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Vengo dopo il Pci – Rifondazione e la scissione del Pdci

dopo-il-pci-2-rifondazione[1][Caffè News] Seconda puntata della rubrica “Vengo dopo il Pci”, oggi analizziamo i primi dieci anni della storia di Rifondazione Comunista e del Pdci, ossia dal 1991 fino alla seconda vittoria di Silvio Berlusconi, nel 2001. La prima puntata, Gli anni del Pds, è disponibile QUI.Dopo l’ultimo congresso del Pci, nel 1991, alcuni delegati rifiutano di partecipare alla fondazione del Pds e optano per una scissione a sinistra. Il confronto è acceso e serrato e, alla fine, la corrente cossuttiana e filosovietica va a costituire l’ossatura iniziale del Movimento per la Rifondazione Comunista. Questo nasce formalmente il 25 febbraio 1991. Il primo obiettivo è quello di strappare al Pds anche lo storico simbolo, ma l’operazione fallisce. Il nuovo partito pone il logo del Pci ai piedi della quercia e al neonato movimento non resta che accontentarsi dei soli falce e martello, su una bandiera stilizzata, senza il tricolore.

Il primo segretario (dapprima definito “coordinatore”) è Sergio Garavini, che deve però subito fare i conti con una coabitazione insieme a Cossutta. Intanto, Democrazia Proletaria, guidata da Giovanni Russo Spena, decise di sciogliersi e confluire nel nuovo soggetto politico. Segue la medesima strada anche il Partito Comunista d’Italia – Marxista Leninista e qualche dissidente entrato nel primo Pds decide di tornare sui propri passi e seguire la nuova avventura di rosso vestita. Dopo numerose lotte di piazza, soprattutto riguardanti la richiesta d’impeachment nei confronti del Presidente della Repubblica Cossiga, il Partito della Rifondazione Comunista vede ufficialmente la luce il 15 dicembre 1991.

Nel 1992 arriva il primo test elettorale nazionale (Rifondazione aveva già presentato alcune liste durante le amministrative dell’anno precedente). Si vota ancora col proporzionale e il nuovo partito ottiene il 5.6% dei voti della Camera dei Deputati e il 6.5% del Senato. Siamo in anni difficili. È il periodo di Mani Pulite e della riforma elettorale. Rifondazione prende posizione contro il maggioritario e, com’era già successo un tempo nel Pci, si esprime contro il processo d’integrazione europea, non approvando la ratifica del Trattato di Maastricht e mostrando un anti-europeismo che negli anni successivi finirà per scemare.

Il ’92 è, inoltre, il primo anno senza l’Unione Sovietica e il colpo è forte. Cominciano una serie di dissidi interni, soprattutto tra il segretario Garavini e il Presidente Cossutta: Garavini spinge per un’alleanza con il Pds, mentre Cossutta rimane su posizioni massimaliste. Sentendosi sfiduciato dal direttorio del partito, Garavini decide di rassegnare le dimissioni. Sembra dovergli succedere Lucio Libertini, che però muore improvvisamente prima del congresso, lasciando il Prc nelle mani di un direttorio temporaneo.

Dal Pds, intanto, alcuni sindacalisti della Cgil che temono un avvicinamento troppo stretto a Bettino Craxi e al Psi (e una conseguente deriva filo-capitalista) decidono di chiamarsi fuori. Alla loro testa c’è l’ingraiano Fausto Bertinotti, che il 28 settembre 1993 decide di iscriversi a Rifondazione Comunista. Nel gennaio successivo, dopo il II congresso del Prc, l’ex sindacalista dalla erre moscia conquista la stragrande maggioranza dei voti dei delegati (circa l’83%) e diventa così il secondo segretario del partito, facendo il primo passo di una leadership che durerà incontrastatamente per più di dodici anni.

È il 1994 e si vota per la prima volta col Mattarellum e, in abbinato, anche per le Europee. Insieme ad altri sette partiti (tra cui il Pds e i cocci rotti del Psi), Rifondazione forma l’Alleanza dei Progressisti, già testata in alcuni comuni l’anno precedente (Napoli, Torino, Roma, Genova, Palermo).

I risultati non sono dei migliori. L’alleanza berlusconiana trionfa e Rifondazione si attesta intorno al 6% nella quota proporzionale della Camera, oltre che al Parlamento Europeo. Alla caduta di Berlusconi, però, anche i Progressisti ricominciano a fare scaramucce. Il Prc, nonostante il forte dibattito interno, non concede la fiducia al governo Dini (sostenuto da Pds, Ppi e Lega) e, al contempo, espelle Umberto Carpi (che aveva invece votato la fiducia).

Il clima si fa rovente e un gruppo che arriverà fino a 16 dissidenti (tra cui Nappi, Roventi, Vendola, l’ex segretario Garavini e il capogruppo alla Camera Crucianelli) diventa parte decisiva della maggioranza parlamentare a sostegno dell’esecutivo. Crucianelli viene sostituito così da Oliviero Diliberto. Il conflitto si conclude con la scissione del gruppo dei Comunisti Unitari (con a capo Sergio Garavini e Lucio Magri) che comincerà un rapporto di intensa collaborazione con il Pds (nel 1996 presenterà i propri candidati all’interno delle liste della Quercia), finendo poi per partecipare alla fondazione dei Democratici di Sinistra.

Nel 1995 si vota alle Regionali e Rifondazione, nonostante le diatribe interne ma forte dell’opposizione al governo, ottiene l’8% circa. Il partito arriva così ad un patto con Dini: nessun voto di sfiducia in cambio della promessa del presidente del Consiglio di dimettersi entro la fine dell’anno. Dini acconsente (si dimetterà il 30 dicembre).

Romano Prodi, nel frattempo, ha cominciato i lavori per la creazione dell’Ulivo, ma Rifondazione rifiuta di aderirvi, bocciando il documento programmatico del professore. Il patto di desistenza sarà raggiunto in un secondo momento: nessun accordo sulla formazione del governo, ma rinuncia dell’Ulivo a presentarsi in una quarantina di “collegi sicuri”, dove Rifondazione torna con il vecchio simbolo dei Progressisti. Alle elezioni del 1996 arriva così il massimo risultato della storia del Prc: 8.5% alla quota proporzionale della Camera. Forte del proprio risultato, il partito sceglie di fornire a Prodi un appoggio esterno, ma all’interno si avvisano i primi segnali di una nuova fase burrascosa.

Bertinotti annuncia quasi ogni giorno di non essere disposto a sostenere la politica moderata dell’esecutivo Prodi, e di essere pronto a revocare la fiducia in caso di bisogno. La prima crisi arriva sulla “missione Alba” in Albania, che viene approvata con i voti decisivi del Polo. La seconda giunge sulla finanziaria 1998: Prodi arriva a dimettersi ma, con la mediazione del Presidente della Repubblica Scalfaro, Bertinotti accorda la fiducia al governo dichiarando di essere pronto a sostenerlo per un altro anno. La terza e ultima crisi arriva puntuale esattamente un anno dopo e, ancora una volta, sulla finanziaria: Bertinotti è sfavorevole e decide di non voler votare la fiducia. Cossutta si dimette da presidente del partito, che si spacca.

La maggioranza assoluta del gruppo parlamentare (Cossutta e Diliberto) resta fedele all’Ulivo e al centro-sinistra, mentre le mozioni di Bertinotti e Marco Ferrando optano per rimanere all’opposizione. Nascono così i Comunisti Italiani. Con un accordo tra il nuovo partito e i Ds, che avevano ormai rimosso la falce e martello dai piedi della quercia, il Pdci riprende il simbolo ch’era stato del Pci. Rifondazione impugna così l’atto, dichiarando che il nuovo simbolo è troppo simile al proprio. La Corte d’Appello di Roma trova la soluzione: il Pdci dovrà utilizzare un fondo azzurro per distinguersi da Rifondazione, che continuerà però a presentare ricorsi (che non troveranno più accoglimento).

Il 21 ottobre 1998 il nuovo gruppo parlamentare vota la fiducia al governo di Massimo D’Alema (insieme all’Udr di Mastella e Buttiglione), mentre Rifondazione comincia il proprio arroccamento su posizioni estremiste. Al Governo partecipano Oliviero Diliberto (Ministro di Grazia e Giustizia) e Katia Bellillo (ministro degli Affari Regionali). Il Pdci sceglie come presidente Armando Cossutta e, alle elezioni europee del 1999, raccoglie il 2% dei consensi. Alle stesse elezioni, Rifondazione raccoglie il 4.3%, eleggendo 4 europarlamentari.

Dopo le dimissioni di D’Alema, il Pdci sostiene anche il governo di Giuliano Amato, formatosi nell’aprile del 2000, dove porterà in quota ancora Katia Bellillo (Pari opportunità) e, invece di Diliberto, Nerio Nesi (Lavori Pubblici). Nello stesso aprile, i Comunisti Italiani scelgono Oliviero Diliberto come nuovo segretario.

All’interno di Rifondazione, intanto, è scontro tra gli ingraiani e i trozkisti di Ferrando, che si danno battaglia sui congressi locali. Bertinotti, tuttavia, rimane segretario, orientando le proprie politiche soprattutto verso l’autodeterminazione dei popoli e le istanze no-global. Rifondazione acquista una rinnovata connotazione movimentista, staccandosi dalla logica del partito-struttura in favore della piazza.

Si arriva così alle elezioni del 2001. La coalizione di centro-sinistra è quella de L’Ulivo, che sostiene come candidato premier l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli. Si giunge a un nuovo patto tra Rifondazione e L’Ulivo, di “non belligeranza”: Rifondazione si presenta alla Camera soltanto in quota proporzionale e normalmente al Senato. Questa opzione si rivelerà distruttiva, il centrosinista non conquista la maggioranza del Senato per il mancato accordo con Bertinotti, permettendo a Berlusconi di ottenere circa 40 seggi altrimenti persi e costituire così il suo secondo governo. Il Prc ottiene, in ogni caso, il 5.03% dei consensi alla Camera e il 5.04% al Senato. Il Pdci raccoglie l’1.67% (Camera, quota proporzionale).

Giuseppe Guarino

rifondazione_pdci_stats[1]

– See more at: http://www.caffenews.it/politica/57556/vengo-dopo-il-pci-rifondazione-e-la-scissione-del-pdci/#sthash.Zt6wEwS4.dpuf

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