ha stretto un accordo elettorale con l’Udc non gradito all’Idv, che sostiene invece i candidati della sinistra radicale (prima Claudio Fava, poi Giovanna Marano). Le elezioni siciliane, vinte dal candidato Pd-Udc Rosario Crocetta, vedono inoltre il primo vero successo elettorale del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che conquista il 14.88% dei voti (il 18.17% delle preferenze per il candidato Presidente Giancarlo Cancelleri).

Giuseppe Guarino

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