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Mara conta i passi – Valentina Morelli

maracontaipassi[1][Caffè News] Valentina Morelli è una scrittrice membro de I Sognatori, la prima Factory Editoriale italiana.Il suo romanzo Mara conta i passi, recentemente pubblicato insieme a La Morte è un’opzione accettabile di Gabriella Grieco (di cui abbiamo già parlato QUI) e Spore di Andrea Viscusi, è l’esordio della nuova avventura del mondo dell’editoria italiana. La prima metà del romanzo è scaricabile gratuitamente in Pdf dal sito dell’editore (QUI).

Abbiamo incontrato Valentina e con lei abbiamo esplorato il mondo che vi si aprirà davanti alla lettura di Mara conta i passi.

Ciao Valentina, e benvenuta su Caffè News. È appena uscito Mara Conta i passi, tuo primo romanzo.

Ciao, e grazie dell’invito. Sì, è uscito da pochissimo, sono molto emozionata.

Ognuno è speciale nella propria unicità, il tuo personaggio principale, Mara, è però incline a staccarsi da sé, a gettare via la sua essenza per assumerne una nuova. Raccontaci di lei.

Mara nasce in un piccolo paese dell’entroterra ligure, dove il suo essere fuori dagli schemi è visto con diffidenza. Tutti noi abbiamo bisogno che gli altri riconoscano il nostro valore, la nostra unicità. E se “straordinario” è bello, “strano” non lo è per niente. Mara non vuole gettare via la sua essenza, Mara vuole essere accolta.

L’appiglio maggiore per la tua protagonista è il professor Barbieri, tanto è vero che rappresenta l’asse portante di tutta la vicenda. Anche il lettore, dopo un po’, tende a cercarlo, ad aver bisogno di lui. È l’unico personaggio capace di capire davvero Mara e, dal suo canto, sembra anche contento di questa sua unicità. È tanto difficile trovare qualcuno che, come Barbieri, possa afferrare davvero il nostro intimo, assecondandoci e incoraggiandoci?

Barbieri capisce Mara perché le assomiglia. L’empatia è più facile quando ci riconosciamo in chi abbiamo di fronte.
È difficile trovare chi ti sostenga quando il tuo modo di pensare si discosta da quello comune. Se i tuoi desideri, le tue ambizioni, i tuoi gusti sono atipici in un qualunque modo, le persone tenderanno a guardarti con sospetto. A prendere le distanze. A considerarti sbagliato.

La famiglia di Mara è distante, lontanissima da lei. Mara se ne trova una nuova, artificiale, in Filippo e Carla (oltre che in Barbieri). Hai ripreso senza rimpianto un mondo che ha smesso di esistere, che sopravviveva in un periodo di forti trasformazioni sociali come gli anni ’70. Il contrasto che si crea è immenso e i genitori della protagonista, in particolare il padre, riescono a rendersi piuttosto antipatici. Perché creare una contrapposizione così netta e violenta?

La famiglia di Mara è il simbolo della chiusura mentale, di quell’incapacità di provare a osservare le cose da un punto di vista diverso dal proprio. Antipatici, dici? Io spero di essere riuscita a renderli odiosi, i familiari di Mara, per quello che rappresentano: l’ottusità.

I numeri sono un’ulteriore parte fondamentale del romanzo. Mara studia matematica e tenta di capire le figure complesse attraverso lo studio di una muffa apparsa sul muro del suo appartamento. Tu, invece, sei un architetto. Quanto di te c’è in questo libro?

Vorrei poter rispondere niente. Ho cercato di tenermi lontanissima da Mara, non è di me che volevo parlare. La matematica mi piaceva, ma non è mai stata una passione. Mi capita di essere timida, specie quando qualcosa mi tocca molto, ma in genere sto bene in mezzo alla gente. Vorrei quindi poter dire che Mara non mi assomiglia.
Però la storia l’ho scritta io. E temo di aver detto, di me, molto più di quanto avrei voluto, di avere svelato cose che, in genere, tengo ben nascoste.
Cito Giuseppe Berto:
Da quando Flaubert ha detto “Madame Bovary sono io” ognuno capisce che uno scrittore è, sempre, autobiografico. Tuttavia si può dire che lo è un po’ meno quando scrive di sé, cioè quando si propone più scopertamente il tema dell’autobiografia, perché allora il narcisismo da una parte e il gusto del narrare dall’altra possono portarlo a una addirittura maliziosa deformazione di fatti e di persone.
Se Berto ha ragione, cercando di non scrivere di me ho finito per farlo.

Gran parte della vicenda si svolge a Genova, una città duale nella quale vivi “per scelta, perché funziono a mare”. Qual è il tuo rapporto con Zena?

Genova è stata vitale nel senso più letterale del termine. Milano, che è la città dove sono cresciuta, era la morte, per me. Tutto quel grigio, l’orizzonte inesistente, il freddo umido, ore e ore per spostarsi da un luogo all’altro, la periferia angosciante.
Ho bisogno di una dimensione più piccola, di brevi distanze, di muovermi a piedi. Di un clima più umano. E del mare che, vai a capire perché, mi è indispensabile. Ma non il mare della spiaggia e degli ombrelloni, che detesto. Il mare all’orizzonte. Il mare che fa il vento salato. Il mare che ti abbraccia e ti consola.
Amo Genova, eppure la considero una stazione intermedia: vorrei vivere in un posto più piccolo, in una casa sul mare, con gente che arriva da paesi diversi e porta con sé la sua ricchezza unica. Lanzarote potrebbe essere il posto giusto, chissà. Mi vedo, da vecchia, in una taperia a Tías, a sorseggiare Rioja Crianza con un inglese, un francese, un tedesco. Come nelle barzellette, sì.

Ti faccio una domanda che ho già posto a Gabriella Grieco: facci i nomi di un libro, un disco e una pellicola cinematografica che hanno influito sui tuoi interessi o sulla tua formazione.

Un libro. Be’, devo raccontarti una storia. In seconda liceo avevo un’insegnante che odiavo con tutta me stessa. Mi faceva stare male e ancora adesso, se ci penso, mi viene la nausea. Era fissata con Carver, voleva a tutti i costi che leggessimo Cattedrale. Io rifiutavo ogni cosa arrivasse da lei, per partito preso. Mi sono fatta passare una relazione da quelli di terza per fare il compito, e ho evitato Carver per tutta la vita. Un giorno, un paio d’anni fa, mi è venuto il sospetto di fare come quello che, per indispettire la moglie, si è tagliato i maroni. E allora l’ho letto, Cattedrale. E meno male! Oggi Carver è il mio scrittore preferito.Un disco. Questa è difficilissima, vivo con la musica nelle orecchie, sempre, ascolto tantissime cose e molto diverse, come scegliere?
Va bene, ci sono: il disco che ha cambiato definitivamente i miei gusti musicali, quello da cui è partito il mio bisogno di cercare la musica anziché accontentarmi di quello che arrivava, è Black Celebration, dei Depeche Mode.Un film. Dancer in the dark, di Lars Von Trier. In negativo, però. Nel senso che mi ha fatto incazzare come una bestia (si può dire?), e mi ha fatto capire cosa non voglio vedere. Capire cosa non ti piace è importante tanto quanto capire cosa ti piace.Un videogioco. So che non me l’hai chiesto, ma credo che i modi per raccontare siano tanti e tutti ugualmente degni. Final Fantasy VIII, un gioco di ruolo giapponese con una grafica smontamascella e una storia delicata e poetica che mi ha rapito per giorni. Mi ha aperto un nuovo mondo, una nuova porta mentale.

Fai parte della prima trance di pubblicazioni della Factory Editorale dei Sognatori. Com’è nato questo amore per il progetto di Aldo Moscatelli e, soprattutto, quali prospettive e sviluppi prevedi per il futuro di quest’iniziativa pionieristica?

A dire il vero, il progetto di Aldo Moscatelli, a me, è caduto in testa. Mi spiego.
Quando Aldo ha deciso di trasformare la casa editrice nel progetto Factory, io (con altri nove autori) avevo già un contratto con I Sognatori e stavo lavorando da qualche mese a Mara conta i passi. Moscatelli ha dato il via alle selezioni per reclutare cento scrittori e ha ritenuto che noi dieci avessimo già guadagnato il diritto di far parte del progetto (se avessimo voluto, chiaramente).
Così mi ci sono ritrovata e, lo ammetto, all’inizio ero perplessa, ma solo perché non mi era chiaro cosa stesse succedendo. Ora sono entusiasta.
Siamo agli inizi, ma sta funzionando bene, c’è una bella atmosfera. Io, Gabriella Grieco e Andrea Viscusi siamo i primi a pubblicare con la Factory e il sostegno di tutti si sta rivelando fondamentale. Ci stiamo rodando, e sono certa che le cose andranno sempre meglio.

Cosa ti piace scrivere? Mara conta i passi è etichettato come romanzo mainstream, ma in quali di scrittura ti trovi più a tuo agio?

Amo le contaminazioni tra generi (e credo che in Mara conta i passi si capisca, nonostante sia classificato come mainstream).
Scrivo (anche) per fuggire, così mi piace inventare i posti dove vado con la mente. Mi piace immaginare realtà alternative. Murakami, Gaiman, King, Barker sono la mia ispirazione, e vorrei imparare a scrivere ciò che mi piace leggere. Sto lavorando a una storia che potrebbe forse essere etichettata come new weird (ma le etichette mi sono antipatiche) e ho un sogno: un libro illustrato, come Abarat di Clive Barker.

Grazie del tempo trascorso con noi. Non resta che augurare una buona lettura a chi prenderà tra le mani Mara conta i passi, un bellissimo romanzo. Caffè News ti saluta calorosamente e ti ringrazia per l’intervista. A presto. In bocca al lupo.

Grazie di cuore a voi, a presto. E lunga vita al lupo.

Trama: per sfuggire a un passato contraddistinto da rapporti familiari difficili e da una timidezza di fondo che la costringe in una vita segnata dall’anonimato, Mara trova nella matematica una compagna fedele, e nell’universo dei numeri un regno ordinato e preciso, nel quale rifugiarsi ogni volta che la vita l’aggredisce col suo caos. Mara ha un ragazzo, un’amica, un lavoretto e un punto di riferimento ben preciso (lo zio costantemente spettinato: il professor Barbieri), e la sua vita scorre senza sussulti – proprio come piace a lei. Almeno finché una strana macchia apparsa sul muro del suo appartamento non diviene un’ossessione, a tal punto da spingerla verso teorie folli e geniali al contempo, in grado di mandare al macero tutta la geometria euclidea. Qualcosa di strano, però, accade nell’istante in cui Mara, grazie ai suoi calcoli, riesce a prevedere esattamente quale direzione prenderà la macchia che si espande inesorabile sul muro…

Valentina Morelli vive a Genova per scelta, perché funziona a mare. Nata a Modena e cresciuta nella nebbia puzzolente di Milano, non si sente a casa da nessuna parte. Scrive storie per non annoiarsi. E perché, più di ogni altra cosa, ama raccontare.

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