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La grande abbuffata

Uno dei film scandalo degli anni settanta fu “La Grande Abbuffata” di Marco Ferreri. Alcuni gentiluomini, ciascuno con qualche vizietto più o meno nascosto, si ritirano in un casolare di campagna con un unico obiettivo: il suicidio. Accompagnano i loro ultimi giorni alcune prostitute, una materna maestra e, soprattutto, banchetti a volontà.

Il film, uno dei maggiori successi di Ferreri, vedeva un cast stellare formato da Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Michel Piccoli. Le sue scene colpiscono allo stomaco come un pesante pugno, preparando un effetto tragicomico di indubbia qualità.

Passano gli anni, e “La Grande Bouffe” sembra apparire sempre meno grottesco e surreale. Rappresenta infatti una calzante metafora del nostro Paese, sempre più alle prese con una classe dirigente che, nonostante la critica situazione, si abbuffa sino a scoppiare, tra eventi grotteschi e serate erotiche.

E se le interpretazioni di Tognazzi o Mastroianni suscitavano talvolta una innocente pena, di fronte alla situazione assurdo-drammatica della realtà italiana non possiamo che ricordare alcune battute e scene del film, ancora più esplicite della grezza trama.

C’è l’immagine degli uomini che mangiano allo sfinimento, anche se già appagati dalla fame e senza provarci gusto. E c’è il giudice che ammette che far applicare la legge e far trionfare la giustizia son cose ben diverse, il che ci ricorda che chi fa le leggi non sempre applica criteri che son propri della giustizia.

Infine, c’è una allusione che sembra rimandare a chi, pur cosciente dei propri fallimenti, continua a far vanto delle proprie lodi, magari dicendo che quella che stiamo vivendo è una favola (ovviamente dopo il bavaglio diremo che questa frase è frutto della fantasia dell’autore). Non è un caso che chi è al Governo da una vita non faccia che autocantarsi le lodi, e se qualcosa non va bene è colpa dei Governi precedenti. A Berlusconi si dovrebbe spiegare che i Governi precedenti, oramai, sono i suoi. Ma sembra che egli sia il primo a credere alle sue bugie, il primo a credere che viviamo in un epico poema. Lo scambio di battute di cui sopra porterebbe Noiret a rispondere “È un poema di merda!”

È strano trovar tante analogie con un’opera di fantasia portata in scena quasi quarant’anni fa. Sarà perché, e ce lo insegnò anche Manzoni, la fantasia a volte può colpire più duro della realtà con le sue allusioni, metafore e analogie. Con una differenza: la fantasia resta stampata sulle pagine di un libro o impressa nelle pellicole cinematografiche, non ha effetti tragici sulla realtà. E se nel film di Ferreri ad essere condotti al suicidio, in seguito alle proprie scorrerie, erano i quattro protagonisti, nella realtà si sta conducendo al suicidio una Nazione intera.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 10/10/11

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