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C’era una volta il trasporto pubblico

Ore 7 e 55, scendo dall’automobile imbottito nel mio giacconcino nero, infilo la borsa a tracolla e muovo i primi passi verso la fermata dell’autobus. È una mattina di Novembre e il freddo pungente graffia le orecchie e fa colare il naso. Una lacrima mi scorre sullo zigomo sinistro perdendosi poi sulla mia guancia irsuta.

Ore 8, l’autobus ancora non arriva. Regolare come ritardo, ma alle 9 ho lezione, speriamo faccia in fretta. Mi stringo nelle spalle infilandomi le mani in tasca. I ragazzini del liceo alzano la voce per farsi notare, acerbi e smodatamente spavaldi. Qualcuno fuma, una coppietta si scambia effusioni furtive lontano dagli occhi indiscreti di insegnanti e genitori.

Ore 8 e 10. Il ritardo è maggiore del previsto, anche perché è da qui che l’autobus parte. Qualcuno va via, altri dicono di aspettare. I ragazzini del liceo festeggiano l’inaspettata giornata di vacanza: “oggi niente compito di latino”, “che culo, pensa che non avevo nemmeno studiato”.
Negli altri, nei grandi, è viva una lieve angoscia, quasi uno sconforto malcelato. Noi universitari ci incazziamo facilmente se saltiamo una lezione, soprattutto quelle dove i docenti segnano le presenze, ma in ogni caso un ritardo non fa fare bella figura.
Ci sono anche quattro o cinque persone che l’autobus lo prendono per andare a lavoro, sono loro le più tristi. Signore soprattutto, che chissà come e perché non hanno il modo d’andarci in auto. Senza patente, senza macchina o senza passaggio? Chissà…
Il mio amico impreca ad alta voce, ma sono pochi a capirlo quando parla. È un portatore di handicap e fa lavori sociali. Per andarci usa l’autobus. Ha quarant’anni e sembra un ragazzo, sarà che vive sempre tra gli studenti del liceo e dell’università.

Ore 8 e 20. Oramai sono in pochi quelli che restano. I ragazzini sono andati a far festa, altri hanno cercato un passaggio. Salgo in auto e vado all’Università in macchina, oggi è l’unico modo. E poi dicono di non inquinare usando i mezzi pubblici.

Giunto in facoltà apprendo che l’azienda degli autobus rischia di fallire già da giugno, che non hanno nemmeno i soldi per rifornirsi di gasolio, che non pagano gli stipendi ai dipendenti. Che il servizio è sospeso e forse mai più ripristinato. E penso.
Penso al biglietto che quattro anni fa costava due euro e quaranta e oggi costa due e ottanta. Penso a quelli che cercavano le tecniche più scaltre per eludere l’obliterazione del biglietto, a quelli che facevano cinquanta chilometri col biglietto da dieci. Penso ai controllori troppo tolleranti o menefreghisti. Penso all’azienda che ci fornisce il servizio, che in cinque anni è tre volte fallita ed è poi tornata con un nuovo nome, ma maniera sempre più penosa. Penso a quelli che ora diranno senza nemmeno sentirsi troppo responsabili: “ma perché l’autobus da noi non ci passa più?”. Penso a quello che c’era una volta: il trasporto pubblico.

Ore 12. Torno a casa. In macchina. Intravedo un piccolo rapace appollaiato su un albero spoglio. Va a finire che in cambio d’un po’ di cibo all’Università mi ci porta lui.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 28/11/11

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