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Il campanilismo distrugge la nazione

Il nemico numero uno dell’unità nazionale è senza dubbio il campanilismo. Non parliamo solo di Lega Nord e similari (che pure hanno i propri “meriti”) ma anche di quei microfenomeni di territorialismo fine ad un semplice tifosismo e dallo scarso valore.

Ebbene, si può parlare di semplice tifosismo quando si tenta di far prevalere la propria parte territoriale, la propria provincia, il proprio comune, il proprio quartiere (il proprio palazzo?)… Si tende a screditare gli altri, a considerarli diversi e porsi in competizione con essi. Ma la competizione non è sana ma viziata: non tende a raggiungere un comune traguardo ma a far prevalere una parte nei confronti dell’altra, che soccombe.

Da sannita posso affermare di averne le tasche piene della rivalità tra Benevento ed Avellino che, in quanto province confinanti, farebbero meglio a collaborare piuttosto che a scannarsi (ovviamente è solo un esempio, se ne potrebbero fare migliaia). Purtroppo in questo discorso non si parla solo del mondo della politica ma soprattutto della gente comune. E’ nella gente comune che si nascondono i pregiudizi, le invidie, la voglia di prevalere, la pienezza di sé, il considerarsi migliori di altri che vivono a pochi kilometri di distanza: il campanilismo.

La peggiore delle diatribe è però quella riguardante il Nord e il Sud del Paese. Con climi da stadio si discute di “noi” e di “loro”, di tasse nelle tasche di chi le paga, di aiuti a chi lo merita. Posizioni estreme da ambo le parti sono nemiche dell’Unità d’Italia e della coesione nazionale. A Nord sono celebri le rivendicazioni d’autonomia e le minacce di secessione; a Sud si parla di 1861 sanguinario e si guarda con nostalgia (e spesso revisionismo storico o dettagli poco chiari) al Regno delle due Sicilie.

Questo modo di pensare non porta da nessuna parte. Per quanto l’Unità sia stata controversa ed abbia portato i suoi effetti negativi sembra essere utilizzata come un capro espiatorio, considerata come la fonte di tutto il male. Così non è certamente e nonostante gli aspetti bui del Risorgimento, possiamo affermare che oggi desiderare secessioni sia alquanto fuori luogo poiché non potrebbe essere utile a nessuno. Siamo in un paese dalla cultura comune, avviato insieme ad altri alla costituzione di qualcosa che vada al di là delle singole unità nazionali: l’Europa.

Tra le cose positive del fascismo ci fu senza dubbio la forte italianizzazione: ripescaggio e diffusione di una cultura condivisa da Aosta a Pantelleria. Ciò non vuol dire che i piccoli luoghi e i territori debbano dimenticare le proprie origini e tradizioni, ma che devono conservarle e confrontarle con le altre in un clima pacifico e cordiale di convivenza. Questo è il discorso alla base del “pensare globale ed agire locale”.

Il principio di sussidiarietà dice che ogni comunità locale può organizzarsi in proprio con l’aiuto del livello superiore in caso di difficoltà. Quale modo migliore di realizzarlo se non avviando una decisa politica d’alleanze interterritoriali che parta dal basso e che sia a partecipazione popolare? Il collaborazionismo tra i territori contigui è necessario, è espressione di maturità del popolo. Ma ciò potra accadere soltanto quando gli italiani smetteranno di pensare di essere meglio dei francesi, quelli del Nord meglio di quelli del Sud, quelli di Benevento meglio di quelli di Avellino. E viceversa.

Giuseppe Guarino

pubblicato su Sannio Week, rubrica “Legno sopra un’onda”, il 31/01/2011

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