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Marcello Capozzi, in Sciopero linguaggio complesso e sprazzi di genialità

sciopero [Caffè News] Abbiamo già parlato in due occasioni di Marcello Capozzi, QUI in un’intervista di Francesca Papais e QUI in un articolo di Leyla Khalil. Oggi, che il suo disco Sciopero si è messo in luce tra le novità del panorama indipendente italiano, abbiamo deciso di scrivere una recensione di questa opera prima dell’artista campano.

Dopo un EP autoprodotto, questo disco ha visto la luce lo scorso giugno per l’etichetta Seahorse. Dieci le tracce che compongono l’album, che potete trovare anche sulla piattaforma Spotify oltre che nei negozi di dischi e nei principali store on line, anche digitali.

Il vetro e l’intero è il pezzo introduttivo, che procede su uno schema classico, con un tempo regolare e corredato da una voce che colora di malinconia l’intero brano. Prepara emotivamente a 1984, che anche se si dilunga un po’ troppo in una lunga introduzione sporcata piacevolmente da alcuni rumori di fondo, gioca su un simpatico riff che dà una vena di orecchiabilità al pezzo, che prosegue su una matrice prettamente sperimentale che cresce esplodendo in un assolo

Canto Campano è invece segnata da una vena maggiormente intimista e cantautoriale, che assume i tratti di una sommessa canzone di denuncia che, pur non alzando i toni, risulta al tempo stesso sia arrabbiata che sconfortante, accendendosi poi in un malinconico grido d’aiuto (“fiotti immateriali \ calcano i corpi\storie che ora so comprendere \ ma non so difendere \ più che stare a lutto \ e vestirmi di nero”) e terminando con qualche nota di chitarra acustica che chiude, in maniera non definitiva, un discorso mai esaurito.

Ettari di eternit è una traccia più discorsiva e fantascientifica, che declama versi crescenti su un ciclo continuo di ricerca esperienziale, mentre nella successiva Gli orologi la base acustica graffia ricercando un’atmosfera onirica che si chiude sui lampi di luce mattutina degli ultimi istante del brano.

Il testimone assume ancora i toni da romanzo urbano, con la voce che si arrochisce e un arrangiamento dai caratteri orchestrali che sfuma violentemente per poi rinascere in un leggiadro accompagnamento strumentale. La title track Sciopero appare più dinamica rispetto al resto dei brani, pur non abbandonando i tratti riflessivi che caratterizzano tutto il disco. Il mattino ha l’oro in bocca presenta una introduzione magnetica, per poi avanzare sulle ormai consuete atmosfere quasi fantascientifiche e distopiche, che regalano un amaro spaccato di realtà tramite un testo sferzante ed un’ossessiva ridondanza di cicli strumentali.

Solstizio d’inverno è un brano maggiormente ritmato e rockeggiante, che marcia spinto da una sezione propulsiva di chitarra elettrica che però, diversamente che in qualche altra canzone del disco, tarda ad esplodere, lasciando una sorta di amaro senso d’incompiuto che s’affianca ad un assennato uso dei refrain strumentali che rischia di appesantire il tutto. Chiude il disco Scaldare il freddo, che non aggiunge né toglie nulla a quanto già affermato in precedenza, spalmando su quasi sette minuti un testo d’immanente quotidianeità.

Nel complesso, Sciopero è un disco piacevole per gli amanti dell’indie rock e della musica d’autore, che potrebbe benissimo farsi strada, sebbene talvolta, ripetendosi, rischia di stancare un po’ l’ascoltatore. È però un’opera prima che non delude, che si esprime in termini complessi ma anche con sprazzi di genialità e tanta buona musica. E questo è un linguaggio universale.

Giuseppe Guarino

– See more at: http://www.caffenews.it/avanguardie/56812/marcello-capozzi-in-sciopero-linguaggio-complesso-e-sprazzi-di-genialita/#sthash.Pn21Lr28.dpuf

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