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Baidu lancia il proprio browser “Made in China”

La guerra dei browser ha, per anni, permeato velatamente la vita degli utenti web. I meno esperti ed accorti magari non si sono mai accorti che la loro scelta personale potesse essere determinante per sfide tra marchi. All’inizio la sfida era tra Netscape e Internet Explorer, poi (dal 2004 in poi) tra il browser di casa Microsoft e le novità nate nelle Software House e nel settore Open Source: Mozilla con la sua Suite e con il rivoluzionario Firefox; Apple e l’introduzione di Safari anche su Windows; Google che, onnipresente, si infila con Chrome anche nello spinoso mondo dei software per la navigazione; Opera che rende gratuito il suo browser; inoltre, programmatori e volontari che creano e lavorano a fork e nuovi progetti sono praticamente impossibili da quantificare.

Un nuovo “entrato in guerra” arriva stavolta dalla Cina, il suo nome e le sue credenziali hanno tutte le carte in regola per scatenare una nuova fase della guerra. Si tratta del browser annunciato da Baidu, principale motore di ricerca del paese del Dragone.

Quello che fa paura non è però la forza devastante che potrebbe avere un suo ingresso nel mercato dei browser, ma le sue possibili conseguenze sulla libertà web. Per poter operare sul web nel paese asiatico, infatti, siti, browser e motori di ricerca vengono sottoposti a continui controlli da parte delle autorità di Pechino e sono vietate addirittura parole quali “democrazia”, “Tienammen”, “massacro”, “diritti umani in Cina”.

È logico pensare che al rilascio del software di navigazione seguiranno, soprattutto in Occidente, boicottaggi e campagne ostruzioniste. Oppure, come già fanno Yahoo e Microsoft per poter operare in Cina, avrà luogo un adattamento agli standard cinesi. Le due multinazionali, infatti, censurano i propri contenuti pubblicati nei domini cinesi ed hanno contribuito più d’una volta a segnalare dissidenti a Pechino. Il pericolo, dunque, non viene dal “software giallo”, ma da quello che il capitalismo occidentale sarà disposto a tagliare per poter competere nel più grande mercato emergente del mondo. Lo spiraglio, ancora una volta, arriva dal mondo dell’Open Source.

Giuseppe Guarino

Lgdffgafaa guerra dei browser ha, per anni, permeato velatamente la vita degli utenti web. I meno esperti ed accorti magari non si sono mai accorti che la loro scelta personale potesse essere determinante per sfide tra marchi. All’inizio la sfida era tra Netscape e Internet Explorer, poi (dal 2004 in poi) tra il browser di casa Microsoft e le novità nate nelle Software House e nel settore Open Source: Mozilla con la sua Suite e con il rivoluzionario Firefox; Apple e l’introduzione di Safari anche su Windows; Google che, onnipresente, si infila con Chrome anche nello spinoso mondo dei software per la navigazione; Opera che rende gratuito il suo browser; inoltre, programmatori e volontari che creano e lavorano a fork e nuovi progetti sono praticamente impossibili da quantificare.

Un nuovo “entrato in guerra” arriva stavolta dalla Cina, il suo nome e le sue credenziali hanno tutte le carte in regola per scatenare una nuova fase della guerra. Si tratta del browser annunciato da Baidu, principale motore di ricerca del paese del Dragone.

Quello che fa paura non è però la forza devastante che potrebbe avere un suo ingresso nel mercato dei browser, ma le sue possibili conseguenze sulla libertà web. Per poter operare sul web nel paese asiatico, infatti, siti, browser e motori di ricerca vengono sottoposti a continui controlli da parte dell’autorità di Pechino e sono vietate addirittura parole quali “democrazia”, “Tienammen”, “massacro”, “diritti umani in Cina”.

È logico pensare che al rilascio del software di navigazione seguiranno, soprattutto in Occidente, boicottaggi e campagne ostruzioniste. Oppure, come già fanno Yahoo e Microsoft per poter operare in Cina, avrà luogo un adattamento agli standard cinesi. Le due multinazionali, infatti, censurano i propri contenuti pubblicati nei domini cinesi ed hanno contribuito più d’una volta a segnalare dissidenti a Pechino. Il pericolo, dunque, non viene dal “software giallo”, ma da quello che il capitalismo occidentale sarà disposto a tagliare per poter competere nel più grande mercato emergente del mondo. Lo spiraglio, ancora una volta, arriva dal mondo dell’Open Source.

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