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Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione.

Un’idea, un concetto, un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione.

La frase gaberiana è più esplicita di mille parole, racchiude la difficoltà del singolo di poter assimilare completamente le idee della collettività e, viceversa, la difficoltà per ogni individuo di vedersi capito dagli altri. Una delle canzoni più significative dell’intera produzione del cantautore\attore\commediografo milanese (Un’idea, di Gaber-Luporini, 1972, Dialogo tra un impegnato e un non so) riesce a riassumere in sé il pensiero dei filosofi e sociologi più vari: da Ortega Y Gasset a Tocqueville, da Emile Durkheim a Gustave Le Bon.

È proprio Le Bon ad essere radicale sull’argomento: è la folla ad essere distruttrice del momento intellettuale del singolo, momento nel quale c’è una creatività che la massa non possiede. La massa diventa un elemento amorfo che tutto travolge e che riesce a sminuire persino il pensiero più lucido e geniale. Persino l’idea più brillante e la mente più fertile non trovano accoglimento nella folla.

Questo perché le masse si muovono in modo irrazionale. Erodoto da Alcanasso suggerisce che “ottusa e prepotente è la massa inetta, come nessun altro”. Ed è proprio così. Una massa rappresenta un qualcosa di estremamente volubile e capriccioso, che smitizza il più luminoso precetto in nome della propria ottusa superiorità.

Spesso ci sentiamo deboli nei confronti del mondo: piccolissimi e impotenti. Lo siamo perché la massa ci rende tali, annulla i nostri pensieri se non conformi ad essa. È allora che il mondo ci sembra cattivo, crudele, perfido e vendicativo. Non ci accorgiamo, però, di essere perennemente schiavi di quel mondo, dato che anche il più piccolo gesto può rappresentare una forzatura imposta dall’anonimia della folla. Ogni azione è da essa valutata e, se ritenuta illecita, punita. Anche solo con la perfida derisione pubblica.

Sembra che ci sia una ragione, ma ragione non c’è, perché le masse sono irrazionali oltre che impersonali. Esse non hanno ragioni per giustificare i propri gesti. Essi sono i propri gesti e pertanto sono giusti.

Sembra questa una critica incalzante al concetto stesso di democrazia, un volersi gettare nelle fauci dell’autocrazia o dell’oligarchia come il più classico filosofo greco. Non è così. Anche la democrazia è un’idea, ed essendo un’idea essa è originalmente geniale. È la massa ad averne stravolto il senso e la ragione in nome della sua solita arrogante supremazia.

La democrazia è, quindi, qualcosa di immenso e meraviglioso: la facoltà d’un popolo di essere autonomo, di governarsi da sé. Dov’è la corruzione del sistema? Essa sta nella natura distruttrice della folla che tutto scaraventa lontano. La soluzione ideale sta nei limiti che le moderne costituzioni pongono alle democrazie. Limiti necessari poiché riescono ad evitare la dissoluzione dello Stato. L’idea, anche in questo caso, non è stata interiorizzata dalla folla, che va quindi domata con un artificio: la legge, il diritto.

Quindi, non meravigliamoci quando ci sembra di non comprendere le idee altrui. Esse sono limpide e perfette soltanto nella mente di chi le pensa. Al di fuori di essa perdono pian piano la propria immensità, poiché la folla, lentamente, la trasforma per poterla assorbire. Ecco perché non potremo mai mangiare un’idea, al massimo assaggiarla. Ma edulcorata.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 24 / 10 / 2011

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2 commenti su “Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione.

  1. Assaggiarla o farla assaggiare, che forse è più importante…

  2. “Se potessi mangiare unidea avrei fatto la mia rivoluzione.
    | Legno sopra un’onda” ended up being in fact pleasurable and beneficial! In the present day world honestly, that is difficult to manage. Regards, Abraham

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