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L’INTERVENTO | I “vip” beneventani e i “cafoni dei paesi”

guinness[SannioPress] Mi piace la birra. Mi è sempre piaciuta. Amo la Guinness, la nera d’Irlanda per eccellenza. Poi mi piacciono le Weiß, la Paulaner e la Franziskaner su tutte. So anche apprezzare il valore d’una Peroni 0.33 in un giorno d’estate.

Da qui a chiamarmi beone ne passa, amo il gusto amarognolo della nerambrata con l’arpa e quello un pò acido della gialla-opaca alemanna. Non ho motivo per ubriacarmi, nonostante adori bearmi tra le bianche schiume.

Ora, però, spiego meglio dove voglio andare a parare. Su SannioPress, negli ultimi giorni, appaiono continuamente articoli relativi alla movida beneventana, firmati da Domenico Barone prima e da Giancristiano Desiderio poi. Drammatici, questi articoli vanno a filmare la realtà giovanile delle serate beneventane, sottolineando quegli aspetti di bieca piccola borghesia che emergono dal movimento in centro nei week-end.  Gli autori, nei loro articoli non utilizzano, sicuramente per amor di buon gusto, un termine che a Roma sarebbe “coatto” e a Bari “cozzalone”. Il termine, s’è già capito, è “tamarro”.

L’invasione dei tamarri è quella che ci preoccupa, è quella che, per citare ancora Domenico Barone, “infesta Piazza Piano di Corte e Piazzetta Vari con la pisciata libera ammorbando i residenti”. Non è questione di modi di vestire volgarmente sfarzosi o di musica di pessimo gusto\qualità. Si tratta di mentalità, direi quasi di subcultura.

Barone parla della Mollicona che dice che “se non sei al Sayo non sei vip”. E io che, da beneventano di nascita, non ci sono mai stato, me ne frego allegramente di essere “vip” o meno. Tutti invece cercano di essere “vip” e di essere “fashion”, l’occhialino alla moda, il profumo di marca e il gel a quintali. Tutti bamboccioni che fanno “la movida con i soldini di papà”.

Giancristiano Desiderio riprende il tema familiare, parlando di quei genitori vittime dei figli, che si trovano a dover sganciare per la voglia di sfarzosa allegria dei rampollini di turno. Penso ai miei amici che lavorano da quando avevano 16 anni, per arrotondare, per non gravare sulla famiglia e pagarsi l’assicurazione al motorino o alla macchina, il cellulare e le ricariche, la pizza una volta ogni tanto e talvolta le tasse universitarie. Ci sono quelli della mia età che hanno fatto di tutto: il cameriere, il meccanico, il muratore, il cantante da piano bar, il marmista… Ma noi della provincia non facciamo testo, noi siamo i “cafoni dei paesi” per questi “vip” dall’aria superiore.

Ovviamente a Benevento non ci sono soltanto loro, quelli che con la loro immagine kitsch avvelenano l’ambiente. Ma loro danneggiano l’immagine delle nostre ultime generazioni, nonché la millenaria storia di Benevento. L’abito non fa il monaco, si sa, ma i gesti e le azioni sì. E questi tamarrucci che spaventano l’anziano passante con il “tunz-tunz” nella macchina potenziata a volume sparato, queste aspiranti dollgirl dai tacchi altissimi e i vestiti colorati, mi fanno rabbia che talvolta si trasforma in tenerezza. Loro, eterni Peter Pan che vivono alla giornata sperando di sballarsi e divertirsi il più possibile, perché la vita è una e non vogliono sprecarla a sgobbare, a consumarsi con gli impegni. Molti non studiano e non lavorano, ridendosela di fronte alla studentessa stressata dall’esame di chimica inorganica o a quello che a diciott’anni già sfacchina sopra un’impalcatura, a quei poveri fessi che si svegliano presto la mattina.

Ritorniamo dove eravamo partiti, al mio amore per la birra, al gustoso attimo in cui le labbra attraversano la schiuma e si tuffano nel bicchiere, pronte a cogliere la nota amarognola o dolce o aspra. In quell’istante entra nel pub una troupe di tizi da movida che alzano la voce per farsi notare, che chiedono al barista perché non prepara gli “angelo azzurro” e prendono doppiomalto per tutti, che guardano la cover band di Bruce Springsteen e concordano che il rock fa proprio schifo. Ora, vaglielo a spiegare a questi tamarretti chi è Bruce Springsteen, ma anche cos’è un pub. Spieghiamoglielo che la doppiomalto non esiste, è solo un invenzione del legislatore italiano.

Escono prima di me, tutti brilli con tre o quattro doppiomalto in corpo, si poggiano sulle macchine, fanno casino. Io guardo la mia Guinness, nella campana ce n’è ancora quasi un terzo. E pensare che è solo la prima. Il mio amico mi guarda in faccia senza parlare, immerge i baffi nella schiuma e svuota il suo bicchiere. È meglio che ci avviamo, che domani ho da studiare.

Giuseppe Guarino

a Nerino

pubblicato su SannioPress il 24/01/2012: http://www.sanniopress.it/?p=19440

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Un commento su “L’INTERVENTO | I “vip” beneventani e i “cafoni dei paesi”

  1. Bellissimo. Un racconto puramente poetico che lascia dentro un’emoziona vera. Io, io che sono… decisamente un cafone della provincia!

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