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Pratica, teoria e i mostri rivoluzionari coi forconi

È difficile per un governo di un paese liberale, come almeno in linea teorica dovremmo tentare di essere, mettere in atto delle liberalizzazioni. Troppo difficile districarsi tra le proteste delle categorie protette e di coloro che vedono le liberalizzazioni come diritti negati, come corde alla gola.

Il vignettista Staino fa notare che è difficile per un paese liberale mettere in atto delle liberalizzazioni, così come per un paese socialista fare il socialismo. Quel socialismo mai arrivato allo stato definitivo né nella Russia sovietica, né in Cina, né a Cuba, né in nessun altro luogo.

Oggi, che la Cina è il regno del nuovo capitalismo e Cuba si avvia a prendere la stessa strada in nome dell’economia e del mercato, crolla definitivamente la teoria d’un possibile comunismo.

Vale lo stesso per il mondo liberale. Il capitalismo più abietto veniva scacciato via dalle istituzioni del Welfare State, dello Stato Sociale, capace di garantire un ottimo compromesso tra gli interessi sociali e del capitale. Con la trasformazione degradante dello Stato Sociale in Stato Assistenzialista la gente si è abbandonata tra le braccia dello Stato, della nuova “mamma di tutti”, che veniva a rimboccarci le coperte e porgerci il biberon.

Ma lo Stato non è una mamma che fa tutto per amore. Lo Stato è un’istituzione che non solo dà da vivere, ma ha bisogno di sopravvivere. E oggi, che lo Stato Assistenzialista sta per volgere al termine, che molti si vedono privati del latte e delle coperte, solo oggi si scopre la voglia di rivoluzione.

Non ce ne vogliano i rivoluzionari veri, quelli pronti a morire per la patria e l’onore. Quel Goffredo Mameli immolatosi per l’Italia,  quel Jean-Paul Marat assassinato nella vasca da bagno. Oggi si cerca la rivoluzione per paura immotivata. Non perché il motivo non ci sia, ma perché il motivo non si sa cercarlo.

E non si fanno i mea culpa. Non ci si chiede perché lo Stato è assente. Ma subito si acclama chi lo denigra, chi propone pane alla folla affamata. Non siamo a una rivoluzione di popolo, perché non c’è la coscienza di popolo. Perché la rivoluzione travolge lo stato di cose attuale per crearne uno nuovo, migliore. Invece no. Noi vogliamo distruggere lo stato di cose attuale per tornare ad uno stato di cose che non esiste più, che non può più esistere. Non possiamo più sognare le garanzie del Welfare State senza essere coscienti dei nostri doveri nei confronti dello stato. Perché, alla fine, è tutta una ruota che gira.

A chi oggi si scopre rivoluzionario sarebbe corretto rispondere con un cordiale insulto, perché alla fine tutti abbiamo amato inzuppare il biscotto nella scodella dello stato assistenzialista. Ma, cari neo-rivoluzionari, lo Stato non è ciò che pensate voi. O, meglio, lo Stato ci dà bellissimi diritti, in cambio di doveri. E se noi questi doveri non li rispettiamo, su tutti pagare le tasse, è inutile che protestiamo. Non saremo paladini di popolo, ma buffoni ignoranti. Non possiamo chiedere un’istruzione migliore e poi dichiarare metà del reddito che percepiamo. Perché fare i rivoluzionari così come dite voi è soltanto un’assurda presunzione, una richiesta sorda, un controsenso. È un credere di avere diritto ai diritti, ma senza averne, in realtà, diritto.

A questo punto della vostra sporca rivoluzione c’interessa poco. Perché è una rivoluzione che urla e si sbraccia, che parla di pancia e si chiude il cervello, forte del populismo interessato che la alimenta. Che fa solo rumore e non comprende ragioni.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week . Rubrica Legno Sopra un’Onda – Il 23/01/2012

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Un commento su “Pratica, teoria e i mostri rivoluzionari coi forconi

  1. […] dagli scioperi: si chiede la defiscalizzazione dei carburanti e meno tasse per tutti insomma. Peppe Guarino scrive giustamente oggi su Sannio Week che siamo di fronte soltanto all’ennesima… Tratto dal suo articolo: “A chi oggi si scopre rivoluzionario sarebbe corretto rispondere con un […]

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