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Vengo dopo il Pci – Né falce né martello

dopo-il-pci-6-ne-falce-ne-martello[1][Caffè News] Già alle amministrative del 2007 Rifondazione Comunista vede scendere i propri consensi, con un calo del 2% circa. Anche il Pdci è in caduta, ma nel frattempo comincia a registrarsi il riavvicinamento del partito di Diliberto a Rifondazione, in un clima di distensione che mancava dai tempi della scissione. I motivi vanno ricercati (anche) nella nascita di un nuovo partito alternativo al Pd: Sinistra Democratica di Fabio Mussi, fondato all’Eur il 5 maggio 2007.

Sd non nasce però sotto una buona stella. L’ex sinistra Ds comincia subito a perdere pezzi. Il nuovo partito perde dapprima la componente vicina a Gavino Angius e Valdo Spini (che andranno di lì a poco a ricostituire il Partito Socialista con Nencini, Di Lello e Bobo Craxi) e poi dell’area vicina alla Cgil, Sinistra per il paese, che dopo l’incertezza iniziale finirà per rientrare nel Partito Democratico.

Sotto iniziativa di Mussi vengono quindi convocati gli Stati generali della sinistra e degli ecologisti, che riuniscono Sd, Rifondazione, Pdci e Verdi. Dopo diversi incontri, i quattro segretari illustrano entusiasti il nuovo progetto unitario, una coalizione dei partiti a sinistra del Pd: nasce La Sinistra – L’Arcobaleno, subito soprannominata La Cosa Rossa.

Non mancano nemmeno i contrasti con l’esecutivo, soprattutto in materia economica. Non finirà bene: il 24 gennaio 2008 Prodi cade al Senato per opera dell’Udeur. Rifondazione, Sd e Pdci si dicono favorevoli ad un governo istituzionale che modifichi la legge elettorale, ma il mandato esplorativo di Franco Marini si conclude con un nulla di fatto.

Si va dunque a nuove elezioni, La Sinistra – L’Arcobaleno tenta dapprima di intavolare un discorso d’alleanza con il Partito Democratico, ma poi opta per presentarsi fuori dallo schieramento di centro-sinistra e in un’unica lista. La causa è, soprattutto, la mancanza di un accordo con Veltroni, che rifiuta categoricamente ogni proposta. Il Pd, poi, disattenderà la tanto declamata  “vocazione maggioritaria” stringendo accordi d’alleanza con Italia dei Valori e Radicali.

Il leader della Sinistra Arcobaleno, nonché candidato alla carica di Presidente del Consiglio, viene naturalmente individuato in Fausto Bertinotti. Le liste bloccate, invece, vedono la presenza del 45% di candidati del Prc, il 19% a testa di Verdi e Pdci ed il restante 17% riservato ai candidati di Sd. Il risultato atteso è dell’8% e la stila delle liste avviene tenendo conto di questo fattore.

Un’altra questione spinosa è quella riguardante il simbolo. Per la prima volta la falce e martello viene messa completamente da parte, optando per un più pacifista arcobaleno, già presente in forme diverse sui contrassegni di Sd e Verdi. Non mancano remore da parte di Rifondazione e soprattutto del Pdci, che finiscono però per cedere in nome della rappresentatività comune dell’arcobaleno. Una delle principali scissioni da Rifondazione è Sinistra Critica di Turigliatto, che giocherà gran parte della campagna elettorale 2008 insistendo proprio sul “tradimento” (da parte di Rifondazione e Pdci) della causa comunista, confermato ovviamente dalla scelta di abbandonare la falce e martello.

Imperniata soprattutto sui tormentoni portati avanti da Pd, Pdl e rispettivi alleati (voto utile e necessità di affermare il bipolarismo), la tornata elettorale 2008 si rileva come la più disastrosa nella storia della sinistra. La formazione guidata da Fausto Bertinotti ottiene un misero 3.08% alla Camera e il 3.21% al Senato. La soglia di sbarramento del 4% decreta così l’esclusione de La Sinistra – L’Arcobaleno dalla sedicesima legislatura: i comunisti sono, per la prima volta nella storia repubblicana, fuori dal Parlamento. Risultati ancor più deludenti arrivano per le formazioni scissioniste Sinistra Critica, Per il Bene Comune, Partito Comunista dei Lavoratori e Partito di Alternativa Comunista, tutte ampiamente al di sotto del punto percentuale. Si noti come il porcellum, che sarà poi dichiarato incostituzionale nel 2013, escluda dal Parlamento forze come la Cosa rossa o La Destra – Fiamma Tricolore di Storace-Santanché (2.43% Camera, 2.10% Senato), premiando invece un partito come il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo che, presentandosi in coalizione con Pdl e Lega, pur raggiungendo soltanto l’1.13% alla Camera e l’1.08% al Senato conquisti ben 8 deputati e 2 senatori.

La sconfitta apre una serie di tensioni all’interno delle diverse componenti dell’Arcobaleno, che metteranno in discussione lo stesso progetto unitario, che viene così abbandonato (sarà però fondata una piccola associazione che rivendica i valori unitari, Per la sinistra, che l’anno dopo sarà la base di partenza per Sinistra e Libertà).

Bertinotti e Franco Giordano decidono di abbandonare ogni incarico direttivo all’interno di Rifondazione. Nel Pdci, invece, Diliberto non si dimette, ma la corrente vicino a Katia Bellillo annuncia la fuoriuscita dal partito e la fondazione del movimento Unire la sinistra. Anche Rosario Crocetta lascia il Pdci e decide di aderire al Partito Democratico. Nicola Tranfaglia, invece, decide di abbandonare i Comunisti Italiani per avvicinarsi a Di Pietro e all’Idv.

In Sinistra Democratica si assiste alle dimissioni del coordinatore nazionale Mussi (sostituito da Claudio Fava), che diventa però presidente del partito. Sd conferma di voler rimanere un partito “temporaneo”, che prepari ancora una volta una costituente della sinistra. A questa linea si oppone la corrente Socialismo 2000, facente capo a Cesare Salvi, che in polemica con Claudio Fava abbandona il partito.

Nei Verdi, infine, Pecoraro Scanio si dimette lasciando il posto al nuovo portavoce nazionale, Grazia Francescato. A commento del deludente risultato della sinistra radicale, l’ex premier Romano Prodi si toglie un sassolino dalla scarpa per i numerosi bastoni tra le ruote messigli a più riprese da Diliberto e Bertinotti. Commenterà infatti: “si dorme nel letto che ci si è preparato”.

Rifondazione arriva così al suo settimo congresso nel luglio del 2008. I due candidati a segretario sono il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e l’ex Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero. Lo scontro è duro e si acuisce soprattutto sul possibilismo vendoliano di ricostruire un’unità a sinistra senza disdegnare un eventuale confronto con il Pd.

Ferrero, dal canto suo, è invece convinto della necessità di proseguire il progetto di Rifondazione senza alleanze fallimentari come quelle della Sinistra Arcobaleno. Partito in minoranza, sarà proprio lui ad ottenere la maggioranza dei voti dei delegati, vincendo di misura. Finisce l’epoca del bertinottismo di Rifondazione, ma il partito è destinato ad un nuovo strappo: nel gennaio 2009, complici numerose incomprensioni e lotte di potere, Nichi Vendola annuncia la scissione del suo Movimento per la sinistra, portando con sé esponenti come Franco Giordano e Gennaro Migliore (e ottenendo la benedizione di Fausto Bertinotti).

I tempi però stringono. Si va verso le Europee e le amministrative del 2009 e l’area a sinistra del Pd appare più frammentata di quanto non si potesse credere soltanto un anno prima. Inoltre, la legge elettorale per il Parlamento Europeo è appena stata modificata e per accedere alla ripartizione dei seggi bisogna ottenere almeno il 4%. Per i piccoli partiti, quindi, l’alleanza non diventa soltanto una base programmatica bensì una necessità.

È così che, sulla scia di quanto accaduto ai tempi della Sinistra Arcobaleno, il Movimento per la Sinistra arriva ad un accordo con i Verdi, il rifondato Partito Socialista e Sinistra Democratica al fine di unirsi in un cartello elettorale che si presenti alle comunitarie. Partecipano al progetto anche Unire la Sinistra e il Nuovo Partito d’Azione (che ne uscirà però quasi immediatamente). Nonostante le pressioni del Ps di Di Lello e Nencini, i Radicali, entusiasti del progetto, rimangono fuori dalla lista per un veto di Vendola. Si discute anche sul nome del soggetto, volto a non lasciare la parola “Libertà” ad appannaggio della destra berlusconiana, tant’è che viene anche proposta la variante “Sinistra delle libertà”. Alla fine si opta per il nome definitivo: “Sinistra e Libertà”. Il simbolo è quello di un cerchio diviso in due metà (rossa e bianca con le scritte verdi), dove sotto al nome del cartello compaiono anche i loghi dei principali movimenti: la rosa socialista, il sole che ride dei Verdi e il baffo rosso-verde simbolo del gruppo parlamente Gue\Ngl del quale il Movimento per la Sinistra di Vendola e Unire la Sinistra sono parte (ma anche il Pdci e Rifondazione). Nella lista per le europee Sl ospiterà poi anche Alessandro Bottoni del Partito Pirata.

Sull’altro fronte, Rifondazione pare finalmente accettare definitivamente le offerte di collaborazione dei Comunisti Italiani, avviando con loro un dialogo, al fine di giungere ad un accordo per la presentazione delle liste. Si parla di presentazione di un simbolo condiviso che si riveda nei valori della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica, di una Costituente Comunista. Il Pcl di Ferrando rifiuta a priori ogni collaborazione, mentre, dopo un dialogo serrato, Sinistra Critica rifiuta di aderirvi per mancata discontinuità con il passato. I Consumatori Uniti invece, dopo l’iniziale appoggio, ritirano il proprio sostegno al progetto quando oramai il simbolo è già stato depositato. Partecipa alla “Lista Anticapitalista” anche il movimento Socialismo 2000, mentre il Nuovo Partito D’Azione (in principio vicino a Sl) decide di sostenere la lista dall’esterno.

La dura campagna elettorale di Sl e LA si basa soprattutto sulla lotta per la conquista dell’elettorato di riferimento, che è in gran parte lo stesso. Sl accusa la Lista Anticapitalista di conservatorismo e stalinismo, Rifondazione e Pdci, di rimando, denigrano la scelta di Vendola di dialogare con le forze estranee all’area, in particolare il Ps, accusandolo di perseguire il subdolo fine di cancellare la sinistra dalla politica italiana.

Al momento del voto nessuna delle due liste raggiunge il 4%. La Lista Anticapitalista ottiene il 3.39% dei consensi, mentre la nuova Sinistra e Libertà non raggiunge il milione di voti, fermandosi al 3.13%. Le due forze sono ancora una volte le prime escluse dal Parlamento Europeo, dietro alle formazioni già presenti in quello nazionale (Pd, Pdl, Udc, Idv e Lega Nord ma non il piccolo Mpa, che si è presentato in un fallimentare cartello insieme a La Destra, Pensionati e Alleanza di Centro e rimanendo a sua volta escluso). La Lista Anticapitalista, forte del simbolo storico e della rete territoriale di Rifondazione, si piazza quasi ovunque meglio di Sl, ad eccezione della circoscrizione Meridione, dove l’effetto Vendola è più forte. Al Sud, infatti, Sinistra e Libertà raccoglie ben il 5.19% (con punte talvolta superiori all’8% in Puglia), ma un buon risultato viene raggiunto anche dalla Lista Anticapitalista (4.06%).

Ci ha riprovato anche il Pcl di Marco Ferrando, fermandosi allo 0.54%. Sinistra Critica invece, dopo aver rifiutato ogni collaborazione con la Federazione Della Sinistra, ha rinunciato a presentare le proprie liste.

Il nuovo fallimento elettorale mette le forze politiche della sinistra alternativa al Partito Democratico di fronte a una nuova presa di coscienza. Non si può più contare sulle percentuali di una volta e, dunque, è necessario avviare un po’ ovunque discorsi che mirino ad inserirsi in un sistema di alleanze, sia pure soltanto d’area. C’è inoltre anche da tener conto che in molte amministrazioni locali la collaborazione tra Rifondazione, Pdci, Sl, Verdi e Ps con il Partito Democratico e l’Idv non si è mai interrotta.

Sia Ferrero in Rifondazione che Diliberto nei Comunisti Italiani presentano così le proprie dimissioni, in entrambi i casi respinte. È di questo momento la rottura, nel Pdci, tra Diliberto e Marco Rizzo, unico ad aver votato a favore della sfiducia del segretario. Rizzo viene accusato di non aver sostenuto la lista unitaria Prc-Pdci nella campagna per le Europee, propagandando invece il voto a favore dell’Idv di Di Pietro, ma egli risponde accusando Diliberto di essere colluso con ambienti vicini alla vecchia P2 di Licio Gelli. La frattura diventa insanabile e Marco Rizzo viene espulso dal Pdci. Fonderà poi il movimento Comunisti – Sinistra Popolare, che abbandonerà le istanze dell’eurocomunismo apparentandosi con i partiti comunisti di molti altri paesi, tra i quali Corea del Nord e Cuba.

Nel frattempo, su entrambi i fronti, si decide di proseguire il discorso unitario. La Lista Anticapitalista avvia la fase costituente della Federazione della Sinistra, coordinando a livello nazionale l’operato di Pdci, Prc e Socialismo 2000, a cui si aggiunge l’Associazione 23 marzo “Lavoro-Solidarietà”. La Federazione della Sinistra apre un dialogo con l’Idv e il Pd in funzione anti-governo, ma sostiene fermamente di voler restare fuori dall’alleanza. Presenterà le proprie liste alle Regionali 2010, apparentandosi al Pd nella gran parte delle regioni, ponendosi talvolta al di fuori dagli schemi e altre insieme a Vendola o Verdi. Nella fase costituente, a rotazione, i leader delle tre componenti principali (Ferrero, Salvi e Diliberto) faranno da portavoce del neonato movimento. Un piccolo dissidio interno alla Federazione si avrà nel febbraio 2011: la corrente di Rifondazione denominata “L’Ernesto” (dal nome della rivista d’area) lascia il Prc e aderisce al Pdci, più vicino alle proprie posizioni, nel quale si scioglie.

Più complicata la questione in casa Sinistra e Libertà. Sd e MpS spingono per la creazione di un nuovo partito, mentre Ps e Verdi preferirebbero mantenere l’alleanza federativa. Il 19 settembre 2009 si convoca l’Assemblea Nazionale di Sinistra e Libertà, dove si pongono le basi per il partito che verrà. I Verdi, però, nel frattempo hanno eletto Angelo Bonelli (che ha battuto di misura Loredana De Petris) come nuovo Presidente. Bonelli sostiene l’autonomia del movimento ecologista e la sua elezione determina l’uscita immediata della Federazione dei Verdi da Sinistra e Libertà. De Petris, Francescato e Paolo Cento, però, fondando l’Associazione Ecologisti, preferiranno rimanere nel progetto portato avanti da Nichi Vendola.

Anche nel Partito Socialista (che ha intanto ripreso il nome storico di Psi) i malumori non mancano. La componente vicina a Bobo Craxi è contraria alla convergenza in Sl, e lascia il partito fondando i “Socialisti Uniti – Psi” (Craxi rientrerà poi nel 2010). Mentre nel movimento Sl si preme per costituire il partito, il Psi sembra schiacciare il freno. Su alcuni dettagli tecnici e sullo schema di alcune alleanze in vista delle Regionali 2010, la rottura finesce per consumarsi. Il Partito Socialista abbandona Sinistra e Libertà, diffidando il gruppo dal continuare ad utilizzare nome e simbolo. Diversamente da quanto avvenuto pochi mesi prima durante la rottura coi Verdi, il Psi non vedrà alcuna scissione da parte dei propri dissidenti interni (che pure ci saranno), continuando unitariamente il proprio percorso politico.

Si arriva così all’Assemblea fondativa di Sinistra Ecologia Libertà (tale denominazione era stata già approvata in settembre, insieme alla modifica del simbolo, ed è stata mantenuta nonostante le proteste del Psi). Nichi Vendola viene eletto portavoce nazionale e verrà confermato segretario di partito durante il primo congresso di Sel, dal 22 al 24 ottobre 2010.

Nel mezzo, le elezioni regionali, che vedono Sel spesso schierata accanto allo schieramento di centrosinistra. In alcuni casi (Calabria, Campania, Emilia Romagna, Veneto) non si è rotto l’apparentamento con i Socialisti o coi Verdi, presentando però contrassegni differenti rispetto a quello di Sinistra e Libertà.  Alle amministrative del 2011 si ripete uno schema simile, nonostante il dominio del centro-sinistra in tutta Italia. In particolare, a Milano viene eletto Giuliano Pisapia (di Sel ma sostenuto da tutto il centro-sinistra, compresi Verdi e Fds) e a Napoli Luigi De Magistris (sostenuto da FdS e Idv).

Il fronte unitario dei partiti di sinistra lo si rivede in occasione del referendum del giugno successivo, quando, in occasione delle consultazioni su acqua pubblica, legittimo impedimento e nucleare, Sel e Fds si schierano nette a favore dei 4 sì, poi risultati vincenti. Ulteriori avvicinamenti si hanno nella contrarietà ai governi di Berlusconi prima e Monti poi.

Ma è a Vasto, sempre nel 2011, durante la festa dell’Idv, che Sel dà la sua svolta netta e si prepara ad entrare in pompa magna nel sistema di alleanze del centro-sinistra. In una celeberrima foto che ritrae Vendola, Bersani e Di Pietro sottobraccio sembra andare determinandosi il nuovo schema di alleanze. In realtà, era da tempo che Vendola e Di Pietro sembravano marciare su fronti simili, ma una (seppur fredda) adesione del segretario del Pd Pierluigi Bersani era mancata.

L’alleanza sarà confermata un po’ ovunque in occasione delle amministrative 2012, tranne in Sicilia, dove Sel, Verdi e FdS (in lista unica) più l’Idv, si presentano contro la coalizione formata da Pd e Udc a sostegno dell’ex Pdci Rosario Crocetta. Le forze della sinistra, ineditamente di nuovo insieme, sostengono dapprima Claudio Fava che, per un problema burocratico, è costretto a rinunciare alla candidatura, cedendo il posto a Giovanna Marano (ex sindacalista della Fiom). Causa anche l’exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (e nonostante il 6.10% dei consensi) le liste a sostegno di Marano non ottengono seggi, rimanendo fuori anche dall’Assemblea regionale siciliana.

Vendola, nel frattempo, ha dichiarato di volersi candidare alle primarie di coalizione del centro-sinistra che si terranno nell’ottobre dello stesso 2012. L’alleanza con Antonio Di Pietro, però, si rompe, a causa di un avvicinamento del leader molisano alle posizioni di Beppe Grillo e una scissione del gruppo Idv vicino a Massimo Donadi.

Ed è proprio sulle primarie della coalizione di centro-sinistra (denominata “Italia. Bene Comune”) che la Federazione della Sinistra, oramai allo sbando, si sgretola. Diverse sezioni locali del Pdci, infatti, decidono di mobilitarsi per sostenere Nichi Vendola come leader di Ibn, mentre Rifondazione si oppone a qualsiasi collaborazione con il centro-sinistra. Si vota il 25 novembre 2012, ma Vendola si ferma al 15.6%, dietro al sindaco di Firenze Matteo Renzi e al segretario Pd Bersani, che vanno al ballottaggio.

Vendola decide di schierarsi (come gli ulteriori altri due candidati, Tabacci e Puppato) a favore di Pierluigi Bersani nel voto decisivo del 2 dicembre. Le sezioni Pdci che avevano scelto di appoggiare Vendola decidono di seguirlo anche sul sostegno a Bersani, che vince con il 60.9% dei consensi. Nel frattempo si delineano i tratti ultimi della coalizione elettorale, che sarà definitivamente formata da Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Psi e Centro Democratico, oltre ad alcune liste regionali.

La parte della sinistra esclusa da Ibn (Pdci, Verdi, il Movimento Arancione di De Magistris, le componenti di un’Idv allo sbando) lancia, su impulso dell’ex pm Antonio Ingroia (leader di Azione Civile), il manifesto “Io ci sto”, che chiede una convergenza ed un’alleanza con il centrosinistra. Gli sguardi di Bersani, però, sono volti più ad un’eventuale collaborazione di governo con l’Udc e Monti piuttosto che con la sinistra radicale (anche Vendola accetterà poi questa posizione). Ingroia decide così di sviluppare autonomamente il progetto unitario, ottenendo anche l’adesione di Rifondazione, Verdi e altri movimenti d’area ambientalista (che stavano tentando di dar vita alla Costituente Ecologista) e del Nuovo Partito D’Azione: nasce Rivoluzione Civile. Sinistra Critica, ancora una volta, decide di non appoggiare il neonato movimento.

Con la fine del governo Monti, le elezioni diventano imminenti e, in fretta e furia, Sel e il Pd si mobilitano per organizzare le primarie per stilare le liste dei parlamentari secondo un metodo democratico volto a superare il problema delle liste bloccate. Il 29 e 30 dicembre si tengono così anche le “parlamentarie” di collegio.

Si vota a febbraio 2013, ancora con il porcellum e lo sbarramento al 4%. Italia. Bene Comune è la coalizione maggioritaria, ma per Sel le cose non vanno nel migliore dei modi: soltanto il 3.20% alla Camera e il 2.98% al Senato (ma la soglia di sbarramento è superata per via della partecipazione alla coalizione). Rimane fuori dal Parlamento, invece, Rivoluzione Civile: 2.25% alla Camera e 1.80% al Senato. Il movimento di Ingroia, così, si scioglie e finirà per scomparire definitivamente. Diliberto decide di dimettersi da segretario dei Comunisti Italiani dopo più di tredici anni. Anche la segreteria di Rifondazione presenta le proprie dimissioni, ma queste vengono respinte dal Comitato politico nazionale in attesa del nuovo congresso.

I problemi, però, non mancano nemmeno in Italia. Bene Comune. Il sistema elettorale rende la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato una non-vittoria. È impossibile un governo monocolore, ma anche un’alleanza di governo che prescinda dal centro-sinistra, e il centro dell’asse Monti-Udc non ha i numeri per creare una maggioranza: è dunque necessario un accordo con la coalizione di centro-destra (Berlusconi) o con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. In questo clima, Sel vede una propria rappresentante, Laura Boldrini, eletta a Presidente della Camera dei Deputati. Al Senato, complice il voto di alcuni grillini, l’asse Sel-Pd elegge presidente l’ex magistrato Pietro Grasso.

I primi problemi con il Pd arrivano al momento dell’elezione del Presidente della Repubblica. I dem sostengono Franco Marini, mentre Vendola si schiera a favore di Stefano Rodotà, proposto dal M5S. Dopo una convergenza al quarto scrutinio su Romano Prodi (che non viene eletto per via di 101 franchi tiratori), Sel torna a sostenere Rodotà, senza concordare sulla rielezione di Giorgio Napolitano (riconfermato grazie all’inedito accordo tra Pd e Pdl).

Da qui sarà rottura definitiva. Sel chiede di procedere verso la ricerca di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma dopo il fallimento dell’incarico esplorativo a Bersani (che si vedrà sbattere le porte in faccia da Grillo) si prospetta la creazione di un governo Pd-Pdl. Questo puntualmente avviene, con la nomina di Enrico Letta (Pd), al quale Sel non accorderà la fiducia, passando ufficialmente all’opposizione.

Prc e Pdci vanno intanto riorganizzandosi. Nel luglio del 2013, durante il VII Congresso dei Comunisti Italiani, Cesare Procaccini subentra ad Oliviero Diliberto con il 75% circa dei voti.  Per Rifondazione Comunista, invece, bisognerà attendere il 2014 per vedere un nuovo segretario. Il IX congresso, tenutosi a Perugia nel novembre 2013, non riesce a decretare un vincitore, affidando la gestione del partito ad un comitato politico che rispecchi le tre mozioni presentate. Nei primi giorni del nuovo anno, poi, il comitato ha riconfermato Paolo Ferrero, creando però nuovo scompiglio e malcontento all’interno del partito stesso.

info-sel-corretto[1]

Giuseppe Guarino

– See more at: http://www.caffenews.it/politica/58222/vengo-dopo-il-pci-ne-falce-ne-martello/#sthash.eZEbu9fS.dpuf

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