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Politica di pancia, politica di testa, politica di gola

Gli animali giocano perché il gioco ha funzione educativa. Giocando essi imparano quelle cose che l’istinto non trasmette loro, quelle cose che saranno indispensabili nella vita. Noi no. Il gioco per l’uomo è un continuo azzardo, una scommessa volta a far prevalere sé stessi: “ho ragione io perché ho vinto”.

Così anche in politica: “ho ragione io perché ho vinto le elezioni”. Il rapporto non è consequenziale, e come tale non va trattato. Chi vince le elezioni può essere soggetto agli errori. Errare humanum est sia per chi le elezioni le ha vinte, sia per chi ha permesso col proprio voto un certo risultato.

La vittoria equivale al potere, strumento micidiale che logora parecchio ma che concede una possibilità di scelta immensa e che deve essere perciò ben ponderata. E qui sta il gioco, il saper bilanciare meglio tre cose: cosa voglio io, cosa vogliono da me, cosa è giusto. Il fine (il premio) del gioco è duplice: conquistare il potere e mantenerlo.

Ecco che si fanno largo tre estremi, metodi differenti di fare politica: politica di gola, politica di pancia, politica di testa.

La politica di gola è quella del puro affarista, di colui che è lì per tornaconto personale. Egli è senza scrupoli e asseconda i suoi desideri e quelli dei suoi amici. Si avvicina ad essa, portata all’estremo, la concezione classica di partito weberiana: “organizzazione volta alla redistribuzione di risorse nei confronti del partito stesso o dei suoi amici”.

La politica di pancia è quella dove comanda la folla, o meglio, crede di comandare. Ogni capriccio della folla è assecondato dal politico, al fine di mantenere la sua posizione. Il politico che opera così sfrutta le paure della gente per mantenere il consenso: distorce l’informazione, distrugge le comunicazioni, fa spicciole appaganti concessioni. I risultati sono solitamente devastanti. La folla ragiona per stereotipi, per sentito dire, non si informa ma crede di essere onnisciente e pretende d’essere ascoltata.
Ne sono un classico esempio i partiti “da barricata”, quelli che individuano un nemico colpevole di tutto, che farà da capro espiatorio per tutti gli insuccessi della vita pubblica e non. Di esempi ne abbiamo quanti ne vogliamo.

La politica di testa è quella che parla al cervello del cittadino. E’ quella più difficile da ascoltare e quella meno appariscente. Colpisce fulgidamente con ragionamenti impeccabili. E’ questa la politica che non paga, vittima dei furbi delle prime due categorie. Un politico che opera in questo modo è destinato a risolvere dei problemi, ma poi a soccombere.

I tre estremi, ovviamente, spesso si confondono tra di loro, ma ciò che si vede sempre meno è una vera politica di testa, che parli ai cittadini e non ai pavidi spettri dei loro timori. Non è vero che non c’è, c’è. Nascosta da altro, dal luogo comune del “tanto sono tutti uguali”. E’ lì che si trova, è da lì che difficilmente riusciremo, se mai fossimo arrivati a scovarla, a farla venir fuori.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 24 settembre 2011

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