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Hemingway, il vecchio, il mare e i delfini

hemingwayMi ha sempre affascinato la figura di Ernest Hemingway ma non avevo mai avuto l’occasione di leggere nulla di suo. A suggestionarmi ancora di più ci hanno pensato pure le canzoni di Guccini, Paolo Conte e dei Negrita, che dello scrittore hanno fatto un mito quasi epico.

Nel mio peregrinare costante tra librerie mi imbatto, immancabilmente, nella sezione dei classici e nella foto barbuta di Hemingway sulla copertina de Il vecchio e il mare, edizione Oscar Mondadori, traduzione di Fernanda Pivano. Cerco qualche altra sua opera e trovo anche Fiesta e Verdi Colline d’Africa. Ma quello sguardo fisso verso l’orizzonte mi ha oramai rapito e colpito troppo. E poi Il vecchio e il mare è l’unico titolo di cui ero già a conoscenza, è forse il romanzo più famoso di Hemingway e quindi decido di prenderlo.

La trama mi affascina: un vecchio pescatore esce per mare dopo ottantaquattro giorni senza aver preso niente e si imbatte nel marlin più grosso che abbia mai visto, perdendo tutte le energie per dargli la caccia e abbatterlo. Mi affascina anche il modo di scrivere di Hemingway. Il fatto che questo romanzo sia imbottito di termini marinareschi, lo vedo come uno spunto a imparare qualcosa piuttosto che come un difetto del testo. Fatto sta che debbo leggerlo con il dizionario sotto mano perché il rischio d’imbattersi in qualche termine sconosciuto è molto alto.

Ma ora parliamo del motivo che sta alla base di questo articolo: i delfini. Durante la lettura mi imbatto spesso nelle loro figure, rimanendo talvolta anche un po’ impressionato.

“Se il pesce decide di resistere un’altra nottata, avrò di nuovo bisogno di mangiare e l’acqua nella bottiglia è quasi finita. Credo che non riuscirò a prendere che un delfino, in questo punto.”

Mi viene qualche dubbio. Il marlin catturato da Santiago il pescatore è già di per sé grosso, perché complicarsi la vita nel cercare di prendere un delfino che, a mia memoria, tanto piccolo non è? Proseguo la lettura e mi imbatto in una strana descrizione:

“Naturalmente il delfino sembra verde ma non lo è, perché in realtà è color dell’oro. Ma quando viene a mangiare, che è proprio affamato, sui fianchi gli si vedono strisce viola come sui marlin. Che sia la collera, o la velocità maggiore a farlevenir fuori”

Ora, non so voi, ma io i delfini li avrei descritti color argento e non “dell’oro”. E, al riflesso, più che verdi dovrebbero sembrare azzurri.Andiamo avanti.

“Poco prima che scendesse il buio, [..], alla lenza piccola abboccò un delfino. Il vecchio lo vide per la prima volta quando balzò nell’aria, proprio come l’oro nell’ultimo sole e prese a curvarsi e sbattere all’impazzata nell’aria. Continuò a balzare spinto dalla paura e il vecchio ritornò a poppa e accoccolandosi e tenendo la lenza grande con la mano e il braccio destro, tirò il delfino con la mano sinistra posando il piede sinistro nudo sulla lenza ogni volta che ne conquistava un pezzo.”

In pratica, il delfino descritto, sempre color oro, dovrebbe essere abbastanza piccolo da poter essere pescato da un uomo solo, per giunta vecchio e non più in forze. Qualcosa non torna.

“il vecchio vide distintamente il delfino e gli immerse la lama del coltello nella testa e lo tirò fuori da sotto la poppa. Posò un piede sull’animale e lo tagliò in fretta dall’ano fino all’estremità della mascella inferiore. Poi posò il coltello e lo sventrò con la mano destra, raschiandolo per pulirlo e sgombrandogli le branchie.”

Orrore degli orrori. Non si può leggere di un delfino con le branchie. E sì, lo sanno pure i bambini, i delfini non sono pesci, ma mammiferi. Dunque non hanno le branchie ma i polmoni. Nel corso di tutto il testo chiudo gli occhi ogni volta che si parla del delfino-pesce, quasi disgustato. Possibile che Hemingway, avvezzo al mare e ai suoi segreti, faccia tanta confusione e cada su queste quisquilie?

Ebbene no. La rete, quella virtuale e non quella da pesca, giunge in mio aiuto. Scopro che l’errore non è di Hemingway ma della traduttrice, Fernanda Pivano. Nel testo originale, quello che nella traduzione è indicato come “delfino” è chiamato “dolphinfish”. Basta un dizionario di inglese per verificare: dolphinfish non è delfino ma lampuga. La lampuga risponde perfettamente alla descrizione: dalle squame dorate, grossa ma d’un peso compreso tra i pochi etti e i cinque chili (pur potendo arrivare a venti). La cara Nanda s’è fatta dunque trarre in inganno.

Termino il libro e lo ripongo negli scaffali pronto ad approfondire il resto dell’opera di Hem. Mai giudicare senza informarsi. Stanotte sognerò i leoni.

g.g.

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 28/04/2013

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