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Incollati allo schermo o a pagine di carta

Quando David Morrell pubblicò, nel 1972, First Blood, Rambo appariva un pò diverso da quell’eroe sedimentatosi poi nelle menti collettive, frutto del diffusissimo sviluppo della cultura pop. Nel film, uscito dalla penna di Michael Kozoll, William Sackheim e dello stesso Sylvester Stallone, Rambo provoca indirettamente la morte dell’agente Galt. Nel libro lo fa volontariamente, sbudellandolo con un rasoio. Ma le differenze non terminano qui. Nel libro si tende ad umanizzare la figura di Teasle, nel film quella di Rambo. Quindi, quella che nel film sembra una dicotomia oppresso-oppressori, nel libro è totalmente assente in favore di un più reale bilanciamento di caratteristiche personali.

Difficilmente una trasposizione è completamente fedele. Spulciando un pò tra le mie ultime letture mi ritrovo in casa libri come Shining di Stephen King, Sleepy Hollow di Irving, Michele Strogoff di Verne e lo stesso First Blood di David Morrell. Giusto per citarne alcuni. Tutti trasposti al cinema (con più o meno successo), tutti con differenze, aggiustamenti, ristesure.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

C’è poi, più raramente, l’operazione inversa. E cito, a proposito, Rambo 2. Nato come seguito solo cinematografico di First Blood, Rambo 2 è anche un romanzo, che va al di là di una fedelissima stampa della sceneggiatura. L’autore è ancora Morrell, che nelle note d’introduzione apre con: “nel mio romanzo, First Blood, Rambo moriva. Nel film, sopravvive”. Quasi a volersi scusare con i fan (pochi in verità) del Rambo cartaceo rispetto al Rambo stalloniano.

Molto spesso, e mi riaggancio al discorso sulla pop culture, il libro viene messo da parte, cede il passo al film. Succede ai film Marvel o Capcom, dove i fumetti di Batman o Iron Man sono spesso relegati a fenomeno di nicchia, i rispettivi film (al contrario) sono un fenomeno di massa. Succede ad Harry Potter (ormai è difficile immaginarselo diverso da Daniel Radcliffe), è successo al Signore degli Anelli, a Shining, a Jurassic Park, ad Arancia Meccanica, a Twilight. Sinanche a Fantozzi.

Il discorso è questo: perché perdere tempo, diversi giorni di lettura, per avere quello che con un film si ottiene in due ore di visione? Il discorso sembra filare, almeno filerebbe se non ci fosse un problema di impostazione. Cinema e letteratura sono due cose completamente diverse. Non si tratta di semplice settorializzazione intrattenimento-cultura, dato che molto spesso si sfora dall’uno all’altro. Non si tratta nemmeno di coinvolgimento emotivo: un libro può tenere incollati alle pagine per ore, senza che si riesca a staccare; un film può far rimanere affascinati e col fiato sospeso, dove entra in gioco la bravura degli sceneggiatori, degli attori, dei registi e degli staff in generale.

Film e libro sono comunque prodotti diversi, anche laddove il film sia tratto dal libro o viceversa. Fatto sta che un film riesce ad avvicinare persone che mai, nemmeno per sogno, aprirebbero un libro. Il problema sta sostanzialmente qua, senza tirare in ballo crisi di fantasia dei soggettisti o cupidigia dei produttori (che comunque non mancano mai). Chi volesse un libro lo leggerebbe sempre e comunque, anche superando l’impressione avuta dal film.

È successo a migliaia di persone con il fenomeno del Codice da Vinci.

Quello che in realtà servirebbe è una vera educazione alla lettura. Ma anche all’approccio al cinema. Ma qui si parla di educazione di massa. E questo è davvero un bel problema.

Giuseppe Guarino

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