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Libertà nel merito

Pilastro della società liberale, la meritocrazia dovrebbe essere la premiazione della capacità, dell’ingegno, della bravura, il primo passo per costituire la Società dei Migliori.

È un classico, questo, che contrappone il liberalismo ed il socialismo. Il primo incentrato sulla libertà d’azione privata, il secondo sulla necessità d’uguaglianza sociale. Impossibile parlarne male. Le moderne democrazie, quasi tutte avvinghiate al sistema del welfare state, hanno tentato di trovare, in maniere diverse e per nulla omogenee, una sorta di compromesso tra i massimi valori della libertà e dell’uguaglianza. Laddove il primo venisse realizzato completamente il secondo verrebbe tragicamente a mancare, e viceversa.

Il socialismo individua un mostro, e quel mostro è la proprietà privata, almeno nella visione marxista. Nel marxismo la libertà derivante dall’uso arbitrario della proprietà privata si svuota di ogni connotato puramente positivo che il termine angloamericano freedom (o il termine francese liberté) assume. Piuttosto, la libertà liberale intesa sotto il pensiero marxista si avvicina di più al concetto giapponese di jiyū: egoismo, arbitrarietà incontrastata, irrispettosa prevaricazione dell’uno sull’altro.

Tuttavia, il puro liberalismo si discosta nettamente dalla drastica visione marxista. Marx dichiara più volte che la proprietà è il mostro, il nemico, la fonte della corruzione umana. Gaetano Pecora, docente della LUISS e dell’UniSannio, nonché allievo di Norberto Bobbio, nel suo saggio “La libertà dei moderni” tende a ripercorrere tali vie. E dichiara che Marx si sbaglia poiché intende la proprietà come un fine ultimo, una sorta di “roba” verghiana. La proprietà, tranne che per gli avari, è invece un semplice mezzo, non un fine. Essa permette all’uomo di realizzarsi, di essere utilizzata per dare la più sentita delle libertà: quella di essere sé stessi. Nel socialismo questo punto viene a mancare, poiché l’uomo viene ridotto ad un numero, ad una copia statica e ripetuta nella quale ogni possibile creatività è soffocata o, almeno, riportata nei ranghi.

Le società basate sul welfare state, invece, partono da una concezione sociale di proprietà, riconoscendone la funzione propulsiva tipica del liberalismo, ma limitandola. La proprietà viene redistribuita tramite il meccanismo statale, con sistemi tributari tarati in maniera proporzionale e progressiva. In poche parole, chi più ha più dà, chi meno ha più riceve. Appunto, è un sistema di compromesso tra il liberalismo e il socialismo, tra libertà ed uguaglianza.

Tuttavia è errato basare il liberalismo tutto sul concetto di proprietà. Il liberalismo si fonda sulla capacità individuale dell’uomo, sulle sue naturali inclinazioni e, ce lo ricorda Gianfranco Fini nel suo “Il futuro della libertà”, sulla necessità di permettere a chiunque di muoversi dallo stesso punto di partenza. Non è un caso, ce lo ricorda Zoppini, che alcune concezioni liberal-radicali contrastano il sistema di trasmissione ereditaria della proprietà. La trasmissione ereditaria della proprietà, infatti, annullerebbe il merito, poiché il punto di partenza non sarebbe più pari ma spostato fortemente in avanti. Per quanto ci possa apparire ingiusta questa concezione, almeno in linea teorica permette di mettere in luce quale sia uno dei punti fondamentali del liberalismo: la meritocrazia.

La concezione liberal-radicale di cui sopra, non a caso, avversa il sistema di trasmissione ereditario della proprietà. Se l’accumulazione della proprietà è un merito, non lo è la ricezione ereditaria. Essa non è conseguenza di una personale virtù, ma di una quasi meschina fortuna. Senza voler abbracciare del tutto questa teoria e ricollocandoci nel mondo immanente, possiamo sostenere senza ombra di dubbio che una società che si dica, almeno teoricamente, liberale non può in alcun modo rinunciare alla necessità di una organizzazione meritocratica. E questo non solo nello stato sociale, quindi non solo per garantire l’uguaglianza di socialista matrice, ma la libertà liberale: libertà dell’uomo nelle sue azioni, massima realizzazione della persona, libertà dall’opprimente impellenza economica.

È per questo che quando ci vengono a dire di voler togliere valore alla laurea o al suo punteggio noi ci ribelliamo. Perché non è un provvedimento da società liberale, in quanto soffoca il merito. E non è un provvedimento da società marxista in quanto anche lì il merito è portato avanti al fine di garantire una miglior vita comune, non è premiato ma sfruttato, comunque preso in considerazione.

Togliere valore agli studi universitari, alla laurea, al punteggio, è un intervento da società quasi medievale, purtroppo. È un passo indietro, un ritorno allo sfascio di stampo feudale dove non c’è merito ma soltanto gente che si abbassa, si piega, si inginocchia per ottenere un pugno di fagioli o un fazzoletto di terra.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 20/2/2012

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