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La distopica società della rinuncia

Chi ha letto, ad esempio, 1984 di George Orwell, Arancia Meccanica di Anthony Burgess o Il tallone di ferro di Jack London ben comprende cosa sia una distopia: una utopia negativa, una forma di società dove non è per nulla desiderabile vivere. Anche al cinema, film come Æon Flux e Terminator hanno portato all’attenzione del pubblico il problema della “società indesiderabile”.

Gli spunti offertici da cinema e letteratura aprono uno spunto importante di riflessione, molto facile da rinvenire in un mondo moderno. Non abbiamo certo (o li abbiamo “sfumati”) i Drughi di Arancia Meccanica o il Big Brother di George Orwell, ma sembra che viviamo in una sorta di società della rinuncia.

Spieghiamoci meglio. Torniamo agli anni ’80 e alla contrapposizione tra i due blocchi. L’Unione Sovietica, incarnazione del Comunismo non è mai stata una società comunista nella sua piena realizzazione. Parimenti gli Stati Uniti non sono, né saranno mai, una società pienamente liberale o libertaria, che dir si voglia. Infine, dando anche solo una sfuggente occhiata alle nostre meravigliose democrazie moderne, sfido chiunque a trovarne una veramente e pienamente democratica, nel senso più profondo del termine: potere al popolo.

Ecco che qui spunta il nocciolo della questione: la società della rinuncia. Rinuncia a cosa? Semplicemente ad abbracciare l’obiettivo pieno, la società comunista liberale democratica anarchica che vorremmo, alla quale aspiriamo. Una cosa è l’aspirazione, altra la realizzazione. Vero senz’altro.

Senza offrire soluzioni che possano apparire troppo scontate e rapide ci si abbandona allo sconforto di non poter mai ottenere quel che davvero vogliamo. Un pò come il Banchiere Anarchico di Fernando Pessoa, convinto che quelli che lanciano bombe non sono che degli approssimatori dell’anarchia; lui che diventa un banchiere proprio per poter vivere da anarchico, ma scoprendo quasi drammaticamente che non è un’opportunità di tutti.

Sembra distopica, quindi, questa società della rinuncia. Dobbiamo abbandonarci al minimo raggiungibile (che dal male minore differisce poco) affogando tragicamente nel mare della mediocrità, senza mai riuscire a raggiungere la riva delle nostre aspirazioni.

In quanti ci dicono di abbandonare i nostri sogni d’uno Stato di diritto, d’una democrazia? Nulla può essere perfetto in una società della rinuncia, dove la completezza degli ideali si scontra con la cruda e triste realtà. La perfezione del sogno si eleva, però, quasi a un livello divino, rendendo l’idealista un fedele d’una religione laica dove non c’è un Dio ma soltanto un ideale irraggiungibile (almeno nella sua pienezza). E forse non è che la stessa cosa.

Giuseppe Guarino

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