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Sitcom animate e anime: non chiamateli cartoni animati

Un antico e diffuso luogo comune vuole che i cartoni animati siano destinati esclusivamente ai bambini. Questa credenza è nel nostro paese alla base delle politiche delle televisioni generaliste che hanno spesso importato da America e Giappone numerose serie animate spacciandole per cartoni animati per bambini, arrivando spesso a sfiorare il ridicolo.

La convinzione che tutto ciò che sia “cartone animato” possa essere adatto ad un pubblico di bambini è totalmente inesatta. Abbiamo però spesso assistito a mutilazioni e adattamenti (o, peggio, a niente) tutti italiani.

LE CENSURE – Talvolta le censure avvengono su scala mondiale, ma per poter trasmettere sui teleschermi italiani cartoni animati pensati in patria per un pubblico adulto è necessario fare qualche taglietto qua e là. Che importa se poi questo crea un vuoto nella trama della serie? Ed ecco che, soprattutto gli anime, vengono smussati e trasmessi in fascia protetta. Ci sono passati quasi tutti, da Dragon Ball ai Pokemon.

I MUTAMENTI DI NOMI E DI TRAMA – Rivolgendo ancora lo sguardo ai cartoni animati provenienti dal Giappone, ci rendiamo conto di quanto (anche a seguito di censure non proprio leggere) si possa arrivare a mutare completamente la trama di una serie. Kimagure Orange Road è stato trasmesso in Italia con una trama quasi completamente riadattata. Chi non lo ricordasse non ha nulla da temere: si tratta di “È quasi magia Johnny”. Anche i nomi hanno subito adattamenti, non più giapponesi ma anglosassoni, più familiari, e così Kyosuke diventa Johnny. Un altro fulgido esempio si ha con “Holly e Benji”, dove Ozora Tsubasa diventa il famosissimo Oliver Hutton e Wakabayashi Genzo il portiere Benji Price.

GLI AMERICANI – Mutamenti di nomi e trama sono però, per quanto discutibili, necessari per rendere adatta ad un pubblico di giovanissimi una serie che altrimenti non li riguarderebbe. Ciò talvolta non accade. Due esempi vengono dalle sitcom animate dei Simpson e dei Griffin. Volgarità, violenza, cinismo e sesso non mancano mai, ma questi cartoni vengono diffusi tranquillamente (con minimi adattamenti) in orari “protetti”, a differenza di quanto accade negli stessi States. Inoltre Griffin e Simpson contengono numerosi riferimenti ad arte, cultura, musica, cinema, storia che i bambini non riescono sempre a capire (spesso fa fatica anche una persona di media cultura), ragion per cui sembra ancora più inutile farli passare per cartoni per bambini. Un paragone va fatto qui con i fumetti (e poi cartoni) di Mafalda e, in minor misura, dei Peanuts. In entrambi i fumetti i protagonisti, pur essendo bambini, fanno spesso riferimento al mondo degli adulti, rendendo inspiegabili (agli occhi dei bambini) talune strisce.

LE SOLUZIONI – Al problema della credibilità dei cartoni giapponesi stanno ovviando molti appassionati delle stesse serie che, con certosino lavoro, sottotitolano gli episodi originali postandoli on line. Riescono così, per quanto tale pratica non sia perfettamente legale, a rendere disponibile l’opera originale dell’autore in tutto il suo splendore e in tutta la sua completezza.
All’altro problema, quello delle fasce orarie, non possono che ovviare le televisioni, smettendo di proclamare appetibile ciò che commestibile non è.
Ovviamente, in mancanza di provvedimenti del genere, sono i genitori a dover vegliare sui propri figli, a dover insegnare loro a discernere. Perché un adulto inconsapevole sa individuare in tali programmi lo spirito giusto e trarne magari lo spunto per una riflessione o una bella risata. Ad un bambino che guarda “Futurama” restano in mente solo tante parolacce. E non credo che menti geniali come quelle di Seth MacFarlane o Matt Groening lavorino per questo.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 4/06/2012

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