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Conformiamoci in silenzio: dall’estremismo moderato alla conformazione coatta

[PoliticaMagazine] C’erano una volta gli anni di piombo. C’era una volta la Prima Repubblica. Scontri ideologici ed opposti estremismi erano all’ordine del giorno. Anche all’interno degli stessi partiti la formazione di correnti e sottogruppi era frequente e spesso ardentemente ostentata, simbolo di una eccelsa gestione democratica interna, o perlomeno d’una diffusa tolleranza.

Le correnti permettevano un passaggio graduale da destra a sinistra, e viceversa. Oggi no. Una volta l’avremmo chiamato “estremismo moderato”, per quella tendenza tutta italiana a convergere al centro. Oggi, fermo restanti le incancellabili tracce di questa piccola aberrazione, sembra più corretto discorrere di “conformazione coatta”.

Procediamo con ordine. L’estremismo moderato è quello che ha portato ad un accentramento più o meno marcato dei partiti, a partire dagli anni ’60, quando il Partito Socialista cominciò ad abbandonare lentamente l’area sinistra per farsi forza legittimata a governare. Anni dopo ha incominciato lo stesso percorso, ancora non conclusosi, il Partito Comunista Italiano. Attualmente, infatti, con gli ultimi scampoli di liste anticapitaliste ancora richiamanti falce e martello, siamo ormai di fronte a un completo smembramento di quello che era il PCI. I suoi eredi più diretti, Rifondazione e il PDS, sono attualmente quasi scomparsi, col secondo confluito nel moderato Partito Democratico ed il primo smembrato tra il vendoliano SEL e alcuni nostalgici richiamanti la vecchia sigla. Un giorno, si sa, spariranno anche loro.

A destra, Gianfranco Fini è stato l’artefice maggiore della “moderazione fascista”: il passaggio dell’MSI ad Alleanza Nazionale e poi al PdL è stata opera sua. In realtà, scampoli del processo di moderazione del partito della Destra Nazionale sono iniziati ancor prima di quelli delle forze di sinistra. Innanzitutto con l’accettazione della democrazia, ma si può dir lo stesso dei comunisti. Poi, con la segreteria Michelini, il Movimento Sociale dapprima accettò l’ingresso dell’Italia nella NATO e in seguito arrivò addirittura ad appoggiare un governo (democristiano), quello guidato da Tambroni.

Chiusa la piccola parentesi sulla moderazione dei partiti, che avviene per poter rendere più appetibile il proprio pacchetto politico ad un ampio elettorato, passiamo alla spiegazione della conformazione coatta.

Non è notizia d’oggi il fatto che all’interno dei nuovi grandi partiti le correnti rappresentino oramai un imbarazzante fardello. Sia i due partiti di governo che quelli dell’opposizione (salvo, forse, il PD), sono partiti fortemente personalizzati. Essi non vanno, troppo spesso, oltre la personalità carismatica del proprio leader: Bossi, Berlusconi, Fini, Casini, Di Pietro, Vendola. Queste personalità hanno in comune una quasi indiscussa posizione di leadership, che monopolizza le scelte partitiche nelle loro poche mani. Non sbagliano i teorici elitisti quando parlano, Michels in particolare, di “legge ferrea dell’oligarchia”. I partiti, anche quelli ampiamente democratizzati (è il caso del PD che spesso opera per pubbliche primarie), vedono prendere le proprie scelte da una ristretta e selezionata classe dirigente.

Vediamo inoltre, come già accennato in precedenza, la presenza di leader carismatici. Max Weber è il teorico della leadership. Egli individua tre tipi di autorità: tradizionale, razionale, carismatica. La debolezza della figura autoritaria di Bersani, leader del PD, rispetto a quella dei suoi colleghi, va ricercata proprio nella particolarità della sua elezione a segretario, dell’idealtipo weberiano “razionale”. Molto spesso le elezioni interne ai partiti, i congressi, svolti dai soli iscritti (quindi da fedeli selezionati), si risolvono in nomine a quasi-plebiscito o addirittura per acclamazione. Quand’è così viene eletta una personalità forte, carismatica.

Altre volte, nessuno osa mettere nemmeno in discussione la figura del leader, combinando elementi carismatici e tradizionali. Nel PD, invece, ciò non avviene. Il segretario è eletto con elezioni democratiche pubbliche, in cui si può scegliere tra più candidati. La sua autorità non viene successivamente messa in discussione poiché risultante del voto popolare, ma la forza è ovviamente minore rispetto a quella di un condottiero che abbia preso per mano una causa portandola al cielo.

L’elezione a segretario di tipo democratico, però, non nega l’esistenza d’una classe dirigente per nulla disposta a cedere le proprie prerogative. Ecco quindi che si arriva al punto focale, alla “conformazione coatta”: la linea del partito è quella dei dirigenti, chi non la pensa così può prendere l’uscio.

Lato B della personalizzazione dei partiti, la conformazione coatta elimina il dialogo democratico all’interno del movimento politico, forzandolo su un determinato binario. La democrazia interna si realizza ai bassi livelli (circoli di partito cittadini) ma le decisioni più importanti sono prese sempre e comunque dalle élite che detengono il potere.

Non sembri un abbraccio troppo caloroso alle teorie elitiste, non ci si addice. Ciò che si voleva illustrare nel saggio non è altro che la terrorizzante morsa che stringe i nostri pubblici rappresentanti. Michels sosteneva di non aver mai veduto una democrazia, intendendola come forma di governo in cui è davvero la collettività a scegliere. A più di settant’anni dalla sua morte non lo si può ancora smentire.

Giuseppe Guarino
pubblicato su PoliticaMagazine.info il 06/10/2011
http://www.politicamagazine.info/Rubriche/Attulit%C3%A0Politica/Attualit%C3%A0Politica2011/Conformiamociinsilenziodallestremismomoderat/tabid/901/Default.aspx

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