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Un popolo, una nazione: un’Italia

Si avvicina il 17 marzo, si avvicinano i festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ancora si lotta contro questa giornata, questa  festività nazionale.

Ciò che oramai ha smesso di stupire è la praticamente inesistente religione civile del nostro paese. Nessun sentimento verso quelle giornate dedicate all’unità nazionale, viste come semplici ponti o giornate di svago e riposo. Senza memoria, senza storia. Passano inosservate e tutte uguali giornate quali il 1° maggio, il 25 aprile, il 2 giugno. Per non parlare del 4 novembre e del 27 gennaio che, al di là di una rituale e consumata celebrazione di tipo scolastico, non sono mai entrate completamente nel “girone delle feste”.

Inoltre, a queste mancanze si aggiunge il sentimento di illegittimazione verso il processo d’unificazione della penisola. Proviene da tutto il Paese, dalla Lombardia come dalla Calabria, dalla Sicilia come dal Sud Tirolo. E’ la voglia di riconquistare qualcosa di proprio, una terra tolta al controllo del suo popolo in nome d’una mai voluta e, a quanto pare, disastrosa unità. Si tirano in ballo argomenti disparati: maggiore sviluppo del Nord e accollamento del Sud parassita, conquista da parte d’un Nord colonialista ai danni d’un Sud fiorente. Tutte ragioni messe in campo, troppo spesso senza argomentazioni valide né esposizioni di tipo storico che abbiano fondamenti documentati o che rappresentino qualcosa in più d’un semplice inneggiamento dai tratti tifosistici.

C’è chi poi getta in mezzo le ragioni etnico\culturali, l’esistenza di diversità dello stile di vita nelle varie realtà territoriali. E’ indubbio che tali differenze ci siano, ma secondo quale assurda teoria non è ipotizzabile che diverse realtà possano riunirsi in una convivenza civile e pacifica? Gli esempi si sprecano: gli Stati Uniti sono, nonostante diversità razziali evidenti, una democrazia pluralista in una società multirazziale; la Svizzera rappresenta una meravigliosa realtà intersecolare in cui comunità dalle lingue diverse convivono senza disagio, in una delle aree più stabili del mondo; l’India è considerata la più grande democrazia del mondo, almeno numericamente, dove si tenta di superare gli storici problemi castali e una importante frammentazione religiosa e linguistica con la laicità ed un federalismo corretto centralmente.

Per quali motivi  non dovremmo prendere esempio da Paesi che spesso guardiamo con ammirazione e che hanno diversità interne anche più acute delle nostre? E’ molto più semplice scannarsi o convivere armoniosamente?

“Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.”

Così recita il nostro Inno Nazionale, ricordiamoci di cantarlo un pò più spesso e per occasioni diverse dalle vittorie della Nazionale di Calcio, della Ferrari in Formula 1 e di qualche medaglia alle Olimpiadi.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda” il 7/03/2011

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