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Il mutante sincero e il mutante venduto

La locandina di Zelig, film di Woody Allen del 1983, il cui protagonista cambia d'aspetto a seconda del contesto a lui circostante

Di banderuole nella nostra storia politica ce ne sono state tante, tantissime, forse è insito nello spirito stesso dell’Italia, forse il camaleontico trasformismo di Agostino Depretis si è protratto fino ai giorni nostri e sembra essere l’unica vera eredità dell’Italia unita ad essere ancora rinnovata. Come nel film “Zelig” di Woody Allen, molti politici adattano il proprio aspetto e le proprie idee alla situazione, ci sono tanti fulgidi esempi. Ma c’è differenza tra chi cambia bandiera per un cambio d’opinione e chi lo fa per “vendersi”.

Se però fossimo in un film americano la frase idonea sarebbe: “e la libertà d’opinione? Non è un paese libero?”. Siamo in Italia, un paese che si proclama libero, democratico e pluralista e quindi l’affermazione resta comunque valida. E’ ovvio che chiunque possa cambiare la propria opinione, “solo gli stupidi non lo fanno” ricorda un vecchio adagio. Ma ciò che stupisce è che in periodi politicamente delicati si moltiplichino i cambi di bandiera.

Restano epici gli spostamenti mastelliani sotto la stessa bandiera (stesso campanile per l’esattezza) da una parte all’altra del globo politico, così come quelli di Lamberto Dini nonché i recenti di Follini, Capezzone, Fini… giusto per citare gli ultimi noti.

Ma come identificare i “mutanti-sinceri” rispetto ai “mutanti-venduti”? Insomma, il passaggio di Follini dall’UDC al PD (transitando per l'”Italia di mezzo”), in cosa differisce dal passaggio di Domenico Scilipoti dall’Italia dei Valori al “Movimento per la responsabilità nazionale”?

Sono due esempi presi a caso, emblematici, da cui si identificano i punti chiari del mutante:

1) il “sincero” ha i suoi tempi (generalmente lunghi e relativamente distanti da appuntamenti quali tornate elettorali e mozioni di sfiducia), durante i quali il conflitto con il partito d’appartenza va crescendo fino ad arrivare ad una rottura definitiva ed irreversibile. Il “venduto” agisce invece freneticamente, senza dialogare né confrontandosi con il partito d’appartenenza;

2) il “sincero” affronta questioni d’ordine politico, economico, sociale ed etico-morale, nelle quali esprime i suoi punti di vista (anche discordanti) con quelli del partito (ad es. si pensi a Gianfranco Fini che più d’un anno fa con il suo libro “Il futuro della libertà” nonché con diverse dichiarazioni quali quelle relative al voto agli immigrati, ha incominciato il suo processo di allontanamento dal PdL). Il “venduto” rimane invece sul vago: “per il bene del paese”, “per responsabilità”, ecc.;

3) entrambi vengono tacciati d’infamia ma, con il tempo, del venduto resterà immutata l’immagine oramai priva di dignità, nei confronti del sincero qualcosa ivece si muoverà (si pensi alla considerazione di cui godono tuttora Gianfranco Fini, Marco Follini, Paolo Guzzanti, Luca Barbareschi, Francesco Rutelli…).

Sono esempi e non generalizzazioni, semplici osservazioni. Diceva Agostino Depretis: “Se qualcheduno vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. E come capire, al di là dei sospetti e degli indizi sovraindicati, chi siano i sinceri e chi i venduti (o gli opportunisti, che ai venduti si assimilano) è arduo compito dell’elettore. In India l’infedeltà partitica è punita con la decadenza del mandato, sia per i sinceri che per i venduti (la nazione indiana possiede però una delle classi politiche maggiormente corruttibili al mondo), in Italia gli “infedeli”, i “mutanti”, i “camaleonti” hanno tempo fino alla scadenza del mandato, quando a scegliere saremo noi e solo noi.

Giuseppe Guarino

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