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La diaspora socialista

C’è un partito nella storia d’Italia che ha sempre suscitato in me strane sensazioni, il Partito Socialista Italiano. Partito storico, che ha avuto al suo interno personalità che vanno da Bobbio a Mussolini, da Nenni a Craxi, da Turati a Pertini.

Una storia complessa, la sua, ago della bilancia e promotore di quel centrosinistra che, nel bene e nel male, ha governato con alterne fortune per circa quarant’anni. Un giorno tutto finisce. L’inchiesta “Mani pulite”, seguita allo scandalo di Tangentopoli, spazza via tutti i partiti della “prima repubblica”, scagliando le proprie ire maggiori proprio sul PSI. Craxi scappa ad Hammamett e i partiti si spezzettano. Scompaiono i liberali, la DC si spacca, PCI e MSI abbandonano la linea dura e si trasformano in forze di sistema (PDS e Alleanza Nazionale). E il PSI?

Un partito ridotto all’osso e che non contava un gran numero di iscritti, quali potevano essere i comunisti o i democristiani, vide i suoi appartenenti prendere le più disparate posizioni. Cominciava la diaspora socialista. Da subito non ci fu unità. Il lancio di monetine a Bettino Craxi marchiava i sostenitori del garofano con una semplice parola: ladri. Facili slogan si facevano strada mentre la terza forza italiana del secondo dopoguerra, forza che ci aveva regalato tre Governi ed il Presidente della Repubblica più amato della storia della Repubblica, scompariva rapidamente.

Si andarono a proporre tante microforze che trovarono rapidamente asilo nella nuova conformazione bipolare che il sistema stava prendendo. Ci fu chi si buttò a sinistra e chi a destra. Ma il PSI, che aveva pagato un conto salatissimo con la storia, ora ne pagava un altro: non ci sarebbe stata mai più una forza socialista degna di dare all’Italia quell’ispirazione socialdemocratica e laburista che in Europa esisteva da cent’anni prima.

Lo scoglio più grande era sempre stata la forza del Partito Comunista, che assorbiva gran parte dell’elettorato di sinistra e che appariva più vicino alla gente. Mai ci fu, nella storia del grande partito rappresentante della sinistra nazionale, una completa accettazione del compromesso della socialdemocrazia. Ciò portava ad un allontanamento dalle posizione politiche della parte occidentale del continente e ad un avvicinamento all’URSS e al sistema collettivista, facendo sospettare che qualche colpa nell’arretratezza cultural\politica\democratica del nostro popolo l’abbia avuta proprio il PCI.

Gli scandali di Craxi e dei suoi, rei d’aver fatto scomparire la decenza politica in cambio del favoritismo personale, non potevano che rendere il Garofano Rosso, agli occhi degli elettori, una cricca d’amici degli amici un pò massonica e un pò mafiosa.

PDS e DS hanno significato, invece, più uno spurgo rispetto alla tradizione comunista e, seppure i partiti abbracciavano la democrazia\socialdemocrazia, rimaneva forte la matrice di stampo bolscevico e poco liberale, sfociata poi contraddittoriamente nel PD che di liberale ha molto e di marxista molto poco.

Oggi che il PSI s’è ricostituito, la diaspora socialista continua. Ci sono post-socialisti nell’UDC, nella Lega, nel PDL e in FLI, nell’IDV e nel PD e in Sinistra Ecologia e Libertà. Si dichiara ancora socialista anche il governatore della Regione Campania, Stefano Caldoro, firmandosi con un garofano rosso accanto all’autografo.

Tanto socialismo in giro, quindi, interpretato in mille modi diversi. Perso e mai recuperato. Perso come l’occasione di costruire una grande forza socialdemocratica ispirata all’SPD, o ai partiti socialisti di Francia e Spagna. In molti ci hanno provato, fallendo sistematicamente, forse perché la gente associa ancora la parola “socialista” a tangentopoli e Craxi. Forse perché, nel 2011, discorriamo ancora di comunismo. Forse perché “abbiamo avuto il peggiore partito socialista d’Europa”. Forse perché la sinistra post-comunista, arroccata nella sua “purezza”, ha avuto troppa paura di incontrare le rose rosse e stringerle in un pugno, avviando progetti sempre più disparati. Forse perché chi prova a risistemarsi socialdemocraticamente trova mille ostacoli sulla via. Forse perché le divisioni sono troppe.

Forse, e dico forse, perché l’Italia non è un paese che merita un grande Partito Socialista che, invece di rispecchiare osannante la vecchia classe dirigente corrotta e mafiosa, si spinga a imitare ciò che in Europa esiste già da un secolo. Semplicemente, non siamo ancora pronti per la socialdemocrazia.

Giuseppe Guarino

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