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Nucleare e Costituzione

Archiviate, quasi, le elezioni amministrative, lo sguardo dei politicanti italiani volge verso il referendum del prossimo 12 giugno. Si fanno largo le polemiche sui presunti boicottaggi da parte delle forze di maggioranza, ancora discordanti ed incerte, sconcertate dagli esiti, anche non definitivi, dell’ultima tornata elettorale. Ma, soprattutto, si fa strada una voce lontana, che viene da moltissima gente, riguardo alla non necessità di tornare al voto su una questione quale il nucleare, già bocciata dal referendum del 1987.

Innanzitutto, il prossimo referendum (così come quello del 1987) è abrogativo, che trova regolamentazione nell’articolo 75 della Costituzione. Esso serve ad abrogare (far cessare) una legge. Lo schema della domanda è Volete che venga abrogata la norma trattante xxxxxxxxxxx regolamentata dalla legge xxxxx del xx/xx/xxxx?

E fin qui nulla di difficile. Ma sorge una domanda: è così scontato che l’utilizzo dell’energia nucleare, bloccato nel 1987, non possa essere nuovamente riproposto più di vent’anni dopo?

La risposta, ovviamente, è no. Non perché si vogliano dare colpe al governo o ai centri d’interesse, ma perché è nella natura stessa del referendum. I quesiti referendari dell’8-9 novembre 1987 permisero l’eliminazione di quelle norme che potevano fare in modo da favorire una centrale nucleare: finanziamento ai comuni che decidessero di aprire una centrale nucleare o a carbone sul proprio territorio, norme per la localizzazione delle centrali e, infine, divieto all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali nel campo nucleare.

Di fatto, questo referendum bocciò il nucleare nella penisola, dando vita a tutti i successivi smantellamenti (non vietava però di comprare energia prodotta con tecnologia nucleare dall’estero).

Oggi, la proposta di riaprire le centrali è stata fatta per una nuova valutazione d’interessi, di esigenze, di volontà. Ad essere state abrogate sono state quelle leggi, ne vengono quindi proposte di nuove. Che però la gente, tramite il nuovo quesito referendario, potrà abrogare tranquillamente.

Tornando al piano generale, resta un’altra, nuova, domanda: se un referendum abroga una norma e non la legislazione intorno ad un determinato argomento, esso che valore effettivo ha?

Il suo valore, formalmente, sarebbe circoscritto alla sola norma. Tuttavia ogni norma produce effetti, e ne produce anche la sua mancanza\scomparsa. Il quesito referendario del 1987, quindi, pur non rinunciando formalmente alle centrali, ne rappresentò l’inizio della fine.

Inoltre, il veto che dà il quesito referendario è enorme, ma non eterno. Con il tempo cambiano le esigenze (e gli interessi) e possono cambiare anche le richieste. D’altronde, la riforma del diritto di famiglia è stata introdotta nel 1971, e subito confermata con un referendum nel 1974. Oggi, che la famiglia si evolve verso nuove forme, parrebbe logico parlare di nuove riforme nel diritto di famiglia, alcune delle quali potrebbero portare ad un nuovo referendum.

Si pensi anche all’aborto. Senza valutare se sia giusto o meno ricorrere “a quel tipo di pratica”, trent’anni fa un referendum decise di mantenerlo in vigore. Tuttavia si parla spesso di una revisione della legge 194. Questo perché le cose cambiano.

Impedire proposte di legge su argomenti già stati bocciati ai referendum sarebbe quasi come dire, alle prossime elezioni politiche: “abbiamo già votato per eleggere un parlamento nel 2008, a che serve votare di nuovo?”

Determinati temi, come il nucleare, non hanno tutela costituzionale, quindi, pur essendo argomenti che toccano in modo particolare l’opinione pubblica e che offrono grandi motivi di discussione, possono essere modificati a colpi di maggioranza. Basta un semplice intervento del parlamento a modificare quello che, di volta in volta, serve. Un esempio simile può essere visto nella legge elettorale attuale, cambiata dalla maggioranza parlamentare del 2005 per poter rendere difficile il governo a quella che probabilmente, e poi effettivamente, sarebbe stata la successiva. Quand’è così siamo di fronte ad una tentata “dittatura della maggioranza”.

Una soluzione potrebbe essere l’elevare il “no al nucleare” al rango costituzionale (come per il “no alla guerra” o “no alla tortura”). Non è una soluzione realistica, purtroppo, soprattutto per i tanti interessi economici che sono in gioco. Ciononostante, trovano tutela costituzionale la salute e l’ambiente e ciò, in questo caso, dovrebbe bastare. Garantire la salute e tutelare l’ambiente sono obiettivi da perseguire facendo, ma anche evitando di far fare. Ed evitare di far costruire centrali è una realizzazione di questi principi (ambiente-salute). Dovrebbe bastare la costituzione, ma, nei fatti, non basta.

Abbiamo, in Italia, pochi strumenti che ci consentono di esporre direttamente il nostro pensiero. E il referendum è uno di questi. Quindi, invece di stare a discutere sul fatto che sia opportuno o meno votare sull’energia nucleare, pensiamo a farlo, ad esprimerci a riguardo. Non stiamo a guardare la forma ma i contenuti. E se il nucleare non lo vogliamo, il 12 e 13 giugno andiamo ai seggi e votiamo “SI”.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 23 maggio 2011

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