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Non cambiamo i nomi dei partiti, ma i loro componenti

In molti ricorderanno che qualche anno fa, in occasione della nascita di PD e PDL, si parlò largamente dello sviluppo del bipolarismo che sarebbe finito per ridursi naturalmente in bipartitismo. Oggi, a circa tre anni di distanza, si assiste a qualcosa di completamente diverso. Il bipolarismo stesso è messo in discussione dalla (ri)nascita del polo centrista, si sviluppano sempre più partiti e partitini da destra e da sinistra.

Dove si è sbagliato? Fondamentalmente si è sbagliato nella attribuzione di un ruolo fondamentale alla leadership e ai baroni di partito. Facendo un rapido resoconto degli ultimi vent’anni ci troviamo (su tutti i poli) un netto cambiamento, limitato però ai soli nomi di partito.

A Sinistra c’era il PCI, poi il PdS, poi i DS, infine il PD. Veltroni, D’Alema e Bersani, però, ci sono sempre stati: prima si chiamavano comunisti, poi democratici di sinistra, ora solo “democratici”. Ma sono sempre loro, al di sopra di sconfitte e vittorie.
Al Centro e a Destra la situazione è simile ma molto più frammentata.
Se andiamo a guardare nel Partito del Cavaliere, invece, ha cambiato sostanzialmente soltanto il nome da Forza Italia a Popolo delle Libertà. Chi ci contesterà che tale passaggio è stato il seguito di una fusione con Alleanza Nazionale in realtà potrà ben ricordarsi di quanto FI e AN si fossero trovate, negli ultimi anni, talmente vicine da poter essere talvolta confuse. Inoltre, la sigla della Casa della Libertà\Polo della Libertà e l’istrionica figura di Berlusconi, precedevano spesso, mettendole in ombra, le singole identità. Tale vicinanza è confermata dalla progressiva “epurazione” di coloro che hanno provato, nel corso del tempo, a mettere in discussione la figura di Berlusconi.

Americanizzazione non riuscita dunque. Ma facendo un piccolo paragone tra i sistemi politici italiano e statunitense, ci rendiamo conto che gli States subiscono molto più spesso un ricambio delle figure all’interno d’un partito. Vale a dire che, mentre in Italia cambiano i partiti ma non i loro membri, negli USA succede esattamente il contrario. Il sistema partitico americano è sostanzialmente immutato sin dall’ottocento (Partito Democratico \ Partito Repubblicano), in Italia si assiste oramai ad una sostanziale rivoluzione di nomi e di sigle ad ogni elezione.

Si può ben aggiungere la forte personalizzazione dei partiti italiani. Mai negli USA si è identificato il Partito Repubblicano o quello Democratico con un suo leader (tranne nei periodi di forte crisi). Questo per uno specifico motivo: i partiti sono istituzionalizzati e trascendono le persone che ne sono parte. Da noi no: sembra difficile immaginare un PdL senza Berlusconi o un’Italia dei Valori senza Di Pietro.

I partiti italiani, ad eccezione del solo Pd, sono identificati con il loro leader. E non sono istituzionalizzati. Tutti i partiti presentano lo stesso leader che hanno avuto sin dalla loro nascita,  assomigliando più ad aziende asservite alle decisioni del CdA che agenzie di reclutamento politico. La personalizzazione del partito appare confermata dalla tendenza a porre il nome del leader sul simbolo elettorale, in una sorta di marketing presidenzialista che stona nettamente nella nostra forma parlamentare.

Un altro rapido confronto ci farà notare di come siano cambiati, negli anni, i volti dei leader in USA, Francia, Gran Bretagna e Germania, mentre in Italia no. Non siamo qui a predicare la obbligatorietà d’un mandato non rinnovabile: se uno è bravo è bene per il Paese che resti al proprio posto. Quello che però sembra inverosimile e che siano tutti talmente bravi da rimanerci davvero.

Dicevamo che in Italia non c’è ricambio generazionale all’interno dei partiti e, quindi, nella classe dirigente. Si fa molta più attenzione ai simboli, ai nomi e agli slogan. Sono così naufragati progetti interessanti. E siamo al solito discorso: privilegiamo la forma lasciando immutata la sostanza. Come un pregiatissimo cesto di vimini ben impacchettato. Ma pieno di frutta marcia.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 7/11/2011

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