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Liberalizzazioni ad ostacoli

Si parla, in quest’ultimo periodo, delle aspettative legate alle tanto discusse liberalizzazioni. Partendo dagli orari dei negozi, che dovrebbero rimettere in gioco le imprese, e rilanciare la concorrenza.

Tutti si lamentano che il grande supermercato ha tolto tutti i clienti al piccolo alimentari? Con la liberalizzazione degli orari dei negozi, il piccolo alimentari potrà stare aperto anche prima e dopo l’apertura del supermercato, dando l’oppurtunità a chi ha altri orari di trovare il negozietto alimentari aperto e poter comprare la busta di latte che, non si era accorto, è finito.

Questo costa, senz’altro. Il sacrificio di alzarsi presto (o tardi), quello, magari, di dover mettere a lavorare una terza persona, quello di doversi rimettere in gioco con nuovi costi di gestione o promozionali.

Dove stia il problema, francamente, non lo capisco. Ma molti commercianti sembrano alquanto freddini riguardo le liberalizzazioni, come se volessero toglier loro qualcosa che credono gli spetti di diritto. Lo stesso discorso fila anche per altre liberalizzazioni, dei tassisti ad esempio.

Il commerciante (o il tassista) molto spesso dimentica una cosa fondamentale: egli è sostanzialmente un imprenditore. E come tale il suo interesse dovrebbe essere quello del massimo profitto. Non sono un economista ma a certe cose credo di arrivarci, e posso con certezza affermare che il “buon imprenditore” è colui che agisce secondo la regola utilitarista del “massimo profitto con il minimo costo”. In poche parole, agisce in modo da massimizzare le entrate e ridurre al minimo i costi. Come arrivi a questo risultato è affar suo. Suo è il capitale, suoi costi e ricavi, sua la responsabilità. L’imprenditore-commerciante non ha diritto a una clientela fissa, a un ricavo stabile. No. Tutto deriva dalle sue capacità di reinventarsi, mettersi in gioco. Perché siamo in un sistema a libera economia di mercato, non in un sistema socialista o corporativista, e sarebbe l’ora di adattarci completamente. Diceva qualche tempo fa il mio amico Simone Aversano su SannioPress che, pur non avendo il “posto fisso”, i beneventani “ragionano e si comportano come se ce l’avessero”. Universalizzando l’acuta intuizione di Aversano, possiamo dirla così: molti commercianti, pur non essendo una categoria da “posto fisso”, ragionano e si comportano come se ce l’avessero.

È sacrosanto affermare che chi avvia una attività, soprattutto se piccola, vuol vivere di essa. Non è scontato che effettivamente ci viva. Tuttavia, troppo spesso assistiamo ad una imprenditoria non recettiva e stagnante, che non si muove, chiudendosi quasi a guscio su sé stessa. E parlo di commercio come di industria, con le gradite eccezioni che, in un contesto così deprimente, riescono a primeggiare con poco.

E parlo anche di agricoltura. Il Sannio è prettamente una zona agricola, oramai lo si dice da un secolo. Ma assistiamo, anche qui con le poche gradite eccezioni, ad un deprimente spettacolo: una imprenditoria agricola fiacca e quasi antica, che utilizza metodi oramai obsoleti, che non riesce ancora a compiere il definitivo salto di qualità. Tutti si adagiano nella sicurezza dei contributi statali, senza star troppo a preoccuparsi di “massimizzare il profitto”. È un’imprenditoria flaccida, inadatta alle condizioni del mercato, che vorrebbe porsi in maniera iperprotezionista e ipercorporativista, che non si rende conto, o non vuole rendersene, della globalizzazione e del libero mercato, dell’annullamento delle distanze, della concorrenza.

Sarebbe da cambiare un popolo, una cultura, quella iper-conservatrice del “posto fisso”. L’impulso non può più venire dall’alto, dallo Stato, no. L’impulso a produrre, a vendere, a mettersi in gioco, stavolta deve provenire dall’imprenditore.
Questa è la libera economia: non dà le garanzie d’un sistema socialista, ma assicura libertà d’azione; non dà le certezze d’un sistema corporativista ma garantisce flessibilità sui prezzi. Fermo restando le garanzie costituzionali al mondo del lavoro e a quello dell’impresa, ma questa è un’altra storia.

Giuseppe Guarino

pubblicato su SannioWeek, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 9/1/2012

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Un commento su “Liberalizzazioni ad ostacoli

  1. Speriamo che la zona agricola si rifaccia!

    Un saluto dai Marinai di Vongole & Merluzzi

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2012/01/03/occupy-myself/

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