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Ds-Ppi. Come, quando e perché

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Il Partito Democratico vince ma non convince. I risultati dei ballottaggi, confrontati con il voto di febbraio e coi sondaggi più recenti, non fanno che confermare quanto il Pd sia forte a livello locale (forse in virtù dell’attrattività elettorale dei personaggi che, nel bene o nel male, fanno parte del partito).

Il problema è a livello nazionale. Non c’è ancora nessun personaggio capace di far sognare il popolo del Pd ma soltanto mille leaderini a capo di migliaia di correnti, come succedeva nella Democrazia Cristiana. Il Pdl ha Berlusconi, i Cinque Stelle hanno Grillo, Sel ha Vendola… Il Pd? I quattro segretari succedutisi finora (Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani), per quanto preparati, non hanno mai attecchito veramente nel cuore dell’elettorato del maggiore partito di centrosinistra.

Ogni volta che qualcuno alza la testa sorgono le polemiche. Ex Margherita, ex Ds, ex Comunisti, ex Democristiani. A volte sembra una faida, succede anche nelle migliori famiglie.

Ma qui c’è in gioco il futuro di una forza progressista che, non facendo del massimalismo vendoliano la propria bandiera, garantisce l’unico spiraglio per chi non si riconosce nel centro-destra o nel populismo cinquestellato.

Pertanto, siccome la sfida è sempre quella tra l’ala moderata e quella di sinistra, sarebbe così scandaloso uno scioglimento del Pd per una ricomposizione dei due partiti che lo hanno preceduto?

Con qualche distinguo, sicuramente. Altrimenti quindici anni di prodismo e centro-sinistra non avranno insegnato proprio niente a nessuno.

Ridateci dunque i Ds (e non il Pds post-comunista). Ridateci un partito socialista nel senso europeo, una forza socialdemocratica che possa lavorare davvero con i Labour e l’Spd (perché, diciamolo francamente, se Sel entrasse nel Pes, cosa c’entrerebbe Vendola con le sinistre socialdemocratiche continentali?).

Al contrario, ridateci il Ppi (e non la Margherita rutelliana). Ridateci un partito popolare che recuperi il meglio della tradizione cattolica e democratica del paese e non una forza capace soltanto di imporre veti.

A capo dell’uno metteteci Barca o Epifani o Civati o Puppato. A capo dell’altro va bene Franceschini o Letta o anche Renzi.

Poi facciamo eleggere due segreterie separate ma un unico leader di coalizione (meglio se al di fuori di entrambi i partiti). Un signore che ricalchi lo spirito di quello che era stato Romano Prodi, ma senza allargarsi nel portare all’implosione sia la casa dei popolari che quella dei socialdemocratici. Basta far funzionare le primarie e non farle diventare conflitti interni.

Poi? Poi ci si presenta alle elezioni insieme, in lista collegata o cartello elettorale o in liste separate, a seconda del sistema elettorale. Insieme e basta. Ppi e Ds, senza altre alleanze, né al centro né a sinistra. Perché se qualcosa bisogna imparare da Prodi e dai suoi governi è proprio quella di non diventare ostaggi del Bertinotti o del Mastella di turno.

E infine? Infine bisogna governare. Come un partito solo, ma ciascuno a casa sua. Dopo il fidanzamento da sogno c’è stato un matrimonio da incubo. Ora occorre una separazione consensuale durante la quale ristabilire i rapporti e rimettere in piedi una relazione che può essere ancora lunga e fruttifera.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica Legno sopra un’onda, il 17 giugno 2013

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