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Diffamazione e libertà di stampa

Le opinioni fanno male, feriscono, soprattutto se proclamate con la parola o esternate con lo scritto. Rischiano di minare rapporti personali, di rendere difficile la convivenza sociale, di annullare le possibilità di discussione e di collaborazione. Non è una lista nera sugli effetti delle opinioni espresse liberamente, ma soltanto un elenco di loro possibili effetti collaterali, quando il dialogo non c’entra più nulla.

Le opinioni devono poter essere espresse liberamente e senza autorizzazioni né censure (almeno così detta la Carta Costituzionale). Ma dove finisce la libertà d’opinione?

Ogni libertà finisce nel momento in cui si incontra\scontra con la libertà altrui. Quindi, quando è che la libertà d’opinione degenera, quando viola l’altrui sfera giuridica\personale\patrimoniale?

E’ ovvio pensare che ciò avvenga quando si dichiara il falso, quando si espone una notizia non veritiera che minaccia di infangare la reputazione d’una persona. E’ il caso della diffamazione, definita dal Codice Penale (articolo 595), che prevede pene di diversa severità per chiunque offenda l’altrui reputazione.

Si estingue quindi il diritto di cronaca? Non ha senso il diritto di libertà di stampa? Esaurisce la sua efficacia il diritto di critica? Niente di tutto ciò. Come la giurisprudenza più moderna non ha mancato di osservare, poiché sussista il reato di diffamazione c’è la necessita che esso non sia in contrasto con i diritti sopracitati (cronaca, libertà di stampa, critica). Inoltre la stessa giurisprudenza ha fissato tre parametri all’interno dei quali una notizia non è considerata diffamante: interesse pubblico di essa, verità dei fatti narrati, esposizione serena e corretta dei fatti.

Non è quindi reato la divulgazione di verità derivate da atti pubblici o dichiarazioni, né tantomeno lo è la critica ad esse. L’importante è non sfociare nell’attribuzione errata di frasi mai pronunciate. Ciò non significa il non poter comunicare la propria opinione, ma impone che per esprimerla bisogna ben distinguerla dalle parole pronunciate da altri soggetti, stando attenti a proferire il vero e a tenerlo ben distinto dalle altrui asserzioni.

I giudizi di valore possono far male, ma fanno parte della libertà di pensare con la nostra testa, di esprimerci e criticare liberamente. “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”, c’è chi dice che sia una frase di Voltaire, ma si discute da anni su questa attribuzione. Voltairiana o meno, non ha bisogno di ulteriori commenti.

Giuseppe Guarino

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire
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