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Dilettantismo dilagante e manie di grandezza

Capace di battere in vendite Eco e Camilleri, se c’è un libro che ha fatto da padrone per tutto il 2010 e sprazzi del 2011 è quello di Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”. Libro che ha venduto tanto, al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Ma quale ricetta -mai termine fu più appropriato- è alla base del successo di un prodotto editoriale diventato ormai un caso letterario?

Innanzitutto, la notorietà del personaggio. Giornalista affermata, di bella presenza, conduttrice del discusso tabloid di Italia 1. Poi la “promozione”, dalla scrivania ai fornelli, il mezzobusto s’è fatto figura a tre quarti e “Cotto e mangiato” è diventata una seguitissima rubrica.

Ma basta questo, la televisione, a rendere grande un libro? Purtroppo si. E in quanto a notorietà, sfido chiunque a mettere di fronte a cento persone  le fotografie di Camilleri o Ammaniti (ma anche di Calvino o Pirandello!), difficilmente saranno riconosciuti da più d’una ventina di persone. Mentre la sexy-cuoca dall’ampia scollatura è oramai riconoscibilissima.

Quanto fango? Solo perché è un personaggio della televisione? No, assolutamente. E allora? Continuiamo.

Non si vogliono mettere in discussione le qualità di cuoca della Parodi che, nel migliore dei casi, è al livello d’una qualunque casalinga. Soltanto che la cucina non è tutta qua. La trasmissione e il libro non fanno che togliere prestigio ai professionisti dell’enogastronomia, a Chef che vedono imitazioni imbarazzanti delle loro pietanze, eseguite con un semplicismo spiazzante.

La cucina non è semplicemente “preparare il sughetto” o “guarnire con il prezzemolo”, ma studio di accostamenti, tradizioni, colori e sapori, fantasia e originalità. Con tempi debiti e modi dovuti. Con “Cotto e mangiato” passa l’idea che tutti possano essere Chef d’alta ristorazione, nonché critici culinari. E passa quest’idea proponendo ricette d’una semplicità seccante, dove fantasia e originalità scompaiono in favore d’una consuetudinaria banalità.

E’ lo sviluppo del dilettantismo. Esso dilaga nella cultura italiana, nel modo di essere della gente. Non è più importante essere dei buoni professionisti. Basta raggiungere il minimo livello della scala, essere principianti ma già cultori d’un’arte. Lo è per la cucina come può esserlo per l’arte, la musica, la scrittura. Serve studio, gavetta, impegno, volontà e sacrificio. Non manie di grandezza che fanno da insulto ai cuochi d’alta scuola alberghiera, ai maestri di conservatorio, agli artisti d’accademia (nei confronti dei quali si rischia spesso una pessima figura).

Ciò non vuol dire che chi ha un titolo vale e chi non lo ha no. Semplicemente, non è detto che chi non viene da una scuola alberghiera non possa fare il cuoco, né che chi si è laureato in Lettere e Filosofia non possa essere un buon astrofisico. Lo studio è tutto, come il lavoro duro e l’esperienza e, se accompagnato dalla passione, è meglio ancora. Prima di diventare fiore, esso è stato seme, poi pianta, poi bocciolo. Lo sviluppo è naturale, ma passa attraverso stadi e sacrifici.

Solo demeriti, dunque, alla Parodi? No, se non altro è riuscita a far riavvicinare alla cucina, al “mettere le mani in pasta”, facendo rinunciare ai prodotti già pronti e surgelati, proponendo ricette pronte in dieci minuti. Ottime per chi lavora e non ha molto tempo per stare ai fornelli, oppure per la massaia che vuol far bella figura la domenica. Ma guai a scambiarle per alti consigli culinari.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week,  rubrica “Legno sopra un’onda”, il 30/05/2011

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