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Senza lavoro non c’è Italia

Donatella Poretti, senatrice radicale (eletta nelle liste PD), ha appena proposto un disegno di legge volto ad eliminare la parola “lavoro” dalla Costituzione italiana. Troppo pesante? Troppo impegnativa? No, niente di tutto questo, la parola lavoro finirebbe per far assomigliare la nostra Repubblica Democratica a repubbliche che democratiche non sono.

La parola “lavoro” richiamerebbe a Costituzioni quali quella sovietica, cubana o vietnamita: a carte costituzionali di paesi socialisti, dove la democrazia non è (era nel caso dell’URSS) di casa. Tra l’altro, secondo la Poretti,“il nostro primo articolo della Costituzione allontana l’Italia dalle democrazie cosiddette occidentali e l’accomuna ai Paesi comunisti dispotici”. Strano, pensando che in un Paese che occidentale non è (almeno geograficamente), la Costituzione dichiara la Repubblica Socialista, ma è tutelata la proprietà privata e la libertà d’impresa. Questo paese i radicali dovrebbero conoscerlo molto bene, dato che si tratta dell’India, forse uno dei mercati più liberi del mondo.

Tornando a noi, la Poretti dimentica che il lavoro è considerato elemento fondante della nostra Repubblica poiché è il solo mezzo tramite il quale l’essere umano può elevarsi socialmente e spiritualmente, inserito per connotare la nostra Costituzione in maniera diversa rispetto a quelle individualiste degli stati liberali. Insomma, il principio lavorista che permea la nostra Carta sin dal primo articolo è quello che apre le strade a principi quali quello solidarista e quello pluralista. Il primo invita alla solidarietà e alla fratellanza, sociale ancor prima che economica e politica; il secondo invita l’uomo a realizzarsi in relazione con gli altri. Non proprio bruscolini, quindi, ma principi fondanti d’uno Stato e d’una società.

In realtà, in Costituente erano presenti due stesure, una ispirata dal democristiano La Pira (“Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico“), l’altra dal comunista Togliatti (“Lo Stato italiano è una Repubblica democratica dei lavoratori”). La mediazione avvenne grazie a due “noti comunisti” come Amintore Fanfani e Aldo Moro che proposero l’attuale “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro…”. Se i due grandi democristiani avessero voluto cercare di dare all’Italia una connotazione sovietica sarebbe stato il colmo, soprattutto in un’epoca in cui le ideologie erano ancora forti ed il periodo fascista appena passato, difficilmente avrebbero pensato di introdurre strumenti autoritari oppure di tendere la mano ad un Paese dove la democrazia era completamente assente. Inoltre dalla nascita dell’Italia democratica, i governi “rossi” tanto temuti dalla senatrice sono stati praticamenti inesistenti (mai nessuno esclusivamente comunista o socialista).

E poi, per sessantadue anni la parola lavoro non ha fatto male a nessuno, né provocato danni irreparabili. Ogni Paese ha le sue fondamenta, c’è chi incomincia la propria Costituzione invocando Dio e chi al popolo francese. L’Italia, dimostrando forse più coraggio, ha messo al primo posto il lavoro. Perché senza lavoro non c’è nulla, nemmeno l’Italia.

Giuseppe Guarino

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