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Partiti d’Italia, stato di salute della democrazia

Il sistema partitico è una delle cartine di tornasole della democrazia, basta darvi uno sguardo per tastare lo stato di salute della libertà di espressione italiana. Più partiti ci sono e più essi lottano tra di loro, più il segnale è positivo: lo scontro politico è aperto e la democrazia non è in pericolo. Lo diceva anche Machiavelli che la lotta è un segnale della effettiva libertà interna di uno stato. La lotta non è quindi negativa, ma positiva. D’altronde i sistemi a partito unico sono delle dittature, quelli bipartitici sono contraddistinti da una rigidità e da una scarsa diversificazione delle proposte.

Quali e quanti sono i partiti italiani è operazione ardua e complessa. Innanzitutto cosa è un partito? Secondo il filosofo e sociologo tedesco Max Weber, un partito è una associazione che ha come fine ultimo il vincere le elezioni e ottenere il potere per fini personali e\o oggettivi. Detta così perde un pò di poesia, ma è la realtà.

I partiti italiani, dicevamo, sono tantissimi. In Costituente, nel 1946, ci si ritrovava di fronte a uno schema molto semplificato, da destra a sinistra: Fronte dell’Uomo Qualunque, Partito Liberale, Democrazia Cristiana, Partito Repubblicano, Partito d’Azione, Partito Socialista, Partito Comunista.  Tuttavia, questi erano soltanto i maggiori, già allora i partiti che avevano avuto diritto ad ottenere seggi furono ben sedici, con le forze della destra massimalista ancora escluse.

Oggi, nel parlamento italiano troviamo rappresentati ben otto gruppi (misto incluso), a dispetto degli iniziali sei di inizio legislatura. I partiti maggiori sono (da destra a sinistra): Lega Nord, Popolo della Libertà, Futuro e Libertà per l’Italia, Movimento per le autonomie, Unione democratica di Centro, Partito Democratico, Italia dei Valori, Radicali Italiani. Sono esclusi la destra e la sinistra estreme.

Il sistema partitico è tuttavia vispo e pimpante anche al di fuori del parlamento. Movimenti di estrema destra (Forza Nuova, Fiamma Tricolore) si muovono da sempre (e costantemente) nell’underground della politica. Da sinistra, invece, Vendola e il suo Sinistra Ecologia Libertà sembra avere scalzato quasi definitivamente la sinistra eurocomunista e i Verdi. Discorso a parte merita il MoVimento 5 stelle di Grillo, che raduna delusi di un pò tutte le aree politiche.

Dicevamo che un sistema multipartitico, quale è il nostro, permette senza dubbio di poter compiere una scelta quanto più vicina alla nostra idea personale. Ciò, tuttavia, nel nostro caso non è possibile. Perché? La ragione è da ricercarsi nelle brutture del sistema elettorale.

I sistemi elettorali sono prettamente di due tipi puri: maggioritario e proporzionale. Il primo garantisce la governabilità tramite l’individuazione di una maggioranza certa, il secondo garantisce maggiore rappresentanza alle minoranze. Decisionista l’uno, isodemotico l’altro.

Il sistema elettorale incide fortemente sulla conformazione del sistema partitico. I sistemi elettorali maggioritari tendono a sgombrare il campo, riducendo la sfida essenzialmente a due partiti (Stati Uniti, Regno Unito), tutt’al più a due coalizioni d’area. I sistemi elettorali proporzionali invece vedono un sistema partito frammentato, anche eccessivamente, al quale può porsi rimedio tramite un blocco precedente (raccolta di un certo numero di firme per presentarsi alle elezioni) o successivo (soglia di sbarramento più o meno alta).

In Italia non abbiamo né una cosa né l’altra, soprattutto perché il nostro sistema non è né carne né pesce, né pienamente proporzionale né pienamente maggioritario. Abbiamo un altissimo numero di partiti poiché il sistema è comunque proporzionale. Inoltre, nonostante un parlamento che al momento della ripartizione dei seggi è formato da un numero bassissimo di partiti, si rischia, a causa di discordie e defezioni, di arrivare a fine legislatura con un numero di partiti rappresentati triplicato. Non è garantita la governabilità poiché i diversi metodi di attribuzione dei seggi nelle due camere possono portare alla formazione di due maggioranze diverse (la caduta di Prodi nel 2008 ne è fulgido esempio).  Non è garantita neppure la rappresentanza data la altissima soglia di sbarramento (4% alla Camera e 8% al Senato).

Un’ulteriore ingiustizia permette che partiti con bassi risultati elettorali, se collegati ad una coalizione che superi la soglia del 10% (20% regionale al Senato), possano essere rappresentati in Parlamento. Ciò ha portato, nello stesso 2008, a veder rappresentato il Movimento per le Autonomie che prese solo l’1,13% dei voti e non La Sinistra – L’arcobaleno (3,08%) e La Destra (2,43%).

Da qui la necessità d’una nuova legge elettorale, non necessariamente decisionista o isodemotica, ma che permetta quantomeno un compromesso tra rappresentanza e governabilità. I passi in avanti nel dialogo politico si fanno soltanto verso il secondo punto. Tuttavia, l’andazzo potrebbe essere corretto proprio dall’anormalità del sistema. Ai due blocchi di Centrodestra e Centrosinistra si è aggiunto un Terzo Polo, già dal 2008. Questo Terzo Polo, formato inizialmente solo dall’UdC ed oggi anche da FLI, MpA e ApI, sarebbe la cura adatta al sistema in senso proporzionale o maggioritario a doppio turno.

Nel primo caso avremmo una rappresentatività pura, con ogni partito rappresentato in base ai voti conquistati. Nel secondo avremmo un incentivo alla coalizzazione, già connaturata nel nostro sistema, e che porterebbe a una sfida più competitiva tra le tre fazioni coalizzate. Quindi: PdL-Lega-La Destra, FLI-UdC-ApI-MpA, Pd-SEL-IdV.

Una sfida più competitiva e una maggiore salvaguardia alla nostra democrazia.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 25/07/2011

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